venerdì 3 marzo 2017

Vaticano
Scismi e New Deal
rubrica Gazzetta Santa Marta, mensile Jesus
(Iacopo Scaramuzzi) Ha scritto Paul Vallely in una delle migliori biografie sul papa, Untying the knots, che alla fine del suo provincialato i gesuiti argentini erano divisi in bergogliani e anti-bergogliani. Anche oggi Jorge Mario Bergoglio suscita emozioni forti, entusiasmi o ostilità, polarizza. Divide, si direbbe, se non fosse che le divisioni esistevano già e Francesco – questo sì – non le dissimula, non le stempera, si impegna anzi a farle emergere, deflagrare. Attività sconcertante, per una Chiesa adusa agli equilibrismi politici e all’understatement linguistico, ma tutt’altro che avventata.
Tra il cattolicesimo occidentale e quello orientale, meridionale e settentrionale, tra progressisti e conservatori, tra una religione vissuta come culture war e una fede che ispira l’impegno sociale, tra i dettami del magistero e la vita vissuta dei fedeli le differenze possono essere enormi. L’obiettivo di Bergoglio è includere, per riuscirci allarga le maglie, decentralizza, avalla una certa disunione.
Il «poliedro» in cui cerca di ricomporre le diverse voci, anziché costringerle in una «sfera», è sinfonia, pur con qualche cacofonia, sventa uno scisma, non lo fomenta come sostiene qualche suo critico. Francesco non ha punito il cardinale Raymond Burke, capofila dell’opposizione curiale, facendone il martire di un nuovo scisma, e anzi punta a ricomporre quello con i lefebvriani, così come sparge balsamo ecumenico con i protestanti  e gli ortodossi, avversari in antichi scismi. Il vero conservatore, diceva Franklin Delano Roosevelt, protegge il sistema correggendone le ingiustizie, mentre chi rifiuta i cambiamenti lo minaccia. Riformare, nella logica del New Deal, può creare qualche frattura, ma è l’unico modo per preservare.