martedì 14 marzo 2017

Vaticano
Avvenire
(Francesco Ognibene) A i quattro motivi di gratitudine condensati dalla Cei nel suo affettuoso messaggio augurale ciascuno di noi potrebbe aggiungerne altri, personalissimi, dettati da una conoscenza che da quella sera di marzo del 2013 si è trasformata giorno dopo giorno in una relazione profonda, diretta. Con il Papa è come se ognuno sentisse di poter vantare una consuetudine tutta propria: è amico mio, mi conosce bene, quando lo sento mi si apre il cuore. Francesco non è semplicemente un personaggio della scena pubblica, una di quelle figure che appartengono a un mondo estraneo col quale intratteniamo un rapporto da spettatori che ne apprendono informazioni e messaggi attraverso il filtro della comunicazione pubblica.
Quattro anni sono un tempo più che congruo per poter dire che papa Bergoglio è tutt' altro, uno di famiglia, padre e consigliere, ascoltatore e confidente, comprensivo e severo quanto serve, sincero, fonte inesauribile di immagini e considerazioni che risalgono la corrente del pensiero ovvio dal quale ci sentiamo anestetizzati, un uomo capace di dar voce al punto più intimo della nostra umanità e di incoraggiare a uscire dal suo guscio una fede bambina che credevamo sopìta. Come si può fare a meno di una persona così nella nostra vita? Ne cerchiamo le parole e i gesti - la frase di un' omelia, lo sguardo e la parlata, l' espressione di un discorso, la battuta a un' udienza, l' asciutto tweet con un pensiero acuminato che talvolta pare pensato per quella tua giornata - perché le avvertiamo ritagliate su ciò che attendiamo di sentirci dire quando attraversiamo certi roveti della quotidianità. Parole esigenti, mai scontate, in grado di suonare nuove persino quando le sentiamo ripetute una volta ancora perché finalmente, a forza di ripetercele, diventa chiaro qual è il punto della vita dove devono posarsi. Francesco è la presenza certa e sorridente al nostro fianco di chi condivide l' esistenza di ciascuno al punto da saperci dire le frasi giuste per affrontarla, come se ci conoscesse per nome. Sa delle domande che restano sospese nella coscienza, dei dubbi che prendono l' anima come il buio ingoia la luce, dell' attesa di una mano che ti si posa sul cuore e ne accoglie le incertezze, di un abbraccio dal quale capisci che la misericordia è un padre che attende sempre, e sempre comprende, perché non vede l' ora di farlo. Nelle parole di chi ti consiglia di portarlo sempre con te, e di leggerne ogni giorno una pagina, il Vangelo torna a vibrare come fosse stato scritto ieri, le pratiche di pietà, la liturgia, gli stessi sacramenti si liberano dalla camicia di forza dell' abitudine per muovere un cambiamento che ci attende tutti i giorni. Stando al passo di Francesco, fosse pure solo con una rapida occhiata a quel che ha detto, in quattro anni abbiamo capito di avere l' occasione di scoprirci un po' nuovi ogni giorno. Non siamo condannati a essere sempre uguali a ieri perché c' è chi ci invita a 'uscire', a non darci mai per incapaci di cambiare davvero, di rompere con abitudini, cliché, giudizi e metodi già esplorati. C' è molto di cui il mondo e la Chiesa gli devono riconoscenza. Noi sentiamo di essergli grati perché ci è così vicino da potergli tenere la mano.