martedì 14 marzo 2017

Vaticano
Nel marzo 1937 uscirono i tre documenti sul comunismo, sul nazismo e sul laicismo messicano. La Pasqua delle tre encicliche
L'Osservatore Romano
(Paolo Valvo) Il 28 marzo 1937, nella solennità della Resurrezione, l’edizione dell’Osservatore Romano si apriva con un editoriale del conte Giuseppe Dalla Torre intitolato La Pasqua delle tre encicliche. In quello stesso giorno era stata infatti pubblicata l’enciclica di Pio XI Firmissimam constantiam, dedicata alla situazione della Chiesa nel Messico, teatro fin dagli anni Dieci di un’aspra persecuzione religiosa. Meno di dieci giorni prima, il 19 marzo, Pio XI aveva pubblicato un’altra enciclica assai più corposa sul comunismo ateo, la Divini redemptoris.
A questa era seguita, il 21 marzo, la lettura dai pulpiti di tutte le chiese di Germania di una terza enciclica, la Mit brennender Sorge (datata in realtà 14 marzo 1937), nella quale il Papa denunciava «la via dolorosa della Chiesa e il progressivo acuirsi dell’oppressione dei fedeli ad essa rimasti devoti» nella Germania hitleriana. 
L’uscita di tre encicliche in un così breve lasso di tempo — un fatto più unico che raro nella storia — non era evidentemente casuale, e testimoniava la determinazione con cui Pio XI, all’epoca ancora convalescente dopo una lunga malattia che lo aveva immobilizzato per mesi, intendeva affrontare le diverse sfide poste alla Chiesa dalle ideologie anticristiane del tempo, dal neopaganesimo razzista che in Germania propugnava una Chiesa nazionale e un “cristianesimo positivo” purificato dalle sue radici giudaiche, all’anticlericalismo messicano fautore di riforme sociali ed educative ispirate a un laicismo esacerbato e a un socialismo dai contorni peraltro piuttosto confusi, passando naturalmente per il comunismo, i cui effetti perniciosi agli occhi di Papa Achille Ratti si erano resi evidenti tanto nel Messico quanto nella Spagna dilaniata dalla guerra civile.
Fermo restando l’obbligo della Chiesa «di servire la verità, tutta intera la verità, smascherare e confutare l’errore, qualunque sia la sua forma o il suo travestimento», chiarito senza possibilità di equivoci nella Mit brennender Sorge, le encicliche del marzo 1937 non si fermavano tuttavia alla denuncia degli errori dottrinali dell’epoca, ma intendevano proporre anche un programma concreto di azione, che potesse sanare le premesse sociali e culturali di quegli stessi errori. «Di fronte alle frequenti accuse fatte alla Chiesa di essere indifferente ai problemi sociali, o inetta a risolverli», affermava ad esempio la Firmissimam constantiam, occorreva continuare a «proclamare che soltanto la dottrina e l’opera della Chiesa, assistita com’è dal divino suo Fondatore, può portare rimedio ai gravissimi mali che travagliano l’umanità». Perché ciò effettivamente si realizzasse, d’altra parte, era necessaria una presenza più attiva e credibile della Chiesa nella società.
A questo proposito, se la Divini redemptoris respingeva con fermezza le critiche mosse alla Chiesa per non aver saputo agire conformemente ai principi da essa professati, per altro verso tutte e tre le encicliche ponevano domande ineludibili sulla capacità della Chiesa e dei cattolici di tradurre la propria fede nei fatti. A fronte delle infamanti accuse del regime nazista, ad esempio, la Mit brennender Sorge univa alla doverosa difesa dell’operato della Chiesa (e alla riaffermazione senza compromessi della dottrina cattolica contro le mistificazioni ideologiche del nazismo) la constatazione che «la divina missione, che la Chiesa compie tra gli uomini e deve compiere per mezzo di uomini, può essere dolorosamente oscurata dall’umano, talvolta troppo umano, che, in certi tempi, ripullula quasi zizzania in mezzo al grano del regno di Dio».
Non mancava a questo riguardo un giudizio particolarmente duro sulle intenzioni «di coloro i quali pongono a scopo della loro vocazione proprio quel che vi è di umano nella Chiesa, talvolta facendone persino un losco affare», il che spingeva Pio XI ad affermare che «non vi è epoca alcuna, né individuo, né società che non debba esaminarsi onestamente la coscienza, purificarsi inesorabilmente, rinnovarsi profondamente nel sentire e nell’operare». Anche nella Divini redemptoris non si lesinavano critiche alle negligenze spirituali e materiali di cui i cattolici si erano spesso resi responsabili nei riguardi soprattutto degli indigenti e degli operai. «Anche in paesi cattolici troppi sono coloro che sono cattolici quasi solo di nome», affermò Pio XI, secondo il quale le sperequazioni sociali erano indice del fatto che «non solo non è ben osservata la giustizia, ma che pure il precetto della carità cristiana non è approfondito abbastanza, non è vissuto nella pratica quotidiana»; occorreva inoltre ammettere, secondo il Pontefice, «che il modo di agire di certi ambienti cattolici ha contribuito a scuotere la fiducia dei lavoratori nella religione di Gesù Cristo».
La necessità percepita di un rinnovamento della Chiesa risaltava ancora più nettamente nella riflessione interna alla Curia che accompagnò la redazione dei tre documenti pontifici. Appare emblematico al riguardo uno dei primi appunti preparatori dell’enciclica sul comunismo, il cui estensore (probabilmente il minutante monsignor Luigi Valentini o il segretario agli Affari Ecclesiastici Straordinari monsignor Giuseppe Pizzardo), dopo aver sottolineato la necessità di «scindere la responsabilità della Chiesa da quella di un capitalismo sfruttatore e andare sinceramente e dovunque al popolo», metteva in luce infine l’urgenza di avere «un clero all’altezza dei tempi e dei bisogni delle anime» e di promuovere «una formazione più profonda e soprannaturale dei fedeli» soprattutto attraverso l’Azione Cattolica (di queste ultime indicazioni avrebbe beneficiato in particolare l’enciclica messicana Firmissimam constantiam, incentrata principalmente sul richiamo alla santità del clero e a un’adeguata formazione del laicato). In un’altra nota, apposta in calce a una prima bozza della Divini redemptoris, si leggeva inoltre che «per combattere efficacemente il Comunismo, bisogna risalire alle sorgenti le più profonde e più vive di pensiero e di vita cristiana, è necessaria cioè, di fronte alla negazione radicale del Cristianesimo e della stessa Religione naturale, una ricostruzione totale della vita cristiana».
È difficile non cogliere, anche a distanza di ottant’anni, l’attualità di questi giudizi, che pur non esaurendo il senso e l’ampiezza del magistero antitotalitario di Pio XI ne rappresentavano un presupposto fondamentale, poi sviluppato nelle singole encicliche secondo le forme e lo stile tipici dei documenti pontifici. Ugualmente attuale risulta un altro aspetto, centrale nell’economia generale dei tre testi, ovvero la difesa della libertà della Chiesa contro le pretese delle ideologie totalitarie.
È a partire dal confronto con il nazionalsocialismo in Germania e con il laicismo anticlericale in Messico, in particolare, che Pio XI formulò i passaggi forse più significativi al riguardo. Nella Mit brennender Sorge il Pontefice dichiarò infatti che «il credente ha un diritto inalienabile di professare la sua fede e di praticarla in quella forma che ad essa conviene. Quelle leggi, che sopprimono o rendono difficile la professione e la pratica di questa fede, sono in contrasto col diritto naturale».
Nella Firmissimam constantiam Papa Ratti affermò invece che «deve ammettersi che la vita cristiana, per svolgersi, ha bisogno pure di ricorrere a mezzi esterni e sensibili; che la Chiesa, essendo una società di uomini, richiede, rispetto alla naturale esigenza della vita e del suo necessario incremento, una legittima libertà d’azione, e che i suoi fedeli hanno diritto di trovare nella società civile possibilità di vivere in conformità ai dettami della loro coscienza». In queste parole alcuni, come il gesuita John Courtney Murray, credettero in seguito di individuare una prima formulazione (nell’ambito del magistero pontificio) del diritto naturale alla libertà religiosa, che sarebbe poi stato solennemente riconosciuto dal concilio Vaticano II. A prescindere dalle molte possibili interpretazioni sul punto, non è senza significato che proprio la Mit brennender Sorge e la Firmissimam constantiam siano gli unici documenti di Pio XI citati nella dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa Dignitatis humanae (7 dicembre 1965).
L'Osservatore Romano, 14-15 marzo 2017