domenica 19 marzo 2017

Vaticano
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Qualche mese dopo la sua salita al soglio pontificio Papa Francesco, in una lunga e articolata intervista al direttore di Civiltà Cattolica padre Antonio Spadaro, volle renderci partecipi della sua visione della Chiesa come un grande ospedale da campo. Fu una grande notizia, una di quelle di cui ancora oggi si scrive e si parla con disinvoltura e con ricercatezza filosofica. Sentire il nuovo Santo Padre equiparare la Chiesa a quello che deve essere un ospedale da campo, dove si curano le ferite di chi ha bisogno di aiuto immediato, era di per sé qualcosa di innovativo, di stimolante e, per certi versi, di originale.
La spiegazione del Papa di questa sua affermazione era molto chiara e lineare, e già metteva in chiaro la sua visione della Chiesa nel cambiamento caotico della società e del mondo in cui viviamo. Secondo Papa Francesco non era più il tempo di chiedere a chi soffre per le ferite sanguinanti del suo corpo se ha misurato il suo livello di colesterolo o se ha tenuto costantemente sott’occhio il livello di glicemia nel sangue.
Son passati quasi 4 anni da quella frase, da quel ricorrere alla figura dell’ospedale da campo per descrivere in maniera così netta la funzione, o meglio bisognerebbe dire missione, di una Chiesa che evolve con i tempi e che deve portare avanti quella dottrina che ha le sue salde radici nel Vangelo e nell’insegnamento di Gesù Cristo (che noi cristiani diciamo di voler seguire). Per me, che nella vita ho avuto modo di progettare, realizzare, montare e smontare, gestire e attendere tanti ospedali da campo in tante situazioni di emergenza, sofferenza e difficoltà, quelle parole del Papa assumevano un valore ancor più vigoroso e entusiasmante. Se il Santo Padre si fosse limitato a dire la parola “ospedale”, senza aggiungere altro, non avrei avuto quel trasporto emotivo che invece ho provato sentendo le parole “da campo” aggiunte al soggetto principale.
Per me quelle tre parole messe una appresso l’altra significavano qualcosa di molto preciso, qualcosa di molto profondo, qualcosa di molto particolare, ciò nonostante nello stesso momento capivo che, per chi non aveva mai avuto a che fare con gli ospedali da campo nella sua vita, poteva esserci il concreto rischio di non capire, di non comprendere, di non percepire fino in fondo quelle parole e la portata di una così piccola grande frase.
Cos’è un ospedale da campo ? Quando la sua realizzazione è necessaria ? Quali sono le caratteristiche di un ospedale da campo ? Che cosa c’è di diverso tra un ospedale da campo e un normale nosocomio cittadino dove tutti noi, prima o poi, dobbiamo recarci, se non altro per la nascita di una nuova vita a noi molto cara ? Perché non basta che la Chiesa sia un semplice, magari grande, attrezzatissimo e polivalente ospedale, ma deve essere una struttura “campale” ?
Molte di queste domande trovavano in me una istantanea e istintiva risposta. L’esperienza mi dava la possibilità di replicare a tutte queste domande con una meditazione ulteriore: Perché la società di oggi ha necessità di una Chiesa “ospedale da campo” che guarda prima all’esigenza di salvare ogni uomo e poi si pone i restanti problemi ? L’esperienza di aver capito sul terreno quale fosse la vera natura di un ospedale da campo mi faceva chiedere come mai il Papa sentisse il bisogno di ricorrere a quel paragone. L’esperienza di poter  comprendere, davanti alle tante ferite aperte di chi si trova improvvisamente travolto da guerre, conflitti, esodi e calamità nel suo semplice, quotidiano e, forse anche monotono, cammino di vita, la radice di quella differenza tra semplice ospedale e un ospedale da campo mi portava a chiedermi: Potranno capire tutti questo messaggio del Papa?
Pian piano, leggendo tanti commenti e tanti articoli sull’argomento in questi anni, mi sono reso conto che per molti fedeli, forse troppi, quelle parole del Papa potevano restare troppo “vuote” di significato. C’era e c’è tuttora il rischio di non comprendere sino in fondo la portata di quel messaggio e relegarlo a mero slogan di un pontefice che sa comunicare molto bene con le masse che lo ascoltano.  Il pericolo latente era quello di fermarsi solo su ciò che sembrava a prima vista preponderante, ossia la necessità che un medico curasse le ferite di chi viene coinvolto in questi fenomeni transitori di guerra o di violenza della natura senza aggiungere altro a ciò che quel messaggio voleva dirci. Insomma, molti si sono limitati ad aspettarsi che la Chiesa diventasse una ONG internazionale dedita ad aprire strutture sanitarie di emergenza nei luoghi e dei teatri di conflitti o calamità. Il tutto come se il messaggio fosse una sorta di mera indicazione di programma o l’enunciazione marketing di una grande società per azioni.
Solo chi ha realmente vissuto sulla propria pelle la vita concreta di un ospedale da campo, sia da soccorritore che da destinatario di quel servizio, può realmente capire la forza “rivoluzionaria”  di quel messaggio di Papa Francesco per tutti quelli che si definiscono cristiani e sono chiamati a essere parte attiva della Chiesa. A noi tutti capita spesso di avere a che fare con gli ospedali. Ci capita ogni giorno, chi per cose lievi chi, invece, per cose molto più complicate di doverci rivolgere all’aiuto dei medici. L’ospedale, quello che vorremmo sempre stesse alla larga da noi ma che ci serve quando ci sentiamo male o di cui abbiamo bisogno per curarci da una malattia diagnosticata, è lì ad aspettarci. Quando ne abbiamo bisogno lasciamo le nostre case, i nostri familiari, i nostri amici, i nostri affetti, le nostri abitudini e corriamo in ospedale per affidarci alle cure e alla professionalità dei medici. L’ospedale, quello che ci capita di nominare spesso nella nostra vita, è una sorta di parentesi nella nostra esistenza quotidiana. Speriamo sempre sia una parentesi sempre più piccola e limitata, ma sappiamo che lì, da qualche parte, troveremo un ospedale con medici e infermieri che possono e, soprattutto devono (per noi essere curati è un diritto e ci dimentichiamo che per molti altri non lo è affatto), occuparsi di noi quando ne abbiamo bisogno. Tanti sono stati gli autori che hanno voluto usare parallelismi o similitudini per indicare e descrivere gli ospedali. C’è chi li ha chiamati degli “alberghi della salute” dove si va per qualche tempo a ritrovare la buona condizione fisica che ci fa qualche scherzo, oppure c’è chi li ha definiti come delle “officine speciali” che ti rimettono in sesto o ti assistono fino al momento del definitivo ritiro.
Si, in effetti questa è la percezione che abbiamo degli ospedali normali. Tuttavia gli ospedali da campo sono molto diversi. Non perché alla fine dei giochi al loro interno non si facciano le stesse cose che si fanno dentro le sale operatorie o le astanterie di un normalissimo ospedale di città. Anche negli ospedali da campo i medici, gli infermieri, gli specialisti e i tecnici di laboratorio sono sicuramente gli attori principali chiamati a dare vita, a curare, a cercare di salvare ogni esistenza che si ha tra le mani. Ciò che cambia però è il contesto, è la percezione che, chi è in difficoltà, ha di quell’ospedale da campo, è il sentimento di chi deve essere curato e di chi deve curare.
In un contesto normale è il malato che si reca in ospedale, sa dove andare, conosce la strada per raggiungere quell’edificio, trova i cartelli che indicano la strada giusta e i reparti appropriati alla sua situazione specifica. In questi casi il malato, il ferito, chi ha bisogno di cure ha dentro di se la fiducia e la speranza concreta che l’ospedale e i suoi medici siano solo una tappa della sua personale vita. Questi pazienti entrano negli ospedali con la convinzione che possano essere presto rimandati a casa guariti o, comunque, in condizioni di poter riprendere in qualche modo quella vita di ogni giorno che, spesso e volentieri, abbiamo paura di perdere solo quando capiamo possa veramente accadere.
Nelle situazioni di emergenza è, invece, l’ospedale da campo che va dove i propri potenziali utenti soffrono e hanno bisogno di cure. Chi è ferito o sta male in situazioni di guerra, di conflitto o di grandi calamità non sa più dove andare, non trova più quella strada o quel sentiero per raggiungere l’ospedale, non è più in grado di raggiungere la meta dove è sicuro di poter trovare aiuto e soccorso. Pian piano il ferito si deprime, più soffre nella carne e più si lacera nello spirito. Per questo è il soccorritore che deve andare lì sul posto, montare le sue tende, dare energia elettrica con i suoi gruppi elettrogeni, allestire i letti e le sale operatorie improvvisate, fornire il cibo quotidiano, dare una carezza e un sorriso. Ma non solo, bisogna anche scendere in strada con le ambulanze, con le barelle e cercare chi ha bisogno di aiuto perché spesso questi non sanno che vicino a loro è stato realizzato un ospedale da campo che può aiutarli a salvarsi per riniziare a vivere. Non lo sanno perché semplicemente non lo conoscono, perché nessuno ha detto loro che quell’ospedale da campo è stato realizzato proprio per loro, perché si sono arresi all’impossibilità di poter raggiungere quell’ospedale normale che conoscevano come loro solo punto di riferimento e che ora è distrutto dalle bombe, dalla guerra civile, dai saccheggi o dalla violenza di una natura che si ribella all’uomo e a ciò che ha impunemente voluto fare del Creato.
L’attore principale di un ospedale da campo è di certo il medico che ti cura. Non può che essere così perché chi è ferito e perde sangue va curato con la professionalità, la capacità e la conoscenza di chi è medico. In un ospedale da campo più che in ogni struttura pubblica stabile di soccorso il medico ha la possibilità di salvarti e il suo agire è ancor di più determinante. Non c’è infatti tempo di sottoporre il paziente ad altre analisi ed esami con macchinari inesistenti, a visite ulteriori di specialisti che non ci sono, di consulti con professori e luminari della medicina che sono altrove e non possono essere raggiunti neanche al telefono perché di linee telefoniche utili non ce ne sono. No, negli ospedali da campo il tempo è ristretto, le decisioni simultanee, le scelte immediate. Spesso negli ospedali da campo la vita di chi hai davanti a te è totalmente nelle tue mani di medico, medico che ha giurato di salvare ogni vita umana mettendo in opera tutto ciò che avuto modo di imparare e di praticare.
Tuttavia chi ha bisogno dell’ospedale da campo è molto diverso da un utente che ha bisogno delle cure di un ospedale classico. Lo è perché chi entra in un ospedale da campo sa che quella struttura è l’unica cosa che lo separa dal baratro totale, non ha altra strada, non ha altra scelta. Chi entra ferito in un ospedale da campo, spesso, non ha più una casa ad aspettarlo, una famiglia ad attenderlo, una vita normale da riprendere dopo aver superato la sofferenza della malattia e del trauma. Chi entra in un ospedale da campo sa che con tutta probabilità nessuno verrà a fargli visita e che, mentre lui è lì per le cure, fuori, appena oltre il perimetro di quelle tende che lo ospitano, la guerra continua, il dolore aumenta, la paura non cessa. Chi entra in un ospedale da campo spesso sa che fuori non c’è più nulla di ciò che è stata la sua vita e che quell’ospedale è il suo solo punto fermo da cui poter ripartire. Chi entra in un ospedale da campo ha bisogno di doppie cure. Ha necessità del medico e degli infermieri che devono garantire quelle cure indispensabili, che devono cercare ogni tentativo per strapparlo alla morte e per alleviare le sue sofferenze. Ma ha anche il bisogno di ricostruire quel barlume di speranza sul domani che ha perso, che non riesce più ad alimentare, che lo porta persino ad essere remissivo durante le cure dei medici. Chi entra come paziente in un ospedale da campo non deve lottare solo contro i danni fisici e le malattie, ma anche con lo scoraggiamento, con l’illusione, con la tristezza e la completa sfiducia verso il futuro e verso i suoi simili che lo hanno condotto in quel vicolo cieco dal quale molte volte è più difficile uscire per la prostrazione mentale che per quella fisica. 
Proprio per questo gli ospedali da campo rappresentano, durante le guerre e i conflitti, quell’oasi di speranza in un deserto di cieca violenza e totale distruzione. Non si tratta solo di curare il corpo delle vittime ma di occuparsi anche dello spirito di chi crede di aver perso tutto e prova odio, paura, terrore e arrendevolezza davanti a ciò che gli accade. Non si tratta solo di ricucire ferite, di bloccare emorragie, di rivitalizzare un fisico tremendamente provato, ma anche di ridare una motivazione concreta alla vita, di bloccare l’odio che spinge verso la vendetta, di mostrare quella misericordia e quell’affetto che possono essere quell’indispensabile scintilla da cui far rinascere la fiammella della speranza.  L’ospedale da campo, più di quelli normali, ha bisogno di tante mani laboriose che si buttano a capofitto nell’impresa senza mai perdersi d’animo, neanche davanti ai tanti corpi straziati portati dentro le tende per un disperato ultimo tentativo di vita che però non sempre riesce. Mai. Ogni cosa in un ospedale da campo è un’impresa da “eroi”, qualsiasi cosa. Garantire l’energia elettrica alle sale operatorie senza sbalzi di tensione, tenere pulite le tende calpestate da un via vai frenetico, fornire l’acqua potabile utile alla sterilizzazione degli ambiente, assicurare gli approvvigionamenti continui sotto le bombe o con le macerie sparse ovunque, proteggere il perimetro del campo, dare conforto a chi, avendo perso tutto, non vuole più continuare a vivere e si lascia morire dentro soprattutto per ciò che non potrà più avere che per i danni fisici subiti.
L’ospedale da campo è il simbolo di quell’unione concreta e laboriosa che permette di compiere tanti miracoli ridando non solo la vita ma anche la speranza a chi era dato per spacciato o a chi non aveva più alcun motivo per credere nella speranza, nel futuro, nell’uomo e, soprattutto, in un Dio misericordioso. L’ospedale da campo è la sintesi di come l’uomo possa unire ciò che può fare per far fronte anche a ciò che non capisce o non comprende con l’obiettivo di superare anche quelle difficoltà e quelle situazioni di enorme difficoltà che sembrano non avere soluzione. L’ospedale da campo è ciò che serve oggi alla nostra società dove lo scarto e l’indifferenza, spesso taciute o peggio tollerate con sufficienza, rendono le sofferenze fisiche dell’uomo meno dolorose o addirittura meno letali delle ferite spirituali di chi le subisce.
Ecco perché dobbiamo rileggere quell’intervista di Papa Francesco senza cadere nella tentazione di generalizzare troppo e di voler sempre e comunque privilegiare il messaggio come se fosse uno slogan pubblicitario di un qualche prodotto sul mercato. L’idea di una Chiesa ospedale da campo merita, ancora oggi, una attenta riflessione non su quanto si è riusciti a fare come comunità dei fedeli ma su quanto siamo riusciti a far nostro quel pensiero nell’agire quotidiano di fronte alle tante guerre, conflitti e calamità che travolgono la nostra società. Guerre, conflitti e calamità che non sono solo situazioni fisiche ben definite territorialmente e temporalmente, ma che coinvolgono tutti noi nella vita quotidiana di fronte a tante situazioni che creano scarto, indifferenza e provocano enormi ferite nei nostri fratelli che hanno perso la strada verso gli ospedali normali e hanno bisogno di un ospedale da campo che li raggiunga dove sono e faccia capire loro di non essere soli. Proprio per questo dovremmo tutti sentirci un po’ come quei medici, quegli infermieri e tutte quelle persone che lavorano negli ospedali da campo e che non possono delegare a nessuno ciò che sentono come loro dovere.