giovedì 16 marzo 2017

Vaticano
In «Amoris laetitia». L’ultima parola
L'Osservatore Romano
(Salvador Pié-Ninot) Di fronte all’esortazione apostolica Amoris laetitia che raccoglie le riflessioni dei sinodi dei vescovi sulla famiglia del 2014 e del 2015, si sono levate alcune voci pubbliche di critica sotto forma di “dissenso”, e perciò può essere importante riflettere teologicamente su questa delicata questione. A fare da guida è il documento della Congregazione per la dottrina della fede, l’istruzione Donum veritatis, sulla vocazione ecclesiale del teologo, pubblicato nel 1990 dal cardinale Joseph Ratzinger, che affronta il tema nel capitolo «Il problema del dissenso» (nn. 32-41).
Ricordiamo, per inquadrare meglio tutta la questione, che, seguendo la suddetta istruzione, il tipo di magistero applicabile all’esortazione apostolica Amoris laetitia è quello ordinario non definitivo, che ha come obiettivo proporre «un insegnamento, che conduce a una migliore comprensione della rivelazione in materia di fede e di costumi, e direttive morali derivanti da questo insegnamento… [che] anche se non sono garantite dal carisma dell’infallibilità, non sono sprovviste dell’assistenza divina, e richiedono l’adesione dei fedeli» (n. 17).
Si noti come questa precisa descrizione si realizzi in Amoris laetitia e perciò «la volontà di consenso leale a questo insegnamento del magistero in materia di per sé non irriformabile, deve costituire la norma», tenendo presente che comporta «giudizi prudenziali», anche se si annota accuratamente che ciò non significa che «non goda dell’assistenza divina nell’esercizio integrale della sua missione» (Donum veritatis, n. 24; si veda anche, di chi scrive, l’articolo sul magistero di Amoris laetitia nell’Osservatore Romano del 24 agosto 2016). Va inoltre notato come Amoris laetitia (n. 3) riconosca una pluralità a livello pratico, poiché esistono «diversi modi e conseguenze» dato che «nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cfr. Giovanni, 16, 13)».
Ed è in questo contesto che appaiono alcune formulazioni — che forse possono aver suscitato qualche interrogativo perché non usuali — come il principio decisivo per Amoris laetitia della «gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge» (n. 295).
Nel suo approccio all’«esercizio prudenziale» l’enciclica ricorda l’istruzione Donum veritatis che, parlando degli interventi del magistero ordinario non definitivo, dice che sono «di ordine prudenziale» e che implicano «giudizi prudenziali» (n. 24). È quindi questo principio decisivo a rendere possibile una pluralità pratica che era già stata espressa nella relazione finale del sinodo del 2015, al numero 85. Ebbene, perché questo risultato sia frutto di una decisione prudente che non conduca a una pluralità pratica di tipo relativista o puramente soggettivo, risultato di “messaggi sbagliati” (Amoris laetitia, n. 300), c’è urgente necessità di un “discernimento pastorale” che passi per un duplice atteggiamento (cfr. n. 312): in primo luogo i fedeli che vivono «situazioni complesse» si devono avvicinare con fiducia ai rappresentanti della Chiesa — pastori o laici preparati — tenendo presente «che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa» (n. 308); in secondo luogo questi rappresentanti della Chiesa sono chiamati, non a legittimare ogni cosa, ma a capire le situazioni e a «entrare nel cuore del dramma delle persone e […] comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa» seguendo «la strada [...] di Gesù: della misericordia e dell’integrazione» (n. 296). Sarà quindi proprio questo tipo di discernimento pastorale, che cerca di «discernere la volontà di Dio» (Romani, 12, 2), a permettere di «evitare il grave rischio di messaggi sbagliati, come l’idea che qualche sacerdote possa concedere rapidamente “eccezioni”, o che esistano persone che possano ottenere privilegi sacramentali in cambio di favori» (n. 300). È bene tuttavia osservare che questa pluralità applicativa e pratica non dovrebbe trasformarsi — come sembra sia stato per alcuni, sicuramente in buona fede — in un’opportunità per manifestare un certo “dissenso”, sotto forma di critica pubblica, il cui obiettivo porterebbe a rifiutare che «le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi» (n. 300). Amoris laetitia, invece, per comprendere questa delicata situazione, apporta il principio decisivo sopramenzionato, che non comporta una «gradualità della legge» ma una «gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi» (n. 295), confermata dal bisogno di una «coscienza realmente formata» (n. 295), che, per non cadere nel soggettivismo, deve essere «accompagnata dal discernimento responsabile e serio del pastore» (n. 303).
In questa ottica e in riferimento al possibile “dissenso” sotto forma di critica pubblica rispetto al magistero, l’istruzione Donum veritatis ricorda che «la giustificazione del dissenso si appoggia in generale su diversi argomenti, due dei quali hanno un carattere più fondamentale. Il primo è di ordine ermeneutico: i documenti del magistero non sarebbero niente altro che il riflesso di una teologia opinabile […]. In opposizione e in concorrenza con il magistero autentico sorge così una specie di “magistero parallelo” dei teologi [...]. (Il teologo) dispone di regole ermeneutiche, tra le quali figura il principio secondo cui l’insegnamento del magistero — grazie all’assistenza divina — vale al di là dell’argomentazione […] di cui esso si serve» (n. 34). Di fatto, risulta chiaro che «gli interventi del magistero servono a garantire l’unità della Chiesa nella verità del Signore. Essi aiutano a “dimorare nella verità” di fronte al carattere arbitrario delle opinioni mutevoli, e sono l’espressione dell’obbedienza alla Parola di Dio» (n. 35). In tal senso si sottolinea che «la coscienza retta del teologo cattolico suppone pertanto la fede nella Parola di Dio di cui deve penetrare le ricchezze, ma anche l’amore alla Chiesa da cui egli riceve la sua missione e il rispetto del magistero divinamente assistito […]. Se ci si separa dai pastori che vegliano per mantenere viva la tradizione apostolica, è il legame con Cristo che si trova irreparabilmente compromesso» (n. 38).
In questo ambito di riflessione è importante tener anche presente la precisa distinzione teologica tra l’apporto proprio del magistero e quello proprio della teologia, già annunciata da sant’Agostino: «Ciò che comprendiamo, dunque, lo dobbiamo alla ragione; ciò che crediamo all’autorità» (De utilitate credendi, 9). In effetti, in questa ottica si comprende che l’apporto proprio della teologia sia il valore scientifico della sua riflessione e degli argomenti scientifici di cui si avvale. Per contro, l’apporto proprio del magistero non si basa su argomenti scientifici — sebbene possa usarli secondariamente — ma sul valore della testimonianza di fede che reca, poiché la ragione ultima della fede non è l’argomentazione ma «l’autorità dello stesso Dio rivelante, il quale né può ingannarsi, né può ingannare» (Vaticano i, Dei filius, cap. 3). Va tenuto presente che per la fede cattolica il confronto tra il magistero, in questo caso papale, e un’interpretazione teologica che dissente, non è un mero conflitto tra due opinioni, poiché il magistero del Papa non è un’opinione teologica in più, ma nasce da una testimonianza di fede come «interpretazione autorizzata della Parola di Dio» (cfr. Dei verbum, n. 10) da parte di colui che, come successore di Pietro, ha il ministero primaziale di «confermare i propri fratelli» (cfr. Luca, 22, 32; Dei filius; Lumen gentium, n. 25).
Infine, sulla particolarità specifica del primato papale per quel che riguarda il magistero è opportuno ricordare, come precisa la Congregazione per la dottrina della fede nel Documento sul primato (1998), firmato dal cardinale Ratzinger: «Che solo il Papa — o il Papa con il concilio ecumenico — ha, come successore di Pietro, l’autorità e la competenza per dire l’ultima parola sulle modalità di esercizio del proprio ministero pastorale nella Chiesa universale» (n. 13). Non compete dunque ad altri, anche se mossi dalla buona fede, l’ultima parola propria del ministero primaziale nella Chiesa affidato al successore di Pietro. Ecco, quindi, l’atteggiamento fondamentale insito in questo magistero di Papa Francesco, attestato magnificamente in Amoris laetitia e che noi cattolici dobbiamo accogliere, mettere in pratica e testimoniare con il migliore e più vivo spirito di comunione ecclesiale.
L'Osservatore Romano,16-17 marzo 2017