giovedì 16 marzo 2017

Vaticano
Il confessore secondo la Penitenzieria apostolica. Ponte e non posto di blocco
L'Osservatore Romano
Confessarsi «non è come andare dallo psicologo, dallo psichiatra, dal sociologo o semplicemente andare da un amico: prima di tutto, la confessione è l’incontro con Cristo», e questo incontro «dipenderà quasi interamente dal sacerdote». Per questo motivo l’arcivescovo Arthur Roche, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, intervenendo giovedì 16 marzo ai lavori del ventottesimo corso sul foro interno promosso dalla Penitenzieria apostolica, più che su singoli casi relativi all’ordo paenitentiae, ha puntato a definire innanzitutto il ruolo del buon confessore: di un prete, cioè, che «prenda seriamente il suo sacro dovere e che sia pronto a essere un ponte per giungere alla grazia di Dio, piuttosto che un posto di blocco».
Al corso — che dal 14 marzo si svolge nel palazzo della Cancelleria e che culmina la mattina del 17 marzo con l’udienza papale e, nel pomeriggio, con la celebrazione penitenziale presieduta dal Pontefice nella basilica di San Pietro — non sono comunque mancati contributi più “tecnici”, con l’analisi e i suggerimenti pastorali riguardo a casi specifici che si possono presentare al confessore durante la celebrazione del sacramento. La cronaca quotidiana, i fatti che maggiormente scuotono le coscienze attraverso il continuo rimbalzare di notizie e di commenti sui media e in rete (eutanasia, maternità surrogata, adozioni riconosciute alle coppie omosessuali) hanno attraversato anche questi tre giorni di studio e di approfondimento per chi è chiamato, nel confessionale, a essere tramite dell’incontro con la misericordia di Dio. In questo senso, il vescovo Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, prelato canonista e segretario del Pontificio consiglio per i testi legislativi, ha approfondito il tema delle censure con un intervento su «irregolarità e impedimenti all’attenzione del confessore e del penitente», mentre il gesuita Ján Dačok, prelato teologo della Penitenzieria, si è soffermato su alcuni casi di natura morale, come la superficialità della vita spirituale e della testimonianza cristiana nella quotidianità laddove si presentano situazioni in cui è richiesta un’obiezione di coscienza, ma anche su aspetti legati alla morale sessuale, alla vita familiare, alle unioni civili, fino a toccare l’importanza di una sensibilità riguardo peccati contro la giustizia personale e sociale.
Come è stato messo in evidenza dalla relazione di monsignor Giacomo Incitti, prelato consigliere, dal confessore non ci si aspetta semplicemente un’azione di mera “registrazione burocratica” di un comportamento. Dietro i consigli e le regole per una corretta celebrazione del sacramento (che sono stati accuratamente segnalati), non deve infatti mai nascondersi una «mentalità legalistica», nel confessore come nel penitente. Perciò è fondamentale il ruolo della direzione spirituale che si accosta alla celebrazione della riconciliazione con delle caratteristiche precipue approfondite dall’intervento del salesiano Paolo Carlotti, prelato consigliere: «Entrambe — ha detto — su piani e livelli diversi sono qualificata espressione della vita di comunione della Chiesa».
Sempre riguardo alle singole situazioni in cui si possono trovare i confessori, il conventuale Edoardo Brentari ha analizzato alcune categorie e condizioni particolari di penitenti, mentre il frate minore Maurizio Faggioni, prelato consigliere, ha approfondito la complessa tematica relativa alla diffusione dell’ideologia del gender e alla «sfida» che essa pone all’antropologia e all’etica cristiana. Il secondo, tra l’altro, nel suo ampio e dettagliato intervento ha messo in evidenza che «i problemi cui vuole rispondere l’ideologia del genere sono autentici, ma la soluzione proposta è devastante. Risposte sbagliate a domande giuste».
In ogni caso, i singoli aspetti dell’ordo paenitentiae, i vari casi di coscienza, regole e procedure non esauriscono, ha affermato l’arcivescovo Roche, «l’arte di celebrare il sacramento della penitenza». Che, ha sottolineato, «sarebbe semplicemente funzionale» se il confessore non avesse un autentico «cuore sacerdotale». Ha aggiunto il presule: «Lungi dall’essere un guardiano, il sacerdote svolge di più il ruolo di un usciere: accogliendo, camminando al fianco, consentendo così al penitente, attraverso una buona confessione, di trovare la via per la fonte stessa della vita eterna». Il segretario della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti, registrando con preoccupazione e tristezza il «diffuso allontanamento dalla pratica della confessione», ha messo in evidenza come oggi «la gente ha bisogno di essere ascoltata, ha bisogno che i propri desideri più profondi e le difficoltà più intime siano comprese, considerate, appagate e sanate». Il confessore deve essere consapevole del ruolo fondamentale che ricopre, prepararsi a esso continuamente e adeguatamente, ed essere sempre pronto e disponibile. Mai farsi vincere da qualsiasi tipo di stanchezza, consapevole che «la mancanza di volontà di un sacerdote impedisce a Dio di avere l’opportunità di perdonare e di dare la pienezza della salvezza». Un tirarsi indietro che, ha detto il presule, equivale a «rubare la misericordia di Dio».
L'Osservatore Romano, 16-17 marzo 2017