lunedì 20 marzo 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
«Il momento è propizio per raccogliere le pietre dei muri abbattuti e costruire insieme la casa comune». «L’Europa che ho in mente è un’unità politica, anzi spirituale, nella quale i politici cristiani di tutti i paesi agiscono nella coscienza delle ricchezze umane che la fede porta con sé: uomini e donne impegnati a far diventare fecondi tali valori, ponendosi al servizio di tutti per un’Europa dell’uomo, sul quale splenda il volto di Dio». (Giovanni Paolo II)
GIOVANNI PAOLO II TRA STORIA E PROFEZIA
Durante il pontificato di Giovanni Paolo II si assiste alle più notevoli evoluzioni del processo di unificazione e più in generale allo sconvolgimento del quadro geopolitico europeo. La caduta del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione Sovietica, tra il 1989 e il 1991, fanno per così dire da spartiacque del suo pontificato.L’elezione a Papa del cardinale polacco Karol Wojtyla, il 16 ottobre 1978, era apparsa subito a molti come un evento dirompente, che vedeva la Chiesa impegnarsi in prima linea per l’unità di un continente diviso dalle ideologie. La provenienza da un paese del Patto di Varsavia era una vera sfida anche per l’unità della Chiesa europea, in particolare per quella “Chiesa del silenzio” che soffriva, nei paesi comunisti, il problema fondamentale della libertà religiosa.
I POPOLI OPPRESSI DELL’EST EUROPEO
L’identità fortemente cattolica della Polonia e il suo essere un paese del blocco comunista sono un fattore di tensione relativamente al significato dell’elezione. Sin dalle prime parole del  Papa è chiara la consapevolezza che in quella tensione si gioca lo sforzo principale del pontificato. Quello cioè di levare dalla Cattedra petrina la voce dei popoli oppressi dell’est europeo, di denunciare la disumanità di un sistema che programma l’ateismo.
Già nel suo discorso per l’inizio del pontificato, egli consegna all’uditorio di Piazza san Pietro queste parole vibranti, giustamente rimaste famose: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!»(1) . Continuando: «Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!»(2) .
Il processo innescato con la sua elezione, i viaggi in Polonia nel ’79, nell’'83 e nell’‘87, l’avvento del sindacato cattolico Solidarnosc, un vero movimento di massa da lui appoggiato, l’incontro ufficiale in Vaticano con Gorbacev (’89), danno un contrassegno carismatico al pontificato. Il suo è un procedere per gesti simbolici, carichi di conseguenze per i mutevoli equilibri politici.
Lo stesso Wojtyla si sente parte di un disegno preciso della Provvidenza, come testimoniano le parole pronunciate nel corso del suo primo viaggio apostolico in Polonia: «Non vuole forse Cristo, non dispone forse lo Spirito Santo che questo Papa polacco, Papa slavo, proprio ora manifesti l'unità spirituale dell'Europa cristiana?»(3) .  Anche l'attentato in piazza san Pietro del 13 maggio 1981, da cui si salva, rafforzerà in lui la consapevolezza che «in tutto ciò che dico e faccio in adempimento della mia vocazione e missione, del mio ministero, accade qualcosa che non è esclusivamente iniziativa mia»(4) .
In questo quadro di veloci trasformazioni, con l'irruzione sulla scena dei popoli schiacciati dall'oppressione comunista, il processo di unificazione europea segna le sue avanzate.  Dall’’86 la Comunità Europea comprende 12 paesi. Il 1° luglio 1987 entra in vigore l’Atto Unico Europeo, che sancisce la nascita di un mercato interno totalmente liberalizzato. Dal 1979, inoltre, il Parlamento Europeo della CEE viene eletto direttamente dai cittadini.
La visita di Giovanni Paolo II al Parlamento del Consiglio Europeo, nell’ottobre dell’'88, è l’occasione per fare il punto della situazione.
L’EUROPA: UNO SPIRITO COMUNE
Il Papa constata anzitutto che «il nostro incontro si colloca in un momento privilegiato della storia di questo continente, quando un lungo cammino, non esente da difficoltà, è stato già percorso e si annunciano nuove decisive tappe che accelereranno, con l'entrata in vigore dell'«Atto Unico Europeo», il processo di integrazione pazientemente portato avanti negli ultimi decenni»(5) . Le sue parole – in linea con un ormai consolidato magistero «europeistico» dei Pontefici – sono di apprezzamento per gli sforzi di collaborazione tra i Paesi europei. Egli ribadisce il fatto che «sin dalla fine dell’ultima guerra mondiale, la Santa Sede non ha mai smesso di incoraggiare la costruzione dell’Europa»(6) . Tuttavia gli eventi che di lì a qualche anno porteranno alla scomparsa della cortina di ferro, lo inducono a sollevare un problema che non era stato mai toccato dai Papi precedenti.
Il problema, cioè, dell’apertura delle istituzioni comunitarie ai paesi a regime comunista. Afferma il Papa: «se l'Europa vuole essere fedele a se stessa, deve saper raccogliere tutte le forze vive di questo continente, rispettando il carattere peculiare di ogni Paese, ma ritrovando nelle sue radici uno spirito comune. I Paesi membri del vostro Consiglio hanno coscienza di non costituire l'Europa intera; nell'esprimere l'augurio caloroso di vedere intensificarsi la cooperazione, già abbozzata, con le altre nazioni, in particolare del centro e dell'est, ho la sensazione di raggiungere il desiderio di milioni di uomini e donne che sanno di essere legati da una storia comune e che sperano in un destino di unità e di solidarietà a misura di questo continente»(7) .
ORIENTE E OCCIDENTE: «I DUE POLMONI»
Nel corso dei suoi incontri in Francia il Papa del resto aveva parlato di quei “due polmoni”, l’orientale e l’occidentale, che avrebbero restituito all’Europa la sua completa identità. La metafora era stata usata la prima volta durante il suo viaggio in Turchia nel 1979(8) .
Questa dichiarazione va letta insieme alla sua critica dell’ideologia collettivistica. Partendo dal famoso versetto di Matteo su ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (Mt, 22,21), il Papa aveva sviluppato il tema della legittima laicità dello Stato in maniera  molto originale, concludendo, in evidente riferimento alla concezione totalitaria del comunismo: «Dopo Cristo, non è più possibile idolatrare la società come grandezza collettiva divoratrice della persona umana e del suo destino irriducibile»(9) .
In Wojtyla dunque l’apertura all’est europeo era ipotizzabile con la caduta dei regimi comunisti. Quello che in effetti accadrà sarà la veloce, oltre che pacifica, dissoluzione del blocco orientale, iniziata con la vittoria di Solidarnosc nelle elezioni in Polonia nel giugno ’89 e terminata con il collasso dell’Unione Sovietica nel dicembre ’91. Nel frattempo il Muro di Berlino era stato abbattuto e la Germania riunificata (ottobre ‘90).
Tutto questo significava la fine di un’epoca. Il Papa osservava attentamente quegli eventi.
«L’anno che si è appena concluso – afferma in un discorso al Pontificio Consiglio per la Cultura  nel gennaio 1990 – è stato ricco di avvenimenti eccezionali»(10) . Egli prende atto della fine del comunismo, il nemico storico della Chiesa del Novecento: «Sistemi che si autoproclamavano scientifici di rinnovamento sociale, oppure di redenzione dell’uomo da sé, miti della realizzazione dell’uomo attraverso la rivoluzione, si sono rivelati, agli occhi di tutti, per quel che erano: tragiche utopie che hanno provocato un regresso senza precedenti nella storia tormentata dell’umanità»(11) . Aggiungendo: «Il mondo attuale riscopre che, lungi dall’essere l’oppio dei popoli, la fede in Cristo è la migliore garanzia e stimolo della loro libertà»(12) .
Dall’analisi del fallimento ideologico, egli passa all’intera Europa, che «s’interroga sul suo avvenire»(13) .
COSTRUIRE INSIEME LA «CASA COMUNE»
«L’Europa – continua il Papa –, per necessità, cerca di ridefinire la sua identità al di là dei sistemi politici e delle alleanze militari. Essa si riscopre continente di cultura, terra irrigata dalla millenaria fede cristiana e, al tempo stesso, nutrita di un umanesimo laico percorso da correnti contraddittorie. In questo momento di crisi, l’Europa potrebbe essere tentata di ripiegarsi su se stessa, dimenticando momentaneamente i legami che la uniscono al vasto mondo. Ma forti voci, dall’Est all’Ovest, la esortano ad innalzarsi alla dimensione della sua vocazione storica, in quest’ora al tempo stesso drammatica e grandiosa»(14) .
Wojtyla vede negli avvenimenti dell’‘89 il momento di liberazione delle energie insopprimibili dei popoli, formate da un nucleo di valori che la Chiesa ha sempre affermato. «In paesi nei quali per anni un partito ha dettato la verità in cui credere e il senso da dare alla storia – annota nel tradizionale discorso al corpo diplomatico di inizio anno –, questi fratelli hanno dimostrato che non è possibile soffocare le libertà fondamentali che danno un senso alla vita dell’uomo: la libertà di pensiero, di coscienza, di religione, d’espressione, di pluralismo politico e culturale»(15) .
L’analisi si estende, quasi per necessità, alle democrazie occidentali, che recano appunto tali libertà a fondamento della loro antropologia.
Il Papa usa una metafora assai efficace: «Il momento è propizio per raccogliere le pietre dei muri abbattuti e costruire insieme la casa comune»(16) . Egli eloquentemente parla di costruzione della nuova realtà comunitaria europea, indicando la necessità di assumere dei valori fondanti non riducibili esclusivamente alla concezione liberale. Nota anzi che le società sviluppate mostrano una «deliberata assenza di ogni riferimento morale trascendente»(17) . Da qui prende spunto una serrata critica del modello di vita occidentale, segnato da «controvalori quali l’egoismo, l’edonismo, il razzismo, e il materialismo pratico»(18) . E manifesta la preoccupazione che l’integrazione dell’est si traduca in una selvaggia adesione al modello di vita occidentale: «Non bisogna che i nuovi arrivati alla libertà e alla democrazia siano delusi da coloro che in qualche modo ne sono i “veterani”. Tutti gli europei sono provvidenzialmente chiamati a ritrovare le radici spirituali che hanno fatto l’Europa»(19) .
UN’EUROPA DELLO SPIRITO
In Giovanni Paolo II l’Ottantanove appare come un momento di crisi e di rivelazione della storia europea. Le rivoluzioni pacifiche che abbattono come un domino tutti gli steccati dell’odio, sono la testimonianza della ricchezza spirituale dei popoli, del loro senso specifico di libertà attinto al patrimonio ideale europeo forgiato dal cristianesimo. La fine del comunismo nel continente non è solo la constatazione del fallimento storico di un sistema politico-ideologico, ma è anche l’occasione per interrogarsi sull’umanità o meno del sistema reduce e di metterne in evidenza gli errori di fondo. L’epoca che si apre non deve appiattirsi sul modello delle democrazie occidentali – sempre più secolarizzate e in crisi di identità per la fine di quelle stesse ideologie illuministiche da cui derivano – ma deve rileggerle alla luce del messaggio cristiano, capace di sintesi tra i processi storici. Solo così è possibile trarre insegnamento dall’Ottantanove, convogliare la crisi del continente in energie costruttive. Solo così è possibile costruire un’«Europa dello Spirito»(20) .
Durante il suo viaggio in Cecoslovacchia nell’aprile del ’90, il Papa aveva annunciato un Sinodo per l’Europa. In seguito aveva spiegato che il Sinodo avrebbe avuto come compito, «scrutando i “segni del tempo” che sono veramente eloquenti»(21) , quello di «definire le vie sulle quali la Chiesa del nostro continente deve camminare in vista degli adempimenti collegati con l’ormai vicino terzo millennio della nascita di Cristo»(22) .
Già al suo annuncio a Velehard, presso il santuario di san Metodio – che il Papa, assieme a san Cirillo, aveva proclamato compatrono d’Europa con la lettera apostolica Egregiae virtutis nel 1980 – il Sinodo dei vescovi aveva assunto una chiara impronta ecumenica. Nella mente di Giovanni Paolo II l’unificazione dell’Europa sarebbe passata necessariamente attraverso la riconciliazione dei cristiani cattolici e ortodossi. Nella sua enciclica sull’ecumenismo aveva scritto che «il segno dell'unità tra tutti i cristiani» sarà «via e strumento di evangelizzazione»(23) . Aggiungendo: «Come, infatti, annunciare il Vangelo della riconciliazione, senza al contempo impegnarsi ad operare per la riconciliazione dei cristiani?»(24) .
Ai lavori erano stati, in effetti, invitati anche rappresentanti delle chiese riformate e ortodosse. Tra queste ultime, però, solo il Patriarca di Costantinopoli aveva accettato l’invito. Aveva destato stupore invece la reazione del Patriarca di Mosca Alessio II, che in comunicato aveva annunciato il venir meno delle relazioni missionarie con la Chiesa di Roma dopo il raggiungimento della piena libertà religiosa dei paesi dell’est. Era il problema – che il pontificato wojtyliano non sarebbe riuscito a risolvere – della ricostituzione delle antiche diocesi cattoliche soppresse dai regimi comunisti, avvertite dagli ortodossi come una “aggressione” missionaria(25) .
Il Sinodo concluse i lavori con una Dichiarazione finale il 13 dicembre 1991, nella quale venivano toccati tutti i nodi del problema europeo, ponendo il contributo della Chiesa in termini precisi. Veniva scritto nel documento finale: «Il principio della dignità della persona umana – con i diritti fondamentali che le appartengono antecedentemente a ogni statuizione sociale, e che pertanto non possono venirle negati o sottratti neppure attraverso una decisione della maggioranza –, il principio della sussidiarietà – che concerne i diritti e le competenze di tutte le comunità –, e quello della solidarietà – che postula l’equilibrio tra  più deboli e i più forti –, possono costituire, in verità, come le colonne della nuova società che dev’essere edificata in Europa»(26) . Inoltre i vescovi indicavano nella nuova evangelizzazione la sfida «per la costituzione di una società più umana»(27) .
Le riflessioni dei vescovi avevano beneficiato di due documenti importanti del Magistero di Giovanni Paolo II, l’esortazione apostolica Christifideles laici (‘88), sul ruolo del laicato cattolico nella Chiesa, e Centesimus annus (‘91), l’enciclica sociale in occasione del centesimo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII.
SOLIDARIETÀ E RINNOVAMENTO INTERIORE
Il Papa rileva «il fenomeno della scristianizzazione che colpisce i popoli cristiani di vecchia data e che reclama, senza alcuna dilazione, una nuova evangelizzazione»(28) , ponendo subito le premesse di una solidarietà improntata anzitutto ad un rinnovamento interiore, per non correre il rischio di esportare il secolarismo occidentale ai popoli appena liberati. Che, a loro volta, devono riscoprire il proprio patrimonio spirituale senza cadere nella tentazione dei nazionalismi risorgenti (di cui l’ex Jugoslavia dà in quegli anni drammatici esempi. Nel ‘97 il Papa decide di celebrare la messa a Sarajevo, la città straziata dall’assedio dei serbi e dalla pulizia etnica).
Inoltre egli propone la conversione delle economie collettivizzate in economie di libero mercato per rispondere ai bisogni materiali dei popoli in evidente difficoltà(29) , senza dimenticare però che «non si tratta solo di elevare tutti i popoli al livello di cui godono oggi i Paesi più ricchi, ma di costruire nel lavoro solidale una vita più degna, di far crescere effettivamente la dignità e la creatività di ogni singola persona, la sua capacità di rispondere alla propria vocazione e, dunque, all'appello di Dio, in essa contenuto»(30) .
In questa prospettiva deve essere sottolineata l’analisi del Papa sui rischi della secolarizzazione nei paesi appena liberati. Scriveva padre Andrzej Koprowski in quegli anni sulla Civiltà Cattolica: «Si può notare come “il socialismo reale”, sebbene sia stato vissuto come un’imposizione e un nemico, abbia lasciato tracce profonde nella mentalità delle persone, tracce che sono in un certo senso indipendenti dal loro sistema di valori condivisi»(31) .
Già in occasione del suo viaggio in Polonia nel 1991, Giovanni Paolo II avvertì i suoi connazionali contro il consumismo dell’Occidente, che si sarebbe dimostrato nel tempo un facile alleato del materialismo marxista ormai permeato in anni di propaganda ed oppressione. Disse il Papa a voce forte nella sua omelia a Wloclawek di «non lasciare (…) che si venga coinvolti in tutta questa civiltà del desiderio e del godimento che spadroneggia in mezzo a noi, autonominandosi “europeismo”, spadroneggia in mezzo a noi approfittando dei vari mezzi di trasmissione e di seduzione. È questa la civiltà o piuttosto l’anti-civilità? La cultura – o piuttosto l’anti-cultura? Qui occorre ritornare alle distinzioni elementari. La cultura infatti è quello che rende l’uomo più uomo. Non ciò che soltanto consuma la sua umanità»(32) . La critica serrata al liberalismo selvaggio affiorerà costantemente nel suo magistero sociale, non riconoscendo al modello uscito vincitore dalla contrapposizione ideologica con il comunismo una sua validità intrinseca, ma affermando la necessità che la libertà non va solo concessa, ma anche educata(33) .
In questi anni nei quali il Magistero romano – in stretta sintonia con i vescovi del continente e con esponenti di altre confessioni – propone una precisa strategia di ricostruzione spirituale di tutta l’Europa e ne approfondisce l’analisi dei valori e dei disvalori legati alle sue forme democratiche, si registrano importanti novità in ambito comunitario.
Nel 1986 gli Stati membri della CEE sono diventati quindici. Rappresentano un mercato compatto – anche se non totalmente liberalizzato - che copre praticamente tutta l’Europa occidentale. Inoltre, a vari intervalli a partire dal 1985, sempre più Stati aderiscono agli accordi di Schengen per l’eliminazione delle frontiere nazionali.
In un clima di ottimismo e di nuova fiducia, i governi firmano a Maastricht il Trattato che crea una nuova entità sovranazionale, l’Unione Europea, che sostituisce le tre precedenti comunità nate negli anni ’50 (Ceca, CEE, Euratom) e indica inoltre l’obiettivo della moneta unica. L’insediamento della Banca Centrale Europea, nel giugno ’98, prepara l’ingresso dell’euro (1° gennaio 2002) che abolisce le valute nazionali di dodici Paesi.
L’evento rappresenta l’apogeo della linea funzionalista, rilanciata negli anni ’80 con la firma dell’Atto Unico. In un discorso al corpo diplomatico segnato dall’attentato terroristico alle Torri Gemelle, il Papa, di fronte alle nuove tensioni che investono l’occidente, ricorda l’importanza dell’euro: «Tra i motivi di soddisfazione, va senz’altro menzionata l’unificazione progressiva dell’Europa, di cui è simbolo la recente adozione, da parte di dodici Paesi, di un’unica moneta. Si tratta di una tappa decisiva nella lunga storia di questo continente»(34) .
Il processo comunitario coinvolge ora anche l’elaborazione di una mappa giuridica dell’Unione, che per ora fa un sostanziale riferimento alla Convenzione sottoscritta a Roma nel 1950.
UN’UNIFICAZIONE ANCORATA AI VALORI
L’8 dicembre del 2000 è approvata a Nizza la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Si tratta del primo tentativo – poi ulteriormente chiarito dalla gestazione del Tratto di Costituzione – di superare la vecchia linea funzionalista e di dare al processo una fondazione valoriale, al di là della strumentalità dell’integrazione economica. Nel Magistero pontificio da Pio XII a Paolo VI tale esigenza era stata più volte affermata. I Papi inoltre vedevano l’unificazione europea come un movimento dal basso, che poggiasse sulla maturazione nei popoli dell’ideale europeista. Il fattore sociale avrebbe dato un senso alla politica comunitaria e le avrebbe istillato il retroterra cristiano di quell’ideale, sottraendolo dalle costruzioni meramente tecnicistiche e, quindi, dalla percezione di un processo estraneo imposto dall’alto.
La Carta, sotto questo aspetto, accoglieva finalmente le preoccupazioni della Chiesa, manifestando la sensibilità, nei politici europei, di ancorare l’unificazione ad un insieme di valori, e di configurarla come un vero spazio di valori condivisi. Veniva posto però in questo modo il problema della cittadinanza europea.
A Nizza, scrive lo storico Roberto De Mattei, «nell’impossibilità di fondare la cittadinanza europea su una nazione o su un popolo europeo, vollero ancorarla ad una costituzione, ossia ad un nucleo di nuovi principi e diritti. La nuova Europa sarebbe stata fondata non più su tratti culturali specifici e particolari, ma sull’astratto principio di cittadinanza, attraverso un itinerario che dalla “moneta senza Stato” giungesse a una “Costituzione senza Stato”»(35) .
In altre parole veniva raccolto un nucleo di valori astratti su cui successivamente identificare un demos europeo, che ora non poteva esistere. La spiccata impronta antinaturalistica di questo processo sarebbe stata ancora più evidente durante la discussione del Trattato di Costituzione.
La Carta di Nizza consta di un Preambolo nel quale si è voluto indicare un insieme di valori che orientino la comprensione del testo nel suo insieme. Si afferma: «Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l'Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell'Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia”(36) .
Vi è quindi un riferimento vago al «patrimonio spirituale e morale» dell’Europa, senza il minimo richiamo non solo al cristianesimo, ma alle tradizioni religiose europee in genere. «Non solo infatti – ricorda De Mattei – non fu accettata la richiesta dei democristiani tedeschi di inserire un riferimento all’identità cristiana dell’Europa, ma, per la ferma opposizione del presidente francese Chirac, fu bocciato perfino il compromesso che proponeva di sostituire la formula “patrimonio spirituale e morale” con quella, pur vaga di “retaggio spirituale, umanistico e religioso”»(37) .
Durante i lavori il Papa aveva fatto sentire la sua voce per vedere riconosciuti nella Carta almeno i «principi di base della vita sociale»(38) . Questi valori erano stati così descritti:
«l'Europa può e deve lavorare per difendere ovunque la dignità dell'uomo, sin dal suo concepimento, per migliorare ancor di più le sue condizioni di esistenza operando in favore di una giusta distribuzione delle ricchezze, e dando a tutti gli uomini un'educazione che li aiuterà a diventare attori della vita sociale, e un lavoro che permetterà loro di vivere e di provvedere alle necessità dei loro cari. A questo proposito, bisogna anche ricordare in ogni occasione opportuna e non opportuna il posto e il valore inestimabile del legame coniugale e della famiglia, che non possono essere messi su un piano di uguaglianza con altri tipi di relazione, senza destrutturare fortemente il tessuto sociale e rendere sempre più vulnerabili i bambini e i giovani»(39) .
ACCOGLIENZA, SCAMBIO, RICONCILIAZIONE
Inoltre egli ricorda «la necessità di aprire nuove prospettive di accoglienza e di scambio, ma anche di riconciliazione, tra le persone, i popoli e le nazioni europee»(40) . E infine il ruolo dei cristiani, i quali «non soltanto possono unirsi a tutti gli uomini di buona volontà per lavorare alla costruzione di questo grande progetto, ma più ancora essi stessi sono invitati a esserne in un certo senso l'anima, indicando il vero significato dell'organizzazione della città terrena»(41) .
Nella lettera il Papa non chiede che il cristianesimo sia richiamato nella Carta, ma è evidente che i principi da lui esposti si richiamano a quel patrimonio e il loro riconoscimento può essere assicurato solo sulla base di una chiara formulazione.
Invece nel testo è prevista una serie di diritti a carattere individualistico, il cui cuore è rappresentato dall’articolo 21 che dichiara vietata ogni forma di discriminazione fondata sulla nascita, la razza, il colore della pelle, l’origine etnica e sociale, la religione, la lingua, le tendenze sessuali. Viene affermato in tal modo un principio di non discriminazione che, letto ad esempio alla luce dell’articolo sul diritto di costituire una famiglia (art. 9), implica, anche se in maniera sommessa, la liceità del matrimonio tra coppie omosessuali.
«La pretesa di abolire ogni forma di discriminazione costituisce dunque un atto di cui vanno misurate le gravi conseguenze sulla società»(42) , nota ancora Roberto De Mattei.
LA CARTA COSTITUZIONALE SENZA RIFERIMENTO A DIO
Su queste basi si può capire l’atteggiamento di Giovanni Paolo II all’indomani dell’approvazione della Carta. Appena sei giorni dopo, il 14 dicembre del 2000, il Papa esprime tutto il suo rammarico in occasione dell’anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno: «Non posso nascondere la mia delusione per il fatto che non sia stato inserito nel testo della Carta neppure un riferimento a Dio, nel quale peraltro sta la fonte suprema della dignità della persona umana e dei suoi diritti fondamentali»(43) .
Egli esprime con chiarezza le sue perplessità per quegli spazi di ugualitarismo radicale: «Nonostante molti nobili sforzi, il testo elaborato per la "Carta europea" non ha soddisfatto le giuste attese di molti. Poteva, in particolare, risultare più coraggiosa la difesa dei diritti della persona e della famiglia. E' infatti più che giustificata la preoccupazione per la tutela di tali diritti, non sempre adeguatamente compresi e rispettati. In molti Stati europei essi sono minacciati, ad esempio, dalla politica favorevole all'aborto, quasi dappertutto legalizzato, dall'atteggiamento sempre più possibilista nei confronti dell'eutanasia e, ultimamente, da certi progetti di legge in materia di tecnologia genetica non sufficientemente rispettosi della qualità umana dell'embrione. Non basta enfatizzare con grandi parole la dignità della persona, se essa viene poi gravemente violata nelle norme stesse dell'ordinamento giuridico»(44) .
La sua delusione coinvolgeva, oltre al mancato richiamo a Dio, l’impostazione stessa della Carta, che trasponeva a livello comunitario norme già assodate nelle legislazioni nazionali, contrarie alla morale cristiana.
Dev’essere peraltro notato che, pur riconoscendo la libertà religiosa, Nizza non prevede alcun riconoscimento giuridico delle varie comunità religiose. Si profila così un orientamento laicista, che non solo assume la separazione tra Stato e Chiesa, ma sostiene l’irrilevanza pubblica di qualsiasi dato morale di origine religiosa. In questo senso Nizza non rappresenta affatto la trasposizione a livello paneuropeo delle legislazioni particolari. È in effetti il superamento dello strumento concordatario a prescindere dalla sua permanenza nei rapporti dei singoli Stati con le religioni.
L’assunto laicista di queste posizioni deve aver spinto Giovanni Paolo II, nell’Udienza Generale immediatamente successiva alla stesura della Carta, a constatare che «la complessità della società moderna rende sempre più arduo l’impegno di animare le strutture politiche, culturali, economiche e tecnologiche che spesso sono senza anima»(45) .
Ma la tenacia del Papa non doveva esaurirsi in questo frangente.
Nel dicembre 2001, a Laeken, in Belgio, i governi dei 15 Stati membri dell’Unione avevano sottoscritto una serie di decisioni rilevanti, come l’apertura dell’Unione ad altri paesi, ma soprattutto la creazione di una Convenzione Europea che avrebbe dovuto redigere una Costituzione, o meglio un Trattato Costituzionale. La Convenzione, presieduta da Valéry Giscard d'Estaing, si riunì dal febbraio 2002 al luglio 2003.
FEDE E LAICITÀ
Già a pochi mesi dalla dichiarazione di Laeken il Papa si era espresso in maniera molto netta, rammaricandosi del fatto che le religioni non fossero state coinvolte nei lavori per la Convenzione. Così il Papa: «La marginalizzazione delle religioni, che hanno contribuito ed ancora contribuiscono alla cultura e all’umanesimo dei quali l’Europa è legittimamente fiera, mi sembra essere al tempo stesso un’ingiustizia e un errore di prospettiva. Riconoscere un fatto storico innegabile non significa affatto disconoscere l’esigenza moderna di una giusta laicità degli Stati, e dunque dell’Europa!»(46) .
L'affermazione aveva avuto vasta risonanza nei media, inaugurando un lungo e ampio dibattito che non si sarebbe esaurito con la conclusione dei lavori da parte della Convenzione europea.
Il progetto di costituzione venne presentato per la prima volta al Consiglio Europeo di Salonicco, il 20 giugno 2003. Era formato da quattro parti relative agli obiettivi e al funzionamento dell'Unione, alle sue politiche, ai diritti fondamentali sanciti dalla Carta di Nizza (che vi era inglobata) e infine alle disposizioni transitorie. Inoltre i “costituenti” avevano redatto un Preambolo, in cui venivano dichiarati i valori su cui si fondava l'Unione Europea, cioè, «uguaglianza degli esseri umani, libertà, rispetto della ragione», riconoscendo quelle «eredità culturali, religiose e umanistiche dell'Europa, i cui valori, sempre presenti nel suo patrimonio, hanno ancorato nella vita della società il ruolo centrale della persona, dei suoi diritti inviolabili e inalienabili e il rispetto del diritto».
Ancora una volta, dunque, a distanza di poco tempo dalla Carta di Nizza, il cristianesimo non veniva citato esplicitamente, ma assimilato nell'eredità religiosa dell'Europa. Notava subito uno studioso insospettabile, il giurista Joseph Weiler, grande esperto delle istituzioni comunitarie, che la dichiarazione conteneva in sé una certa ironia: «Nel Preambolo non solo non c'è spazio per Dio, ma c'è anche una certa riluttanza a riconoscere qualunque statuto autonomo alla sensibilità religiosa»(47) . Il silenzio reiterato sull'eredità cristiana veniva poi da lui definito come «cristofobia»(48) , cioè il «fenomeno di rimozione di Dio e del Cristianesimo dai testi costituzionali dell'Unione Europea»(49) .
Sulla stessa linea un editoriale della Civiltà Cattolica faceva notare che «l’accenno generico alle eredità religiose, senza riconoscere il dato inequivocabile – perché si tratta di un fatto storico – del contributo preminente della tradizione giudaico-cristiana alla formazione dell’Europa, costituisce indubbiamente una scelta che è frutto di una chiara deformazione ideologica»(50) .
La bozza presentata a Salonicco a giugno non poteva accontentare Giovanni Paolo II. Tutto il laborioso succedersi degli accordi intergovernativi che porteranno alla firma della Costituzione a Roma, il 29 ottobre 2004, saranno segnati dagli incessanti appelli del Papa e della Curia vaticana (tra cui lo stesso cardinale Ratzinger, autore di un saggio a quattro mani con Marcello Pera, presidente del Senato italiano, sulle radici cristiane dell'Europa(51) ).
«APOSTASIA SILENZIOSA»
In attesa dell'approvazione definitiva, Wojtyla aveva promulgato, il 28 giugno, l'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, un intervento organico, una sintesi profonda di  tutto il Magistero «europeistico» del Papa seguito alla seconda Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l'Europa, tenutosi dal primo al 23 ottobre 1999 .
Nella lettera il Papa chiedeva in maniera diretta che il cristianesimo venisse menzionato nella costituzione: «Desidero ancora una volta rivolgermi ai redattori del futuro trattato costituzionale europeo, affinché in esso figuri un riferimento al patrimonio religioso e specialmente cristiano dell'Europa»(52) .
La lettera è una riflessione di grande respiro, nella quale la situazione sociopolitica europea si affianca a quella ecclesiale. Lasciandosi guidare dal testo carico di simbolismo dell’Apocalisse, Giovanni Paolo II opera un discernimento nella vita del suo tempo, che «appare come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza e non pochi cristiani condividono questi stati d’animo»(53) . Egli tratteggia un’Europa a fosche tinte, nella quale allo «smarrimento della memoria cristiana si accompagna una sorta di paura nell’affrontare il futuro»(54) . Gli elementi di crisi della società sono identificati nell’individualismo e l’egocentrismo, il rinascere di atteggiamenti razzisti e di chiusura verso gli altri, l’indifferenza etica, la disgregazione del corpo sociale conseguente alla svalutazione della famiglia, una globalizzazione che aumenta i divari economici e culturali più che rendere più solidali i popoli. In seguito all’inarrestabile secolarismo il cristianesimo rischia di diventare un estraneo in quella stessa cultura che pure ha contribuito a creare. Scrive: «Molti non riescono più ad integrare il messaggio evangelico nell'esperienza quotidiana; cresce la difficoltà di vivere la propria fede in Gesù in un contesto sociale e culturale in cui il progetto di vita cristiano viene continuamente sfidato e minacciato; in non pochi ambiti pubblici è più facile dirsi agnostici che credenti; si ha l'impressione che il non credere vada da sé mentre il credere abbia bisogno di una legittimazione sociale né ovvia né scontata»(55) . Paventa il rischio di un’«“apostasia silenziosa” da parte dell’uomo sazio, che vive come se Dio non esistesse»(56) .
Il Papa sottolinea però anche l’importanza dell’imminente allargamento dell’Unione a 10 paesi dell’est – tra cui la sua Polonia – che rappresenta per certi versi la realizzazione di un sogno espresso sin dall’inizio del suo pontificato e sintetizzato a più riprese dalla metafora dei due polmoni – ripresa dal poeta russo Vjaceslav I¬vanov, che si era convertito dall’ortodossia alla fede cattolica nel 1926.
Egli afferma che in un’Europa ricostituita è necessaria la fedeltà al cristianesimo, non solo nel suo retaggio propriamente storico, nel suo essere la vera identità collettiva di popoli diversi tra loro(57) , ma anche nel senso di «una fedeltà creativa alla tradizione umanistica e cristiana del nostro Continente»(58) .
Prima di dedicare un paragrafo alle istituzioni europee (è la prima volta che vengono citate ad un livello così alto del Magistero papale), egli chiarisce l’atteggiamento della Chiesa nei loro confronti. Scrive, citando la Centesimus annus: «La Chiesa “non ha titolo per esprimere preferenze per l'una o l'altra soluzione istituzionale o costituzionale” dell'Europa, e perciò vuole coerentemente rispettare la legittima autonomia dell'ordine civile. Tuttavia, essa ha il compito di ravvivare nei cristiani d'Europa la fede nella Trinità, ben sapendo che tale fede è foriera di autentica speranza per il Continente»(59) .
Potremmo dire che è in affermazioni come queste, calate nella concreta situazione storica, che si misura l’orientamento sancito dal Vaticano II nella Gaudium et spes. Quello cioè di rispettare l’autonomia delle due sfere, politica e religiosa, e al tempo stesse di non chiuderle in se stesse. Compito della Chiesa è quello di vivificare lo strato sociale e al tempo stesso di testimoniare costantemente la validità di norme etiche universali, delle quali lo Stato, nel suo agire, non può fare a meno.
In questa chiave è possibile leggere la richiesta del Papa di vedere riconosciuti i diritti delle comunità ecclesiali nella futura costituzione – che la Carta di Nizza, come abbiamo visto, aveva negato. Il Papa chiede: il diritto delle Chiese di organizzarsi liberamente; la previsione di un «dialogo strutturato»(60)  tra le Chiese e l’Unione; il loro riconoscimento giuridico, come già avviene nei paesi dell’Unione.
Queste istanze sono state in seguito strumentalizzate come una richiesta di privilegi da parte della Chiesa cattolica. In realtà Wojtyla era impegnato ad arginare una svolta laicista a livello paneuropeo, evitando che il testo fondamentale dell’Unione si risolvesse nell’appropriazione del duro modello francese, che non ammette riconoscimento giuridico a qualsiasi comunità religiosa. Giovanni Paolo II sottolineava il «pieno rispetto della laicità delle istituzioni»(61) , affermando che proprio il loro fondamento democratico impone di non marginalizzare il dato religioso, ma di prevedere – cita la Gaudium et spes – «forme di “sana collaborazione” con le Chiese e le organizzazioni religiose»(62) .
A testimonianza della coerenza di questo orientamento con la prassi, sta la lunga fila di concordati rivisitati da Wojtyla, che – scrive Silvio Ferrari – «hanno sostituito il richiamo alla religione di Stato con quello all’importanza storica, culturale e sociale che il cattolicesimo ha avuto nella vita della nazione»(63) . Continua il professore di diritto canonico: «La politica concordataria dell’ultimo trentennio indica dunque che la Chiesa cattolica è pronta a giocare la propria partita all’interno dell’orizzonte definito dalla laicità dello Stato e delle istituzioni pubbliche, senza rivendicare una disciplina giuridica particolare che non abbia ragionevoli giustificazioni storiche o sociologiche»(64) . 
VALORI ISCRITTI NEL CUORE DELL’UOMO
Il Papa dunque non rimpiange anacronistiche forme di ingerenza reciproca tra Stato e Chiesa: «Nelle relazioni con i pubblici poteri – scrive –, la Chiesa non domanda un ritorno a forme di Stato confessionale. Allo stesso tempo, essa deplora ogni tipo di laicismo ideologico o di separazione ostile tra le istituzioni civili e le confessioni religiose»(65) . Egli teme al tempo stesso lo sbandamento valoriale delle democrazie europee, con evidenti tendenze al relativismo dopo la fine delle “ideocrazie” otto-novecentesche (liberalismo e comunismo) ma anche in seguito al fenomeno di una società sempre più pluralistica. Proprio per questo è persuaso che, affinché «l’Europa possa essere edificata su solide basi, è necessario far leva sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo»(66) .
Viene ripresa qui l’eredità immediata dei suoi predecessori, in particolare di Giovanni XXIII, e riproposta dunque la fondazione naturale del diritto in contrasto con qualsiasi artificio antinaturalistico, volto a colmare non solo l’assenza di un reale potere costituente, ma anche il vuoto di legittimazione popolare della Convenzione Europea, come i fatti dimostreranno.
Il richiamo alla legge naturale ed il connesso rispetto della dimensione pubblica della religione, è un modo anche per disegnare un’Europa accogliente con il resto del mondo, non ostile alla pluralità di voci culturali e religiose che la interpellano dal di dentro, che una malintesa laicità crede di garantire. Riscoprendo le sue «radici ultime»(67) , l’Europa può non solo ritrovare la propria identità, ma adempiere nuovamente alla propria «vocazione spirituale»(68) , quella cioè di essere portatrice di pace e solidarietà nel mondo, di testimoniare la grandezza del suo patrimonio culturale e religioso, nel quale il cristianesimo ha una parte inconfutabile.
«Nel contesto dell'attuale pluralismo etico e religioso che va sempre più caratterizzando l'Europa, c'è bisogno, quindi, di confessare e riproporre la verità su Cristo come unico Mediatore tra Dio e gli uomini e unico Redentore del mondo»(69) . Di qui l’impegno, per la Chiesa, di ridare speranza agli uomini parlando loro della Risurrezione del Cristo, utilizzando tutte le forme espressive moderne e soprattutto attraverso la testimonianza dei laici e il segno della riconciliazione tra le Chiese separate. In questo si sostanzia la nuova evangelizzazione.
ABBANDONARE LA TENTAZIONE DI COSTRUIRE SENZA DIO
La lettera è percorsa da forti appelli alla conversione, dai quali emerge il forte misticismo di Wojtyla. Egli non è interessato a dipingere un’Europa tutta in negativo. Al tempo stesso però non si nasconde i grandi problemi. Ha scritto giustamente il cardinale Carlo Maria Martini che il suo è il Magistero «di chi guarda all’Europa con amore e simpatia, di chi riconosce, apprezza e valorizza ogni elemento positivo e di progresso che incontra, ma insieme non chiude gli occhi su quanto v’è di incoerente con il Vangelo e lo denuncia con forza; è l’atteggiamento di chi non si stanca di suggerire e indicare mete ulteriori da raggiungere»(70) .
Espresso compiutamente in questa lettera, il Magistero «europeistico» wojtyliano ha anche il senso di un monito, solenne, a «vivere abbandonando la ricorrente tentazione di costruire la città degli uomini a prescindere da Dio o contro di lui. Quando, infatti, ciò si verificasse – scrive il Pontefice in maniera perentoria –, sarebbe la stessa convivenza umana a conoscere, prima o poi, una irrimediabile sconfitta»(71) .
«NON SI TAGLIANO LE RADICI DALLE QUALI SI È CRESCIUTI»
Dopo la pubblicazione della lettera, il Papa dedicò tutti gli Angelus domenicali dal 13 luglio al 31 agosto al tema europeo. In essi venivano messi in rilievo di volta in volta vari aspetti dell’Ecclesia in Europa, formando quasi delle «variazioni sul tema»(72) . Era anche un modo per mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sui lavori della Convenzione. Gli Angelus si concludevano puntualmente con l’invocazione della Madre di Dio, che anche l’esortazione post-sinodale aveva valorizzato con un pathos straordinario, tipico della genuina devozione mariana del Papa. Il 24 agosto 2003, da Castel Gandolfo, egli si soffermò ancora una volta sul «ruolo determinante»(73)  delle istituzioni europee in questo momento storico. Disse: «Seguo nella preghiera il laborioso cammino del Trattato costituzionale dell’Unione Europea, ora allo studio dei Governi dei vari Paesi»(74) . Torna sul tema anche il 19 luglio, ricevendo i partecipanti del Simposio su Università e Chiesa in Europa, affermando che la «memoria storica è indispensabile per fondare la prospettiva culturale dell’Europa di oggi e di domani»(75) .
Mancava ormai poco meno di un anno all’approvazione definitiva del progetto, che sarebbe stato al vaglio di una conferenza intergovernativa a Bruxelles.
Il 18 giugno 2004 i governi si accordarono per un Preambolo che lasciava sostanzialmente intatto lo schema provvisorio, non richiamando il cristianesimo tra i valori storici e culturali dell’Europa.
«Non si tagliano le radici dalle quali si è cresciuti»(76) , era la pronta reazione del Papa due giorni dopo, all’Angelus del 20 giugno. La firma del Trattato costituzionale era fissata a Roma per il 24 ottobre. Ricevendo il presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, il giorno prima della solenne firma al Campidoglio, il Pontefice faceva notare che «la Santa Sede ha favorito la formazione dell'Unione Europea, ancor prima che si strutturasse giuridicamente»(77) . E aggiungeva: «Per questo la Santa Sede ha ricordato a tutti come il Cristianesimo, nelle sue varie espressioni, abbia contribuito alla formazione di una coscienza comune dei Popoli europei ed abbia dato un grande apporto a plasmare la loro civiltà. Riconosciuto o meno nei documenti ufficiali, è questo un dato innegabile che nessuno storico potrà dimenticare»(78) .
«IL VANGELO DELLA SPERANZA NON DELUDE!»
Se l’appello del Papa alle radici cristiane è stato disatteso, la redazione definitiva del trattato si presta ad un bilancio complesso. Il tema delle radici rappresentava indubbiamente l’elemento centrale dell’azione del Papa. Il suo accoglimento avrebbe significato orientare tutto il corpo di valori, pur significativamente inclusi, nel trattato. Dignità umana, libertà, democrazia, pace, sono i capisaldi degli articoli 2 e 3.
L’articolo 52 riconosce le legislazioni nazionali sulle Chiese, cioè in sostanza i concordati, e prevede inoltre «un dialogo aperto, trasparente e regolare con tali chiese organizzazioni, riconoscendone l’identità e il loro contributo specifico». Si può dire dunque che le richieste del Pontefice circa il riconoscimento giuridico delle comunità ecclesiali e circa il «dialogo strutturato» con esse da parte delle istituzioni europee, sono state accolte dai convenzionali.
La costituzione riconosce l‘esigenza di un rapporto con le comunità religiose, pur lasciando i valori da essa enunciati – e anzi forse proprio per questo –  in una astrattezza di fondo che necessita di un dibattito e di un approfondimento. Questo aspetto verrà evidenziato, come vedremo, dal cardinale Ratzinger.
Lo schiaffo dei referendum in Francia e Olanda (maggio-giugno 2005) che hanno bloccato, con i loro netti no, la ratifica della costituzione, può costituire sotto certi aspetti il terreno su cui condurre questo necessario discernimento. Essi rappresentano, in ogni caso, la sconfitta di quel processo condotto secondo la strategia “funzionalista”, privo di esplicite fondazioni valoriali, e senza l'ampio coinvolgimento dei cittadini. Un processo che tutto il Magistero dei Papi, da Pio XII a Giovanni Paolo II, ha sempre denunciato come incoerenti.
Giovanni Paolo II ci lascia un Magistero pervaso di gesti simbolici e di parole profetiche, gridate a volte in aperta sfida a quel processo di ghettizzazione del cristianesimo nella cultura da lui più lungamente abitata. Egli è il Papa dei due polmoni, che sogna più di ogni altro la riconciliazione tra i popoli europei e tra le Chiese che la storia ha diviso. È il Papa che ha vissuto la disumanità delle ideologie e che desidera per questo una società finalmente umana, nella quale ognuno si apra «allo splendore della verità che rifulge nell'intimo dello spirito umano»(79) . L’Europa non avrà nulla da temere del suo futuro, se riscoprirà le sue radici:
Sii certa! Il Vangelo della speranza non delude! Nelle vicissitudini della tua storia di ieri e di oggi, è luce che illumina e orienta il tuo cammino; è forza che ti sostiene nelle prove; è profezia di un mondo nuovo; è indicazione di un nuovo inizio; è invito a tutti, credenti e non, a tracciare vie sempre nuove che sboccano nell'«  Europa dello spirito  », per farne una vera «  casa comune  » dove c'è gioia di vivere(80) .
----------
(1)  Omelia per l’inizio del Pontificato, 22 ottobre 1978, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1978/documents/hf_jp-ii_spe_19781022_inizio-pontificato_it.html, n. 5.
(2)  Ibid.
(3)  Omelia nella Cattedrale di Gniezno, 3 giugno 1979, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1979/documents/hf_jp-ii_hom_19790603_polonia-gniezno-cattedrale_it.html, n. 5.
(4)  Giovanni Paolo II, Memoria e identità, Rizzoli, Milano, 2005, p. 196.
(5)  Discorso durante la visita al Parlamento Europeo, 11 ottobre 1988, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1988/october/documents/hf_jp-ii_spe_19881011_european-parliament_it.html, n. 1.
(6)  Ibid., n. 2.
(7)  Discorso all’Assemblea Parlamentare del Consiglio Europeo, 8 ottobre 1988, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1988/october/documents/hf_jp-ii_spe_19881008_european-council_it.html, n. 11.
(8)  Cfr. La Documentation catholique, n. 1789, p. 634.
(9)  Discorso durante la visita al Parlamento Europeo, 11 ottobre 1988, cit., n. 9.
(10)  Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Cultura, 12 gennaio 1990, in M. Spezzibottiani (a cura di), Giovanni Paolo II. Europa. Un Magistero tra storia e profezia, Piemme, Casale Monferrato, 1991, p. 372.
(11)   Ibid.
(12)  Ibid.
(13)  Ibid.
(14)  Ibid., p. 373.
(15)  Discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la S. Sede, 13 gennaio 1990, in ibid., p. 375.
(16)  Ibid.
(17)  Ibid.
(18)  Ibid.
(19)  Ibid.
(20)  Messaggio al 90° Katholikentag di Berlino, 23 maggio 1990, in ibid., p. 399.
(21)  Udienza Generale, 25 aprile 1990, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1990/documents/hf_jp-ii_aud_19900425_it.html
(22)  Ibid.
(23)  Giovanni Paolo II, enciclica Ut unum sint, 25 maggio 1995, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25051995_ut-unum-sint_it.html, n. 98.
(24)  Ibid.
(25)  Cfr. il comunicato del Patriarcato di Mosca inviato al Sinodo per l’Europa, in Caprile G., Il Sinodo dei Vescovi 1991, Edizioni La Civiltà Cattolica, Roma, 1992, pp. 369-371.
(26)  Sinodo dei Vescovi. Prima Assemblea Speciale per l’Europa, Dichiarazione finale, in Enchiridion Vaticanum, 13, pp. 419-421.
(27)  Ibid. p. 417.
(28)  Giovanni Paolo II, esortazione apostolica Christifideles laici, 30 dicembre 1988, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_30121988_christifideles-laici_it.html, n. 4.
(29)  Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 10 maggio 1991, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_01051991_centesimus-annus_it.html, n. 27.
(30)  Ibid., n. 29.
(31)  La Civiltà Cattolica, 1990, IV, p. 475.
(32)  Omelia della Messa celebrata sul Campo dell’Aeroclub a Wloclawek, 7 giugno 1991, in M. Spezzibottiani (a cura di), Giovanni Paolo II. Europa. Un Magistero tra storia e profezia, cit., p. 482.
(33)  Cfr. Giovanni Paolo II, enciclica Sollicitudo rei socialis, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_30121987_sollicitudo-rei-socialis_it.html, n. 33.
(34)  Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 10 gennaio 2002, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/2002/january/documents/hf_jp-ii_spe_20020110_diplomatic-corps_it.html, n. 2.
(35)  R. De Mattei, De Europa, cit., p. 21.
(36)  Disponibile sul sito ufficiale del Parlamento Europeo, http://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf.
(37)  R. De Mattei, De Europa, cit., p. 23.
(38)  Lettera al Cardinale Miloslav Vlk, 16 ottobre 2000, da http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=7270, n. 5.
(39)  Ibid.
(40)  Ibid., n. 6.
(41)  Ibid., n. 4.
(42)  R. De Mattei, De Europa, cit., p. 27.
(43)  Messaggio al Card. Antonio María Javierre Ortas per il 1200° dell'incoronazione imperiale di Carlo Magno, 14 dicembre 2000, da http://www.identitaeuropea.org/archivio/articoli/papa_messaggio.html.
(44)  Ibid.
(45)  Udienza Generale, 13 dicembre 2000, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2000/documents/hf_jp-ii_aud_20001213_it.html, n. 5.
(46)  Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 10 gennaio 2002, cit., n. 2.
(47)  Weiler J. H. H., Un'Europa cristiana. Un saggio esplorativo, Rizzoli, Milano, 2003, p. 80.
(48)  Ibid., p. 97.
(49)  Ibid.
(50)  La Civiltà Cattolica, 2003, n. 3678, pp. 447-448.
(51)  M. Pera, J. Ratzinger, Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, Islam, Mondadori, Milano, 2004.
(52)  Giovanni Paolo II, esortazione apostolica Ecclesia in Europa, 28 giugno 2003, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_20030628_ecclesia-in-europa_it.html, n. 114.
(53)  Ibid., n. 7.
(54)  Ibid., n. 8.
(55)  Ibid., n. 7.
(56)  Ibid., n. 9.
(57)  Cfr. ibid., n. 108.
(58)  Ibid., n. 12.
(59)  Ibid., n. 19.
(60)  Ibid., n. 114.
(61)  Ibid.
(62)  Ibid.
(63)  S. Ferrari, Europa cristiana?, in Limes, supplemento al n. 2, 2005, p. 68.
(64)  Ibid.
(65)  Giovanni Paolo II., Ecclesia in Europa, cit., n. 117.
(66)  Ibid., n. 116.
(67)  Ibid., n. 21.
(68)  Ibid., cap. 6, § I.
(69)  Ibid., n. 20.
(70)  C. M. Martini , in M. Spezzibottiani (a cura di), Giovanni Paolo II. Europa. Un Magistero tra storia e profezia, cit., p. 8.
(71)  Giovanni Paolo II., Ecclesia in Europa, cit., n. 5.
(72)  La Civiltà Cattolica, 2003, n. 3678, p. 509.
(73)  Angelus del 24 agosto 2003, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/angelus/2003/documents/hf_jp-ii_ang_20030824_it.html, n. 1.
(74)  Ibid., n. 2.
(75)  Discorso ai partecipanti al simposio europeo sul tema: “Università e Chiesa in Europa”, 19 luglio 2003, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/2003/july/documents/hf_jp-ii_spe_20030719_simposio_it.html, n. 2.
(76)  Angelus del 20 giugno 2004, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/angelus/2004/documents/hf_jp-ii_ang_20040620_it.html.
(77)  Discorso al Presidente della Commissione Europea on.le Romano Prodi, 28 ottobre 2004, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/2004/october/documents/hf_jp-ii_spe_20041028_romano-prodi_it.html, n. 2.
(78)  Ibid..
(79)  Giovanni Paolo II, enciclica Veritatis Splendor, 6 agosto 1993, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_06081993_veritatis-splendor_it.html, n. 2.
(80)  Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, cit., n. 121.
(LB - AM)