domenica 19 marzo 2017

Vaticano
(a cura Redazione "Il sismografo")
«Chi dimenticasse la ragione per cui dobbiamo dirci fratelli degli uomini – e cioè la comune paternità di Dio – potrebbe a un dato momento non più ricordarsi degli oneri gravissimi di tale fratellanza e potrebbe scorgere nel proprio simile non più un fratello ma un estraneo, un concorrente, un nemico». (Paolo VI)
L'elezione di Paolo VI il 21 giugno 1963, coincide con un momento cruciale della Chiesa. È in atto il concilio Vaticano II, aperto solennemente da Giovanni XXIII l'11 ottobre 1962.  Giovanni Battista Montini sarà impegnato in una complessa opera di mediazione dei lavori, che sotto Roncalli non avevano ancora condotto ad approvazioni definitive.
IL PIANO TEMPORALE E QUELLO SPIRITUALE
Egli pone i suoi interventi nel solco storico del ruolo primaziale dell'ufficio papale, ma sensibile al fenomeno di rinnovamento dell'ecclesiologia che i vescovi esprimeranno nella Lumen Gentium (1964).
La Chiesa come comunione, Popolo di Dio pellegrino sulla terra, partecipe delle specificità delle diverse epoche storiche eppure mai riducibile ad un modello socio-culturale, rappresenta la valorizzazione del carattere comunitario della Chiesa su quello gerarchico, grazie anche alla centralizzazione dei vescovi nel loro ufficio individuale e collettivo in fraternità con il Papa ed alla riscoperta del ruolo dei laici. Per certi versi però è anche possibile affermare che la costituzione dogmatica è una risposta all'erosione del tradizionale alveo cristiano rappresentato dall'Europa, il bacino di diffusione del cristianesimo sin dalle sue origini.
Nella Gaudium et spes (1965), considerata il documento fondamentale del concilio, viene non solo riconosciuta, ma rivendicata la distinzione tra il piano temporale e quello spirituale, sancendo la presa di distanza della Chiesa da ogni esaurimento delle sue strutture nello Stato, come si era verificato ad esempio nel Rinascimento, o il suo rapportarsi alla società in una strutturale dipendenza dal soggetto statale.
La Dignitatis humanae (1965) fa poi della libertà religiosa non un ostacolo, ma un’opportunità. La libertà religiosa «contribuisce non poco a creare quell'ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana, e possono abbracciarla liberamente e professarla con vigore in tutte le manifestazioni della vita»(1) . In questo modo la volontarietà dell'atto di fede, come da sempre postulato dalla dottrina cattolica, trova pieno sviluppo in relazione all'evangelizzazione della cultura moderna. Anche qui è possibile valutare la capacità del concilio di scrutare i “segni dei tempi”, aprendo nei nodi cruciali dell'età moderna – così drammaticamente vissuta dalla Chiesa al suo sorgere – degli scorci di luce per la piena conoscenza del suo mandato e delle sue possibilità.
Il dato essenziale del concilio è la relatività della Chiesa, non autorealizzata in se stessa, ma vista nei suoi rapporti vitali con Cristo e con gli uomini. Il concilio non si occupa di dogmi né di condanne. Esso disegna una Chiesa che sappia santificarsi nella missione di servire l'umanità col suo annuncio profetico di liberazione, respirando nella storia, permeando nelle sue fratture materiali e ideali.
È stato detto che «la Chiesa voluta e progettata da Papa Montini al Concilio è quella del Giovedì Santo, una Chiesa cioè che sappia cingersi i fianchi con il grembiule del servizio, dell'umiltà, dell'operosa capacità di porsi ai piedi dell'umanità per sanarla e amarla»(2) . Questa Chiesa del servizio guarda a tutto l'uomo, ai suoi bisogni materiali e alla sua domanda di senso.
LA CHIESA AL SERVIZIO DELLO SVILUPPO INTEGRALE DELL’UOMO
Paolo VI farà continuamente ricorso al concetto di «umanesimo plenario»(3) , derivato da Maritain, per affermare che la Chiesa deve essere al servizio dello sviluppo integrale dell'uomo, «il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo»(4) . Essa non si risolve in un'istituzione filantropica, ripiegata sui bisogni materiali. «Dobbiamo sempre ricordare – dice in un'udienza del '68, l'anno così emblematico delle trasformazioni sociali per certi versi anticipate dal concilio – che il principio dell'amore verso il prossimo è l'amore verso Dio. Chi dimenticasse la ragione per cui dobbiamo dirci fratelli degli uomini – e cioè la comune paternità di Dio – potrebbe a un dato momento non più ricordarsi degli oneri gravissimi di tale fratellanza e potrebbe scorgere nel proprio simile non più un fratello ma un estraneo, un concorrente, un nemico. Dare nella religione il primato alla tendenza umanitaria induce nel pericolo di trasformare la teologia in sociologia»(5) .
 Centrale è in Montini l'allontanamento del cristianesimo dal suo vigore culturale e il rischio, per entrambi, dell’appiattimento monodimensionale. Non solo della cultura sui suoi orizzonti profani, ma del Vangelo stesso nella sua incapacità di incarnarsi in tutte le manifestazioni umane. Scrive nell'Evangelii nuntiandi: «La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca»(6) .
La lettura del processo moderno di emarginazione della fede lo porta ad una riflessione approfondita dell'ecclesiologia. «La vera gloria della Chiesa, per Papa Montini, non può essere collegata al suo trionfo temporale, ma al fatto di essere capace di comunicare, con la sua natura visibile, ciò che altrimenti rimarrebbe invisibile, cioè la presenza salvifica del Cristo. Per Cristo e con Cristo la Chiesa di Paolo VI si incontra con l'uomo, gli si dona e poiché in Cristo si sono incontrati, da Cristo riparte poi la via per giungere a Dio, che ha inviato il Figlio per la salvezza dell'umanità»(7) . Questa concezione è talmente forte lui da indurlo a scrivere, a concilio aperto, che «non tanto cambiando le sue leggi esteriori la Chiesa ritroverà la sua rinascente giovinezza, quanto mettendo il suo spirito in attitudine di obbedire a Cristo, e perciò di osservare quelle leggi che la Chiesa nell’intento di seguire la via di Cristo prescrive a se stessa»(8) .
Questo breve quadro di presentazione non può che tratteggiare il complesso cattolicesimo di Montini, che nel suo Magistero dovette affrontare il problema immediato del postconcilio, ovvero la sua ricezione attiva in continuità con il Depositum Fidei, assieme al processo storico della secolarizzazione sempre più estesa nella società europea, con la perdita di quel cattolicesimo di popolo conseguente al calo inarrestabile della pratica religiosa.
Il complesso campo di “variabili” che abbiamo appena evidenziato si traduce in un Magistero di grande respiro, capace di cogliere i nuovi problemi in uno spirito di adattamento, coerente con l'insegnamento espresso dal concilio.
L'EREDITÀ DI PIO XII E GIOVANNI XXIII
Per la prima volta, Paolo VI ha a disposizione un bagaglio concettuale organico sulla tematica europea. È quello messo a punto da Pio XII e da Giovanni XXIII. Il primo, centrato sulla capacità del cattolicesimo europeo di essere elemento trainante dell'unificazione. Il secondo, interessato a stabilire i principi della comune convivenza, con una moderna formulazione dell'egualitarismo cristiano nei diritti fondamentali della persona (connessi ai relativi doveri), opera di sintesi con la sensibilità moderna espressa dalle varie dichiarazioni universali. Lo stesso Montini riconosce: «Allorché la Provvidenza volle imporci, a nostra volta, il peso del supremo pontificato, la strada ci era, per così dire, tutta tracciata: non avevamo che da seguire, riguardo all’Europa, l’orientamento dei nostri due immediati predecessori»(9) .
Egli deve però confrontarsi con dei fattori storici che rendono asimmetrica la dottrina. Deve anzitutto constatare che «il cattolicesimo purtroppo non copre più che in parte l'area europea»(10) , pur scorgendo le sue pulsazioni ancora vitali nel fatto che «tutta l'Europa attinge dal patrimonio tradizionale della religione di Cristo la superiorità del suo costume giuridico, la nobiltà delle grandi idee del suo umanesimo, e la ricchezza dei principi distintivi e vivificanti della sua civiltà»(11) . Inoltre, quella «realtà magnifica»(12)  che è la costruzione della nuova Europa, deve assorbire la delusione, già espressa precocemente da Pacelli, per la cronica mancanza di riferimenti ideali ad un processo che procede per vie economicistiche. Sotto il suo pontificato si registra l'entrata in vigore dell'unione doganale (1968) e l'ingresso di tre nuovi Paesi nella CEE, il 1° gennaio 1973: Irlanda, Regno Unito e Danimarca. 
Abbiamo dunque delineati due fattori di squilibrio tra il deposito magisteriale nelle mani di  Paolo VI e lo sviluppo storico dell'unificazione. Si tratta di portare non solo la riflessione della Chiesa ad un livello coerente con la perdita di vitalità del cristianesimo europeo (implicando in questo caso anche variabili propriamente ecclesiali), ma anche di porre un'effettiva dimostrazione della validità storica del magistero umanitario di Giovanni XXIII.
Relativamente al primo problema, Papa Montini non rimane ingabbiato nel rimpianto di una cristianità perduta.
Certo, egli è consapevole che i tempi di Pio XII sono lontani. Il pontificato pacelliano era stato animato da una disponibilità di energie che si pensava fossero in grado di incidere sensibilmente sull’assetto dell’“Europa nuova”. Sottesa a questa fiducia stava la visione di un cattolicesimo di massa, maggioritario. Dai popoli che il nazionalismo otto-novecentesco – un surrogato di cristianesimo secolarizzato – aveva opposti e dilaniati da guerre intestine, il Pontefice si aspettava una generale riconciliazione condotta sui sentieri della carità non disgiunti da quelli della giustizia, dell’identità legittima e dell’autodeterminazione. Un vero rinascimento cristiano(13) .
Negli anni di Paolo VI si assiste invece al dilagante consumismo, all’adozione presso vari Stati cattolici, tra cui la stessa Italia, di leggi sull’aborto e sul divorzio, in forte contrasto con quella morale cristiana dominante nell’immediato dopoguerra, che aveva fatto ipotizzare ad Arturo Carlo Jemolo «l’inattesa realizzazione di uno Stato guelfo a cent’anni dal crollo delle speranze guelfe»(14) .
Paolo VI, andando in visita all’ONU nell’ottobre 1965, definisce la Chiesa «esperta in umanità»(15) , «e non più – come ha notato Pietro Scoppola – “maestra di civiltà”»(16) . L’egemonia cattolica, presunta o reale, che si poteva affermare alla base di una civiltà cristiana di cui l’Europa costituisse il modello, viene inevitabilmente a mancare. «Tutte le tradizioni culturali, dunque – scrive ancora Pietro Scoppola riferendosi al caso italiano, per certi versi emblematico di questo passaggio epocale – appaiono sconfitte di fronte ai caratteri che la secolarizzazione ha assunto, le tradizioni culturali più elitarie non meno di quelle popolari: è sconfitta la Chiesa nella sua secolare aspirazione a plasmare la coscienza popolare»(17) .
La consapevolezza di questa eclissi – ovviamente già colta dai Papi precedenti – verrà esposta chiaramente dal Magistero negli anni ’80. Tuttavia essa è già formulata lucidamente da Paolo VI, che nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi traccia le coordinate del problema: «Per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza»(18) .
L’affermazione sulla relatività delle culture, viste nella loro paritaria capacità di accogliere e sviluppare, secondo i propri caratteri, il Vangelo, è di estrema portata. Essa può essere letta in filigrana come la ridefinizione del modello europeo di inculturazione del Vangelo. Scrive il Papa: «Il Vangelo, e quindi l'evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture»(19) . Non esiste dunque un’inculturazione vincente da esportare, tanto più in un momento storico in cui l’inculturazione europea dà chiari segni di cedimento.
Alla crisi della “civiltà cristiana”, Montini oppone la responsabilizzazione del laicato. «Un cristiano – dice –, se davvero cattolico, dev’essere oggi un apostolo»(20) . L’apostolato moderno si traduce non solo nella maggiore consapevolezza della propria fede, ma nella sua testimonianza visibile(21) .
Questa linea magisteriale va considerata come una precisa risposta al processo storico, così come ad una lettura simile si prestavano alcuni testi del concilio. Il problema dell’evangelizzazione europea, da cui passano i fili dell’evangelizzazione tout court, costretta com’è a relativizzare un modello in ragione della propria inattualità storica contemporanea, verrà ampiamente sviluppato a partire dagli anni ’80, con il pontificato di Giovanni Paolo II. È questo comunque, in sintesi, il primo tentativo di Paolo VI di aggiornare il magistero sull’Europa relativamente alle dinamiche sociali.
Quanto all’eredità giovannea, essa è sotto certi aspetti quella più impegnativa. Si tratta essenzialmente di implementare la Pacem in terris, di attualizzare i suoi contenuti umanitari in una forma riconosciuta dai governi.
Sotto questo aspetto deve essere ricordato lo sforzo dello stesso Giovanni XXIII di scalfire la cortina di ferro, anche attraverso il dialogo con esponenti della Chiesa ortodossa, invitati a seguire i lavori del Concilio. Soprattutto aveva destato stupore l’udienza concessa alla figlia di Kruscev e a suo marito. Da quell’inaspettata apertura aveva preso le mosse la politica orientale, nota come Ostpolitik, il cui interprete più convinto sarebbe stato il cardinale Agostino Casaroli.
Durante il pontificato di Paolo VI la Santa Sede allaccia relazioni sistematiche con i Paesi comunisti e perviene ad accordi con la Polonia, l’Ungheria e la Jugoslavia.
Tuttavia il maggiore successo della diplomazia vaticana è senz’altro la partecipazione della Santa Sede alla Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione Europea (CSCE), che si svolse in varie fasi a partire dal 1972, che culminarono tre anni dopo con l’Atto finale di Helsinki (30 luglio-1° agosto 1975). La CSCE segnava il tentativo di introdurre una collaborazione con i Paesi europei d’oltrecortina sul tema dello sviluppo economico, che imponeva anche un’omogeneizzazione dei diritti fondamentali della persona.
Invitata dai Paesi comunisti, la Santa Sede accettò di far parte dei negoziati. «Per la prima volta dal Congresso di Vienna del 1815, la Santa Sede partecipava come membro a pieno diritto e con piena responsabilità a una conferenza internazionale con finalità di carattere politico»( ).
Il risultato di questa missione diplomatica assegnata al cardinale Casaroli, fu quello di vedere inserito il principio della libertà religiosa nell’Atto finale. Un fatto di non poco rilievo a sostegno delle comunità cattoliche nei Paesi dell’est.
Nel pomeriggio del 1° agosto, il cardinale Casaroli lesse ai partecipanti una lettera di Paolo VI. Ancora una volta la Santa Sede si dimostrava interessata a tutelare gli interessi dei popoli europei più che a svolgere un compito di mediazione politica tra i governi. Scriveva il Papa: «Vorremmo riferirci più precisamente ai popoli che costituiscono la realtà vivente degli Stati, la loro ragion d’essere e il motivo della loro azione. Tali popoli, di lingue e di tradizioni diverse, che compongono l’Europa più di quanto non la dividano, guardano con trepida attenzione alle solenni affermazioni che stanno per essere sottoscritte»(23) . Passaggi molto decisi indicavano il «patrimonio ideale»(24)  dell’Europa, fondato sul messaggio cristiano. Questo patrimonio «comprende, oltre ai valori sacri della fede in Dio e del carattere inviolabile della coscienza, i valori dell’uguaglianza e della fraternità umane, della dignità del pensiero consacrato alla ricerca della verità, della giustizia individuale e sociale, del diritto concepito come criterio di comportamento nei rapporti tra cittadini, istituzioni, Stati»(25) .
 Quest’ultimo punto, che pone incisivamente la forza del diritto, venne ripreso a distanza di un anno. Nel suo discorso al corpo diplomatico, il Papa ripercorse le ragioni che avevano portato la Santa Sede a partecipare ai lavori. Essa era stata mossa non da un interesse specifico per i problemi economici, politici e militari, lasciati ricadere nella legittima sfera temporale. «Ma al di là, e potremmo ben dire al di sopra degli aspetti tecnici o concreti dei problemi della sicurezza e della cooperazione – disse il Papa –, c’era appunto tutto lo spazio attinente ai principi supremi – etici e giuridici – che devono informare l’azione e i rapporti degli Stati e dei popoli»(26) .
I risultati dei lavori vennero definiti «eccellenti»(27) , aggiungendo: «Questi principi e queste norme, accettati da tutti i partecipanti, si ricollegano a un patrimonio ideale comune ai popoli europei»(28) . Il Papa vedeva nella collaborazione tra i due sistemi politici che dividevano l’Europa la vitalità di un fondamento comune attinto a quella eredità «fondata essenzialmente sul messaggio evangelico che l’Europa ha ricevuto e accolto»(29) , come già sottolineato nella lettera a Casaroli.
Ha notato al proposito lo storico Andrea Riccardi: «La grande novità della conferenza di Helsinki, che vide Casaroli tra i suoi sostenitori sta nel contribuire a creare un quadro comune all'Est e all'Ovest. Helsinki non va svalutata e vista come una ingenuità occidentale, ma considerata proprio nel tentativo di superare la divisione dell'Europa e di stabilire una base politico culturale comune. E' su quella base comune (…) che si possono svolgere i negoziati tra Santa Sede e Est; su questa base le Chiese locali possono sviluppare la loro azione anche a dispetto dei governi comunisti, rivendicandone la legittimità internazionale, anzi fondandola su un accordo sottoscritto dagli stessi governi comunisti»(30) .
La Conferenza di Helsinki segna dunque il tentativo di affermare la forza del diritto – attinto ai principi universali della morale cristiana – nelle relazioni internazionali. In questo caso l’impegno di Montini è di dimostrare che il Magistero della Chiesa, incardinato sulle prerogative della dignità umana, ha una sua capacità di attualizzazione storica. Egli si pone dunque come l’interprete più acuto del magistero di Pio XII e Giovanni XXIII. Inoltre, il Pontefice intende richiamare implicitamente l’attenzione sui «principi supremi»(31) , di ordine etico, che devono regolare il processo di collaborazione trai i Paesi europei. Come sottolinea più volte nei suoi discorsi: «La pace fondata sull’equilibrio delle forze, o sulla tregua degli antagonismi, o su interessi puramente economici, non può che essere fragile e mancherà sempre delle energie necessarie per risolvere i problemi fondamentali dell’Europa, concernenti le popolazioni di cui è composta e lo spirito fraterno e comunitario da cui deve essere animata»(32) .
«L’EUROPA È GIÀ UNA REALTÀ»
Il magistero «europeistico» di Papa Montini è fortemente incentrato sul tema della pace(33) . Non a caso il 1° gennaio 1968 istituisce la Giornata della Pace, che ancora oggi rappresenta l’appuntamento privilegiato per analizzare la situazione internazionale. In linea con i suoi predecessori egli considera l’unificazione europea come una via privilegiata per la pace del continente e, di riflesso, nel mondo intero.
In cosa consiste la pace dell’Europa? Essa anzitutto viene indicata nel «diritto delle persone e dei popoli ad essere considerati nella loro dignità, nella loro originalità, nella loro sovranità, e perciò la eliminazione del ricorso alla forza offensiva, la rinuncia alla rovinosa scalata di armamenti sempre più micidiali, l’allontanamento dell’odio e delle discriminazioni di ogni genere»(34) . Ma non basta. La vita dell’Europa è segnata sempre più «da una rete di rapporti tecnici ed economici, che non domanda di meglio che di essere vivificata da uno stesso spirito»(35) .
La pace richiede un lavoro di valorizzazione del tessuto connettivo della società europea. Uno dei suoi primi atti da Papa è proprio quello di affermare le origini cristiane del continente con la proclamazione di san Benedetto da Norcia Patrono d’Europa. La proclamazione ufficiale viene fatta nel ricostruito monastero di Montecassino il 24 ottobre 1964, con la presentazione del breve apostolico Pacis nuntius. Proprio in quell’occasione Paolo VI parlò della grandezza dell’ordine benedettino, da cui discende «l’esistenza e la consistenza di questa nostra vecchia e sempre vitale società, ma oggi tanto bisognosa di attingere linfa nuova alle radici, donde trasse il suo vigore ed il suo splendore, le radici cristiane, che san Benedetto per tanta parte le diede»(36) .
Paolo VI non cade in un pessimismo sociologico. Vede nello sviluppo economico che accompagna il progresso delle istituzioni comunitarie e nel rafforzamento dei rapporti politici dei Nove, una dimostrazione di quella linfa cristiana ancora circolante nell’organismo europeo. In questo modo l’Europa non è compromessa dal materialismo cui si fonda l’unificazione. Pio XII al proposito era stato molto netto nel delineare due esiti radicalmente contrapposti per il futuro dell’Europa. Aveva detto: «Tale cultura europea sarà o genuinamente cristiana e cattolica, oppure essa verrà distrutta dall’incendio provocato da quell’altra cultura materialista, per la quale valgono unicamente la massa e la pura forza fisica»(37) .
Montini invece riconosce che «i reciproci vantaggi materiali possono favorire i legami d’ordine spirituale»(38) , operando dunque quasi un ribaltamento. Su queste basi egli può ben dire che «l’Europa è già una realtà»(39) . L’Europa è un universo di valori che, seppure nascosti dalle dinamiche apparentemente contraddittore della storia, non smette di operare. Egli non nasconde dunque la convinzione che «la fede cattolica possa essere un coefficiente d’incomparabile valore per infondere vitalità spirituale a quella cultura fondamentale unitaria, che dovrebbe costituire animazione d’un’Europa socialmente e politicamente unificata»(40) .
EUROPA E SOLIDARIETÀ
Nella Populorum progressio (1967) Paolo VI assicura alla dottrina sociale della Chiesa un respiro globale. L’enciclica, definita all’epoca la “Rerum Novarum dei popoli”, riprende l’eredità magisteriale di Leone XIII e soprattutto Giovanni XXIII, estendendo le riflessioni messe in luce dalla Mater et Magistra e la Pacem in terris a una dimensione mondiale, soprattutto capace di farsi vicina ai popoli sottosviluppati del pianeta, privati del benessere economico conosciuto dall’Occidente. Con questa enciclica – poi seguita nel ‘71 dalla Octogesima Adveniens, scritta per gli ottant’anni della Rerum novarum – il Papa colma anche una lacuna del Concilio, che pur avendo discusso vari temi proposti dai vescovi delle Chiese più povere, non aveva prodotto riflessioni considerevoli sui Paesi del cosiddetto terzo mondo.
La Populorum progressio è un’«appello solenne a un'azione concertata per lo sviluppo integrale dell'uomo e lo sviluppo solidale dell'umanità»(41) . Scrive il Papa: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace»(42) .
L’enciclica è molto severa sul capitalismo. La funzione sociale – di giovannea memoria – del diritto alla proprietà privata viene ulteriormente definita, applicando – scrive Marie Dominique Chenu –  «ai popoli come agli individui, la tesi tradizionale della destinazione universale dei beni che un tempo era stata più o meno sviata per salvaguardare il diritto di proprietà»(43) .
Montini riprende un’espressione di condanna di Pio XI «dell’imperialismo internazionale del danaro»(44) , denuncia lo squilibrio nella distribuzione delle ricchezze e non sconfessa l’insurrezione rivoluzionaria nel caso di una tirannia prolungata che oscuri i diritti fondamentali della persona e il bene del paese.
Identifica in nazionalismo e razzismo gli ostacoli più grandi opposti alla fraternità dei popoli, scrivendo: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli»(45) .
Tutte queste considerazioni trovano nel magistero «europeistico» un loro ancoraggio operativo. Egli guarda soprattutto alla «collaborazione disinteressata e reciproca tra l’Africa e l’Europa»(46) . Alla sua riflessione non è estranea una disamina specificamente tecnica, imposta da problemi di ordine commerciale, relativa all’occupazione e all’emigrazione.
I rapporti che devono investire Europa e Africa sono una tappa importante da cui passa la solidarietà e la pace mondiale. Questi rapporti, dice il Papa, «possono apparire come una tappa privilegiata, richiesta dalla vicinanza, dalla complementarietà, dai molteplici legami culturali, economici e religiosi che uniscono i due continenti»(47) .
Ma la collaborazione franca di un continente dal passato colonialista come l’Europa investe anche il sistema di valori. Essa deve anzitutto poggiarsi su una «reciprocità di doni»(48) . Indicative sono queste parole: «Lo sviluppo non deve far correre il rischio di materializzare i popoli che ne beneficiano, ma, tutto al contrario, fornire loro i mezzi per perfezionarsi, per elevarsi, e dunque per spiritualizzarsi»(49) . Il Papa pensa alla carità solidale come a una testimonianza concreta del sottosuolo evangelico dell’Europa, capace così di evangelizzare attraverso gli strumenti pacifici dell’assistenza e della generosità verso gli altri.
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(1)  Concilio Ecumenico Vaticano II, dichiarazione Dignitatis humanae, 7 dicembre 1965, da http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decl_19651207_dignitatis-humanae_it.html.
(2)  D. Marzaroli, Una vita per la Chiesa, Ancora, Milano, 1995, p. 55.
(3)  Paolo VI, enciclica Populorum progressio, 26 marzo 1967, da  http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum_it.html, n. 42.
(4)  Paolo VI, enciclica Populorum progressio, cit., n. 14.
(5)  Udienza generale del 10 luglio 1968, in Levi V. (a cura di ), Di fronte alla contestazione. Testi di Paolo VI, Rusconi, Milano, 1970, p. 36.
(6)  Paolo VI, esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, da http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19751208_evangelii-nuntiandi_it.html, n. 20.
(7)  D. Marzaroli , Amate la Chiesa. Il pensiero ecclesiologico di Paolo VI, Edizioni Porziuncola, Assisi, 1998, p. xii.
(8)  Paolo VI, enciclica Ecclesiam Suam, 6 agosto 1964, da http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_06081964_ecclesiam_it.html, n. 53.
(9)  Allocuzione all’Assemblea Generale della Associazione degli Istituti di Studi Europei, 29 aprile 1967, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 72.
(10)  Allocuzione alla Federazione Universitaria Cattolica italiana (FUCI), 2 settembre 1963, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 39.
(11)  Ibid.
(12)  Allocuzione ai rappresentanti della Società Marvin Gelber, 12 marzo 1969, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit., doc. 83.
(13)  Cfr. Radiomessaggio natalizio del 24 dicembre 1947, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 8.
(14)  Cit. in P. Scoppola, La “nuova cristianità” perduta, Edizioni Studium, Roma, 1985, p. 18.
(15)  Cfr. Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, da http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651004_united-nations_it.html, n. 1.
(16)  P. Scoppola , La “nuova cristianità” perduta, cit., p. 141.
(179  Ibid., p. 145.
(18)  Paolo VI. Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, cit., n. 19.
(19)  Ibid., n. 20.
(20)  Udienza generale, 18 ottobre 1972, in L. Chiappetta, Temi pastorali nel Magistero di Paolo VI, Dehoniane, Napoli, 1980, vol. II, p. 36.
(21)  Cfr. Evangelii nuntiandi, cit., n. 21.
(22)  V. Càrcel Ortì , La Chiesa in Europa. 1945-1991, Edizioni Paoline, 1992, p. 26.
(23)  Lettera a mons. Agostino Casaroli, 25 luglio 1975, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 112.
(24)  Ibid.
(25)  Ibid.
(26)  Allocuzione al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 12 gennaio 1976, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 115.
(27)  Ibid.
(28)  Ibid.
(29)  Ibid.
(30)  La citazione è tratta dall’intervento di Andrea Riccardi alla Giornata di Studio sull’Archivio Agostino Casaroli il 23 giugno 2001, reperibile all’indirizzo http://www.cardinalcasaroli.org/convegni/Articoli%20Prof%20Riccardi.doc.
(31)  Allocuzione al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 12 gennaio 1976, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 115.
(32)  Allocuzione alla Conferenza del Movimento Europeo, 9 novembre 1963, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 41.
(33)  Cfr. Càrcel Ortì V., La Chiesa in Europa. 1945-1991, cit., p. 10.
(24)  Allocuzione al raduno europeo degli ex combattenti e vittime di guerra, 20 novembre 1971, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 96.
(35)  Allocuzione alla Conferenza del Movimento Europeo, 9 novembre 1963, in ibid., doc. 41.
(36)  Allocuzione a Montecassino, 24 ottobre 1964, in ibid., doc. 51.
(37)  Lettera alla presidente Gerta Krabbel per il XIII Congresso delle Donne Cattoliche di Germania, 17 luglio 1952, in  ibid., doc. 12.
(38)  Allocuzione al congresso delle associazioni aderenti al centro di informazioni e studio Giovane Europa, 8 settembre 1965, in ibid., doc. 63.
(39)  Allocuzione alla Conferenza del Movimento Europeo, 9 novembre 1963, in ibid., doc. 41.
(40)  Allocuzione alla Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), 2 settembre 1963, in ibid., doc. 39.
(41)  Paolo VI, enciclica Populorum progressio, 26 marzo 1967, da http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum_it.html, n. 5.
(42)  Iibid., n. 76.
(43)  M. D. Chenu , La dottrina sociale della Chiesa, Queriniana, Brescia, 1977, p. 42.
(44)  Paolo VI, enciclica Populorum progressio, cit., n. 26.
(45)  Ibid., 66.
(46)  Allocuzione alla conferenza parlamentare dell’Associazione della CEE e degli Stati africani e malgascio, 9 dicembre 1965, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 66.
(47)  Allocuzione alla Sessione annuale della Conferenza Parlamentare dell’Associazione tra la CEE e gli Stati Africani, il Madagascar e l’Isola Maurizio, 1° febbraio 1974, in ibid., doc. 108.
(48)  Allocuzione alla conferenza parlamentare dell’Associazione della CEE e degli Stati africani e malgascio, 9 dicembre 1965, in ibid. doc. 66.
(49)   Allocuzione al Colloquio internazionale sui problemi dell’assistenza tecnica e della formazione dei quadri direttivi nei paesi in via di sviluppo, 9 maggio 1964, in ibid., doc. 46.
(LB-AM)