domenica 19 marzo 2017

Vaticano
(a cura Redazione "Il sismografo")
«Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacché il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche» (Giovanni XVIII)
La firma dei Trattati di Roma segna il punto di arrivo di un lungo dibattito. Negli anni successivi, l’atteggiamento di Giovanni XXIII nei confronti delle istituzioni comunitarie rivela delle continuità fondamentali rispetto a Pio XII e al contempo un approfondimento dei problemi legati alla nascita degli organismi sovranazionali, alla centralità dei diritti della persona e all’edificazione di una società ordinata sui principi del diritto naturale.
«MATER ET MAGISTRA» E «PACEM IN TERRIS»
Egli, anzitutto, ribadisce l’apprezzamento degli sforzi per «l’esercizio della assistenza da nazione a nazione, l’aiuto reciproco sul piano economico, in uno spirito di disinteresse e di amichevole benevolenza»(1) , constatando che la volontà di perseguire obiettivi comuni, al di là degli immediati interessi militari e politici, costituisce «uno dei mezzi migliori per garantire una pace stabile e duratura»(2) .  Potremmo dire che la riflessione principale del Pontefice ruoti attorno al chiarimento sempre più preciso, in una prospettiva mondiale, di questi compiti positivi, che verranno espressi in maniera organica nella Mater et Magistra e nella Pacem in terris, le due encicliche chiave del pontificato e di tutto il successivo sviluppo del Magistero romano.
La Mater et Magistra ha come obiettivo quello di riunire e di aggiornare la dottrina sociale della Chiesa, sviluppata nel tempo a partire da Leone XIII. Essa riafferma la piena legittimità della proprietà privata, in una congiuntura storica che vedeva la netta contrapposizione tra il modello liberista e quello socialista. Questo non significa però un indiscriminato placet alle regole del libero mercato. Il magistero infatti ribadisce su questo punto il suo carattere specifico, riconoscendo sì la legittimità della proprietà privata, ma assegnandole una «funzione sociale»(3) . Essa viene cioè definita come un diritto «che va esercitato a vantaggio proprio e a bene degli altri»(4) . In questo modo lo Stato non può sottrarsi dal mondo dell’economia in un puro ossequio ai principi della “mano invisibile”. Al contrario, proprio il riconoscimento e la valorizzazione dei corpi sociali intermedi con le loro esigenze di libertà e di autorealizzazione, pongono la questione di una società indirizzata verso uno sviluppo integrale.
Anche questo punto rafforza il carattere di “alterità” della Chiesa nella formulazione della sua dottrina sociale, cioè il fatto che essa non assolutizza la sua preferenza per un sistema economico-politico storicamente realizzato. Giovanni XXII afferma infatti l’impossibilità, per la dottrina, di preferire una forma di organizzazione sociale su tutte(5) . Il vero dato ineliminabile è il bene comune, definito come «l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona»(6) .
Sulla scia di Pio XII, Papa Roncalli richiama il problema, tipico dei paesi economicamente sviluppati, dei valori trascendenti «trascurati o dimenticati o negati»(7) , mentre «i progressi delle scienze, delle tecniche, lo sviluppo economico, il benessere materiale vengono caldeggiati e propugnati spesso come preminenti e perfino elevati ad unica ragione di vita»(8) . Egli non esita ad indicare come errore più radicale del nostro tempo «l’assurdo tentativo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento sul quale soltanto può reggere»(9) .
L’INTESA E LA COLLABORAZIONE
L’opera di aggiornamento più rilevante riguarda la definizione delle problematiche sociali, politiche ed economiche in un sistema che prescinde ormai istintivamente dal soggetto statale – destinato sempre più a perdere quella centralità tipica dell’Ottocento e della prima metà del Novecento – rimandando ad un ordinamento giuridico internazionale.
«Le comunità politiche si condizionano a vicenda – scrive il Papa –, e si può asserire che ognuna riesce a sviluppare se stessa contribuendo allo sviluppo delle altre. Per cui tra esse si impone l’intesa e la collaborazione»(10) . Una collaborazione che Paolo VI, citando questo documento assieme alla Pacem in terris, fa poggiare su tre elementi: lo spirito di solidarietà e di carità; l’attenzione per la soggettività del paese assistito; la gratuità dell’azione, priva di mire espansionistiche(11) .
La Pacem in terris è il documento più celebrato del Magistero di Giovanni XXIII. Il suo valore permanente per la dottrina sociale della Chiesa è stato ribadito nel 2003 da Giovanni Paolo II, che ha dedicato il tradizionale Messaggio per la Giornata mondiale della Pace proprio al quarantesimo anniversario dell’enciclica, «un’occasione quanto mai opportuna – ha scritto –per fare tesoro dell'insegnamento profetico di Papa Giovanni XXIII»(12) .
Il contesto storico nel quale venne maturata l’enciclica vedeva una forte tensione tra le due potenze del pianeta. Era la stagione dell’innalzamento del Muro di Berlino e della crisi di Cuba, che aveva reso evidenti gli estremi sforzi di Roncalli per affermare la pace davanti all’incubo dell’olocausto nucleare. Al culmine della tensione il Papa aveva lanciato un messaggio radiofonico facendo appello a tutti quelli che lavoravano con sincerità alla causa della pace(13) . Giovanni Paolo II non ha mancato di ricordare che il clima di disordine internazionale, contrapposto in maniera manifesta alla concezione cristiana della pace quale tranquillitas ordinis, non impedì al Pontefice di farsi portavoce di un messaggio carico di speranza: «Papa Giovanni XXIII non era d'accordo con coloro che ritenevano impossibile la pace. Con l'Enciclica, egli fece sì che questo fondamentale valore – con tutta la sua esigente verità – cominciasse a bussare da entrambe le parti di quel muro e di tutti i muri»(14) .
La lettera è rivolta – una prima assoluta nella storia della Chiesa – non solo ai vescovi e ai fedeli cristiani, ma anche «a tutti gli uomini di buona volontà»(15) .
I SEGNI DEI TEMPI
L’ascolto delle esigenze della società moderna rappresenta il motivo conduttore di una formulazione dottrinale estremamente impegnativa, capace di portare la dottrina della Chiesa su pace e guerra ad un livello ulteriore rispetto al passato.
«Riesce quasi impossibile – scrive il Papa, sancendo la svolta sostanziale del magistero – pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia»(16) . Questo punto rivela il carattere innovativo dell’enciclica, che assume le condizioni storiche quale contesto imprescindibile per formulare un'appropriata risposta. Ha scritto in proposito Giuseppe Alberigo, storico della Chiesa: «La novità più rilevante da questo punto di vista è l’uso della categoria evangelica dei segni dei tempi, che supera lo schema deduttivo tipico della dottrina sociale, dando un solido riferimento storico empirico all’attualizzazione evangelica»(17) .
La parte iniziale dell’enciclica assomiglia ad una rassegna di diritti fondamentali della persona umana che può mostrare qualche somiglianza con le moderne dichiarazioni universali, in particolare quella dell’ONU del 1948. Essa riconosce il diritto all’esistenza e ad un tenore di vita dignitoso, il diritto di professare liberamente, in privato ed in pubblico, la propria fede religiosa, il diritto alla famiglia, fondata sul matrimonio, il diritto di libera iniziativa nel campo economico e il diritto al lavoro, il diritto di proprietà anche sui beni produttivi, il diritto di riunione e di associazione, il diritto di emigrazione e di immigrazione. Inoltre viene sancita la parità dei diritti tra l’uomo e la donna.
A convalidare la vicinanza di questa parte del documento con la Dichiarazione dell’ONU sta anche il fatto che questa viene citata esplicitamente quale «passo importante nel cammino verso l’organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale»(18) .
LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO
È la prima volta che il magistero si riferisce esplicitamente alla Dichiarazione. Pio XII, nei dieci anni successivi, non l’aveva mai fatto. Si era limitato ad augurare che le Nazioni Unite evolvessero dall’originale impianto di solidarietà di guerra per divenire espressione della solidarietà internazionale per la pace(19) . Però uno scritto “apocrifo” del Papa, pubblicato senza firma sull’Osservatore Romano del 15 ottobre 1948, aveva esposto chiaramente le ragioni che avrebbero giustificato un simile silenzio. Veniva scritto, infatti, in quel comunicato ufficiale: «Non è, dunque, Dio, ma l'uomo che avverte gli umani che sono liberi ed eguali, dotati di una coscienza e di una intelligenza, tenuti a considerarsi some fratelli. Sono dunque gli uomini stessi che si investono di prerogative delle quali potranno anche arbitrariamente spogliarsi»(20) .
Queste riserve, pur velate, da parte di Pio XII non vengono però cancellate dalle parole favorevoli contenute nella Pacem in terris. Infatti nello stesso numero del documento viene fatto notare che «su qualche punto particolare della dichiarazione sono state sollevate obiezioni e fondate riserve»(21) . Su quali fossero queste riserve, il Papa rispose in altre occasioni che si trattava della «mancanza di fondamento ontologico»(22)  dei diritti proclamati, in una sostanziale continuità con Pio XII.
In effetti la Pacem in terris richiama, dopo la definizione dei principali diritti inerenti alla persona umana, una indicativa riflessione sui doveri, che manca sistematicamente nelle moderne dichiarazioni universali. Afferma:
«I diritti naturali testé ricordati sono indissolubilmente congiunti, nella stessa persona che ne è il soggetto, con altrettanti rispettivi doveri; e hanno entrambi nella legge naturale, che li conferisce o che li impone, la loro radice, il loro alimento, la loro forza indistruttibile»(23) .
È evidente dunque che per Giovanni XXIII è in gioco non solo il riconoscimento della persona umana quale depositaria di una serie di diritti inviolabili, ma anche la derivazione di tali diritti e il loro coesistere in un quadro di reciprocità.
Giovanni Paolo II ci aiuta a commentare questo punto: «La comunità internazionale, che dal 1948 possiede una carta dei diritti della persona umana, ha per lo più trascurato d'insistere adeguatamente sui doveri che ne derivano. In realtà, è il dovere che stabilisce l'ambito entro il quale i diritti devono contenersi per non trasformarsi nell'esercizio di un arbitrio. Una più grande consapevolezza dei doveri umani universali sarebbe di grande beneficio alla causa della pace, perché le fornirebbe la base morale del riconoscimento condiviso di un ordine delle cose che non dipende dalla volontà di un individuo o di un gruppo»(24) .
I DIRITTI SONO «UNIVERSALI, INVIOLABILI, INALIENABILI»
L’architettura dell’enciclica presuppone il diritto naturale, che scaturisce dalle esigenze insite nella natura umana. Questo significa che la radice di ogni diritto non è nella semplice volontà degli uomini, né nella legislazione positiva degli Stati o degli organismi ad essi superiori, ma in Dio Creatore(25) . Su queste basi Papa Roncalli può affermare che tali diritti sono «universali, inviolabili, inalienabili»(26) . Essi cioè riguardano indistintamente tutti, presuppongono ogni sforzo affinché vengano rispettati, non possono essere intaccati o modificati, perché questo significherebbe agire prima ancora contro l’uomo – la sua natura – che contro Dio.
La pace tra gli uomini diventa dunque realizzabile solo se è fondata su un ordine che, scrive il Papa, è «fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà»(27) .
Possiamo apprezzare, negli elementi appena esposti, lo sforzo notevole nel presentare l’insegnamento della Chiesa in sintonia con la sensibilità moderna, come aveva già tentato Pio XII. Ma l’opera di Papa Giovanni non si ferma qui. Egli infatti sviluppa la sua riflessione aggiungendo intuizioni di fondamentale importanza per la dottrina sociale, e cioè la formulazione del concetto di bene comune universale.
In questo senso la Pacem in terris rappresenta l’immediato sviluppo della Mater et Magistra. Ancora una volta l'uso di quel metodo “induttivo” fa descrivere al papa il processo storico di una sempre più ampia interrelazione tra i popoli del mondo, favorita dalla tecnologia e resa evidente dalle dinamiche economiche. Se in passato si poteva sostenere che lo Stato potesse assicurare il bene comune dei suoi abitanti, attraverso vie diplomatiche e di intesa con altri Stati – è in sostanza il modello westfaliano di Stato, con il connesso ordine internazionale ritagliato sulle sue prerogative universali – oggi, scrive il Papa,  questo non è più vero.
Oggi, «a motivo di una loro deficienza strutturale»(28) , gli Stati e, più in generale, le singole comunità politiche, non sono in grado di provvedere da soli al loro bene comune.
«Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacché il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche»(29) .
Si tratta di una riflessione di estrema importanza, perché segna il superamento della forma Stato in un'autorità mondiale, che non si traduce in una semplice associazione di Stati sovrani, una repubblica di kantiana memoria della quale, del resto, la storia ha già sperimentato l'inefficacia. Giovanni XXIII pensa ad un potere pubblico istituito non da intese tra Stati, ma imposto «dalle esigenze obiettive del bene comune universale»(30) .
Egli pone dunque le premesse per la costituzione di un ordine mondiale, che è fondato su due concetti basilari(31) : il concetto di autorità quale funzione imprescindibile della vita sociale, dotato dei mezzi idonei per realizzare la sua attività e il concetto di bene comune, quale fine naturale a cui l'autorità tende. Si aggiunga a questo la centralità dei diritti e dei doveri della persona umana, fondamento di tutta la costruzione.
IL CONCETTO DI SUSSIDIARIETÀ
Una costruzione che, con qualche margine di approssimazione, può essere considerata come l'applicazione, su scala mondiale, del concetto di sussidiarietà, che è uno specifico della dottrina sociale della Chiesa. Non è un caso infatti che tale principio venga esplicitamente richiamato per definire i rapporti all'interno della comunità mondiale. «Come i rapporti tra individui, famiglie, corpi intermedi, e i poteri pubblici delle rispettive comunità politiche, nell'interno delle medesime, vanno regolati secondo il principio di sussidiarietà, così nella luce dello stesso principio vanno regolati pure i rapporti fra i poteri pubblici delle singole comunità politiche e i poteri pubblici della comunità mondiale»(32) .
Su questo livello del Magistero giovanneo è possibile articolare il discorso sull'Europa.
In Giovanni XXIII purtroppo manca un documento che trasponga organicamente queste fondamentali intuizioni alla realtà europea. Tuttavia è possibile fare un lavoro di adattamento delle formulazioni contenute nelle due encicliche appena esaminate sulla base di un documento della Segreteria di Stato a firma del cardinale Amleto Cicognani. Anche se non si tratta di un atto personale del Pontefice – i cui interventi sull’Europa furono di taglio spiccatamente pastorale – è tuttavia possibile assumerlo come emanazione del suo insegnamento.
La lettera è indirizzata al prof. Alain Barrère, presidente della 49° Settimana Sociale di Francia del 1962, organizzata sul tema “L'Europa delle persone e dei popoli”.
Proprio sulla scorta di un'applicazione del principio di sussidiarietà, viene rilevata la necessità che l'Europa prenda le mosse «dalle caratteristiche nazionali»(33)  per esistere come realtà «vivente e originale»(34) . Il patrimonio collettivo sarà formato dall'apporto delle singole tradizioni nazionali, che gli Stai devono riuscire ad incanalare in un sistema di rapporti più vasto ed organico, capace di promuovere il «bene comune europeo»(35) . È dunque espressamente applicato qui il concetto formulato nella Mater et Magistra. Al fondo del processo vi è un movimento ascensionale, dal basso verso l'alto: «L'instaurazione dell'Europa, lungi dall'essere appannaggio esclusivo dei governi, sarà quindi anche opera dei popoli»(36) .
LA FAMIGLIA: «CENTRO VITALE»
Una grande importanza nella lettera viene data alla famiglia, il «centro vitale»(3)  della società, la cui funzione deve essere rispettata e valorizzata dalle singole legislazioni. Essa, viene fatto notare, rimane un elemento insostituibile davanti al fenomeno dell'immigrazione. Infatti Giovanni XXIII si era espresso chiaramente a questo proposito affermando che i migranti, trovandosi in un ambiente del tutto diverso da quello di appartenenza, caratterizzato dalla forte industrializzazione e da un contesto pluralistico, possono incontrare serie difficoltà di inserimento se manca loro anche la centralità sociologica della famiglia(38) .
La realtà europea sarà costruita dunque nello spirito dell'accoglienza e nel rispetto del proprio patrimonio, modellato dall'umanesimo greco e dal diritto romano e soprattutto forgiato dal cristianesimo, «il quale ha posto in risalto i valori della persona umana, soggetto libero, autonomo e responsabile»(39) . 
   Secondo l'insegnamento di Giovanni XXIII, due sono i movimenti che animeranno la comunità europea. L'attuazione di tutti quei provvedimenti volti a ridurre le diseguaglianze di sviluppo nelle varie regioni e la solidarietà verso gli altri continenti, per favorirne lo sviluppo. Vengono tracciati dunque due capisaldi del Magistero della Chiesa sull'Europa, che verranno costantemente rinnovati dai Papi successivi. Compito dell'Europa è quello di pensare al suo sviluppo unitario ed ai suoi valori acquisiti, senza ripiegare in un isolazionismo quasi speculare al suo antico impulso universalistico.
La Chiesa da parte sua ribadisce il suo essere «al di sopra delle scelte e degli impegni temporali»(40) . Il suo ruolo è quello di «apportare, qui come altrove, i principi morali che illuminano l'azione degli uomini responsabili e indirizzano la ricerca delle istituzioni competenti»(41) .
LE CHIESE ORIENTALI
Non va dimenticato un aspetto assai rilevante di Papa Giovanni, cioè il suo straordinario carisma nei rapporti con le Chiese separate orientali. La sua esperienza di Visitatore e di Delegato Apostolico in Bulgaria, Turchia e Grecia, nonché quella di Patriarca di Venezia prima della sua elezione petrina, avevano reso Angelo Roncalli un ecclesiastico formato nei rapporti concreti con quelle realtà, consapevole che gli elementi di comunione fossero più evidenti delle storiche divisioni. È interessante riportare ciò che il Patriarca aveva detto in occasione del suo insediamento a Venezia, il 15 marzo 1953: «La Provvidenza mi trasse dal mio villaggio nativo e mi fece percorrere le vie del mondo in Oriente e in occidente, accostandomi a gente di religione e di ideologie diverse, in contatto con problemi sociali, acuti e minacciosi, e conservandomi la calma e l'equilibrio dell'indagine, dell'apprezzamento: sempre preoccupato, salva la fermezza dei principi del Credo cattolico  della morale, più di ciò che unisce che di quello che separa e suscita contrasti»(42) .
Non mancarono, da Papa, gli appelli all'unità. Rispetto a Pio XII traspariva in Roncalli l'esperienza del diplomatico e il ricordo affettuoso di quelle realtà, vissute in prima persona. «Appena sappiamo dirvi – confessò una volta – la tenerezza che Ci prende sempre nel ricordo nostalgico di giorni, persone, luoghi lontani, cari e benedetti»(43) . E prometteva agli orientali: «Non entreranno in una casa estranea, ma nella loro propria, in quella stessa che un tempo fu illustrata dall'insigne dottrina dei loro antenati, e impreziosita dalle loro virtù»(44) .
Queste parole vennero tradotte in gesti concreti nel 1960 quando, per la preparazione del Concilio Ecumenico, egli creò il Segretariato per l'unione dei cristiani, che avrebbe redatto in seguito lo schema sull'ecumenismo.
Il pontificato di Giovanni XXIII, acquisendo e sviluppando gli impulsi provenienti da Pio XII, getta le premesse di quel rinnovamento della coscienza ecclesiale nel mondo contemporaneo. Egli stabilisce con la modernità un rapporto non più di confitto, ma di osmosi. Ha scritto Ernesto Balducci: «Il cattolico di Papa Giovanni è perfettamente integrato nella modernità, e, se la combatte, lo fa, non tanto in quanto è cattolico, ma in quanto la modernità è in molti suoi aspetti disumana»(45) . La Chiesa dovrà «innestare la verità eterna, che le è affidata, sulle linee autentiche della modernità, verificate e misurate, non secondo confronti con la cultura del passato, ma secondo la loro rispondenza alla natura dell'uomo, che di continuo crea a se stessa i propri modelli espressivi e gli strumenti della propria scelta»(46) .
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(1)  Allocuzione ai Delegati dell’Assemblea Parlamentare Europea e Paesi d’oltremare associati alla CEE, 26 gennaio 1961, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 35.
(2)  Allocuzione alla X Sessione di studio del Comitato di Sanità Pubblica dell’Unione Europea Occidentale, 12 aprile 1960, in ibid., doc. 34.
(3)  Giovanni XXIII, enciclica Mater et Magistra, 15 maggio 1961, da  http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_15051961_mater_it.html, n. 11.
(4)  Ibid.
(5)  Ibid., n. 71.
(6)  Ibid., n. 51.
(7)  Ibid., n. 163.
(8)  Ibid.
(9)  Ibid., n. 202.
(10)  Ibid., n. 144.
(11)  Cfr. l’Allocuzione al Colloquio internazionale sui problemi dell’assistenza tecnica e della formazione dei quadri direttivi nei paesi in via di sviluppo, 9 maggio 1964, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 46.
(12)  Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 1° gennaio 2003, da http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/messages/peace/documents/hf_jp-ii_mes_20021217_xxxvi-world-day-for-peace_it.html, n. 10.
(13)  Discorsi, Messaggi, Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, IV, pp. 614-615.
(14)  Ibid., n. 3.
(15)  Giovanni XXIII, enciclica Pacem in terris, 11 aprile 1963, da http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_11041963_pacem_it.html.
(16)  Ibid., n. 67.
(17)  G. Alberigo, Papa Giovanni (1881-1963), Edb, Bologna, 2000, p. 197.
(18)  Giovanni XXIII, enciclica Pacem in terris, cit., n. 75.
(19)  Cfr. AAS 46 (1949), p. 5
(20)  Cit. in V. Messori, Pensare la storia, Sugarco, Milano, 2006, p. 333.
(21)  Giovanni XXIII, enciclica Pacem in terris, cit., n. 75.
(22)  Cit. in V. Messori, Pensare la storia, Sugarco, Milano, 2006, p. 334.
(23)  Ibid., n. 14.
(24)  Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 1° gennaio 2003, cit. n. 5.
(25)  Cfr. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2005, n. 153.
(26)  Giovanni XXIII, enciclica Pacem in terris, cit., n. 5.
(279  Ibid., n. 89.
(28)  Ibid., n. 70.
(29)  Ibid., n. 68.
(30)  Ibid., n. 70.
(31)  Ibid., paragrafo II.
(32)  Ibid., n. 74.
(33)  P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 36.
(34)  Ibid.
(35)  Ibid.
(36)  Ibid.
(37)  Ibid.
(38)  AAS 53 (1961), pp. 717-718.
(39)  P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit. doc. 36.
(40)  Ibid.
(41)  Ibid.
(42)  Cit. in E. Fogliasso, Il concilio ecumenico Vaticano II nella vita del Santo Padre Giovanni XXIII, Pas, Roma, 1962, pp. 74-75.
(43)  Ibid., p. 78.
(44)  Ibid., p. 79.
(45)  E. Balducci, Giovanni XXIII, Piemme, Casale Monferrato, 2000, pp. 246-247.
(46)  Ibid., p. 245.
(LB - AM)