domenica 19 marzo 2017

«L'Europa, conforme alle disposizioni della Divina Provvidenza, potrà essere ancora vivaio e dispensatrice di quei valori, se saprà riprendere consapevolezza del suo proprio carattere spirituale e abiurare la divinizzazione della potenza» «Tutto un complesso di ragioni invita oggi le nazioni europee a unirsi realmente in una federazione». Pio XII.
Passano solo sei mesi tra l’elezione di Pio XII (2 marzo 1939) e l’invasione tedesca della Polonia, che segna l’inizio della seconda guerra mondiale (1° settembre 1939). Il pontificato di Eugenio Pacelli è dunque segnato profondamente dalla catastrofe bellica.
PACIFICARE IL VECCHIO CONTINENTE
Esaurito ogni sforzo diplomatico, il 24 agosto il Pontefice compiva un gesto pubblico di grande rilevanza, tentando un’ultima carta per sostenere la causa della pace. Egli consegnava alla radio delle parole solenni e profetiche, che sarebbero rimaste giustamente famose: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra»(1) . Pio XII faceva appello alla «forza della ragione»(2)  e all’«anima di questa vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano»(3) . Poneva il suo messaggio in una totale umiltà – «non d’altro armati che della parola di Verità»(4)  – invocando la fraternità universale degli uomini e la via dell’intesa leale tra i governi.
Per tutta la durata del conflitto il Papa leverà con forza la sua voce per denunciare «il terribile uragano della guerra»(5) . Egli indicherà lucidamente, già nella sua enciclica programmatica, Summi Pontificatus, le cause della situazione attuale, identificate in un incontrollato sviluppo tecnico e in un parallelo processo di «spirituale dissolvimento»(6) . I movimenti anticristiani dei secoli passati si sono compiuti storicamente nello scioglimento dello Stato da ogni vincolo trascendente, col conseguente affermarsi dei nazionalismi.
     Il Pontefice constata con amarezza la perdita di quella «radice (…) che un tempo aveva dato coesione spirituale all'Europa, la quale, educata, nobilitata e ingentilita dalla croce, era pervenuta a tal grado di progresso civile da diventare maestra di altri popoli e di altri continenti»(7) . È invece questa l'«ora delle tenebre»(8) , nella quale si dimostra l'errore fondamentale della «tanto vantata laicizzazione della società, che ha fatto sempre più rapidi progressi, sottraendo l'uomo, la famiglia e lo Stato all'influsso benefico e rigeneratore dell'idea di Dio e dell'insegnamento della Chiesa»(9) .
     Oltre alla profondità dell’analisi non manca all’enciclica una vena propositiva, una precisa volontà di impegno e di rigenerazione per l’Europa, che caratterizzerà tutto il pontificato. Egli non esita ad investire la Chiesa del compito di pacificare un continente che ancora deve conoscere le fasi più drammatiche della guerra e fa appello alla creazione di un nuovo ordine internazionale fondato moralmente.
«NON AGGIUNGERE ALLE ROVINE DELLA GUERRA UNA PACE FRUSTRATA»
Negli anni successivi il Papa sviluppa questo punto e propone un preciso programma di ricostruzione politica e spirituale per l’Europa. A tal riguardo il messaggio radiofonico del 24 dicembre 1941 è di assoluto rilievo.
«Le rovine di questa guerra – dice il Papa ai microfoni della Radio Vaticana – sono troppo ingenti, da non dovervisi aggiungere anche quelle di una pace frustrata e delusa»(10) . Egli dunque, riprendendo e ampliando quanto aveva già detto nel 1939(11) , enuncia una serie di punti per un ordinamento fondato sui principi morali.
Essi sono: il rispetto delle nazioni, qualunque sia la loro estensione e la loro capacità di difesa; la solidarietà nel campo economico e produttivo, tale da assicurare un'equa partecipazione alle risorse naturali; la tutela delle peculiarità culturali e linguistiche delle minoranze nazionali; la limitazione progressiva e adeguata degli armamenti; il recupero della fede a tutti i livelli, «dall'uomo di Stato, come dall'ultimo dei cittadini (...) per ricostruire una nuova Europa e un nuovo mondo»(12) .
Come possiamo notare si tratta di un programma non astratto ma profondamente calato nella realtà storica di un'Europa al suo terzo anno di guerra. Il Papa è consapevole che per la sua realizzazione c'è bisogno dell'apporto di tutti. Si tratta di «un'intrapresa universale di bene comune»(13)  in cui la Chiesa si assume un compito espressamente religioso e morale, «mettendo le sue soprannaturali energie a servigio dell’intesa tra i popoli e della pace»(14) .
Pio XII non chiede privilegi, non sogna il ritorno all'Europa d'ancien régime. Egli è consapevole delle profonde trasformazioni intervenute nel pensiero europeo degli ultimi secoli e riconosce «le forme peculiari e così svariate di vivere civile nelle quali si manifesta l'indole propria di ciascun popolo»(15) . Ma non tace il fatto che il rigoglioso sviluppo di queste identità politico-culturali ha un'innegabile derivazione cristiana, «la chiave di volta, che mai non può essere sacrificata, a nessun vantaggio transitorio, a nessuna mutevole combinazione»(16) . Una fedeltà che dunque non è chiusa nella condanna degli errori del passato, né tantomeno, come abbiamo detto, nell’immaginario di una restaurazione dell'antico ordine westfaliano. Per fugare ogni dubbio egli impiega un termine assai eloquente, «genio inventivo»(17) , riferendosi alla capacità del cristianesimo di sprigionare energie nuove per il futuro dell'Europa.
I CRISTIANI PROTAGONISTI DELLA NUOVA EUROPA
«Un cristiano convinto – afferma nel radiomessaggio natalizio del '49 – non può confinarsi in un comodo o egoistico «isolazionismo», quando è testimonio dei bisogni e delle miserie dei sui fratelli; quando giungono a lui le implorazioni di soccorso egli economicamente deboli; quando conosce le aspirazioni delle classi lavoratrici verso più normali e giuste condizioni di vita; quando è consapevole degli abusi di una concezione economica, che pone il danaro al di sopra degli obblighi sociali; quando non ignora i traviamenti di un intransigente nazionalismo, che nega o conculca la solidarietà fra i singoli popoli, solidarietà la quale impone a ciascuno molteplici doveri verso la grande famiglia delle Nazioni». La figura del cristiano che qui si propone, non è una figura asettica, confinata in universo di valori impotenti a farsi anche norma di comportamento. Al contrario il Papa propone il cristiano della ricostruzione, definito nella controluce delle condizioni economiche e sociali nel quale egli acquista il suo senso e la sua identità.
A questo punto possiamo notare un tratto dominante del magistero pacelliano. Esso è concretamente vicino ai bisogni comuni, realmente inserito nel clima politico e spirituale del continente. Ma proprio l'oscillazione, o meglio la sintesi, tra un'iniziativa «pratica e realistica»(18)  e un monito irrinunciabile, di ordine morale, caratterizza il suo insegnamento.
Si ritrova questa dualità in tutti i pronunciamenti successivi, che accompagnano di pari passo la nascita delle prime istituzioni europee.
Non è esagerato affermare che Pio XII fu uno dei più entusiasti sostenitori del progetto di unificazione. Il dibattito vedeva protagonisti in quegli anni uomini diversi per ispirazione politica, coinvolgendo direttamente esponenti della sinistra come Altiero Spinelli e Jean Monnet – il primo convinto “federalista”, l'altro “funzionalista”, più realistico nel progettare un iter di unificazione graduale, trainata dalla progressiva creazione di comuni istituzioni economiche e politiche. Entrambi, comunque, decisi nel diffidare dei tentativi di Adenauer, Churchill, de Gaulle, per una confederazione di Stati sovrani(19) , visti come un compromesso al ribasso.
UN PAPA «FEDERALISTA»
Eppure è interessante notare come, dall'esame dei documenti magisteriali, il Papa provasse un'istintiva simpatia per la scelta federalista.
Nel 1948 egli manda un messaggio al II Congresso internazionale dell’Unione Europea dei Federalisti(20) , nel quale fa notare se non sia «già troppo tardi»  per la costituzione di un'«unione europea»(22) . Altrove parla esplicitamente del fatto che «tutto un complesso di ragioni invita oggi le nazioni europee a unirsi realmente in una federazione»(23) .
Il fatto che egli non nasconda la sua approvazione per la scelta federalista, non gli impedisce però di introdurre nel dibattito elementi nuovi, relativi alla fondazione ideale che si intende dare al progetto paneuropeo. Proprio in questo egli assume il ruolo di portavoce degli interessi culturali ed etici dei popoli europei, in quanto dà una sostanziale risposta alla domanda di senso della politica comunitaria postbellica, svincolandola dal suo aspetto meramente politico, circoscritto a un’èlite intellettuale.
Il suo sforzo è incessante nel tratteggiare con colori vivaci il quadro di un'Europa a vocazione universalista, che sappia recuperare il suo patrimonio – termine ricorrente del magistero – definito come
«il complesso di tutti i valori spirituali e civili, che l'Occidente ha accumulato, attingendo alle ricchezze delle sue singole nazioni, per dispensarle all'intero mondo. L'Europa, conforme alle disposizioni della Divina Provvidenza, potrà essere ancora vivaio e dispensatrice di quei valori, se saprà riprendere consapevolezza del suo proprio carattere spirituale e abiurare la divinizzazione della potenza. Come nel passato le sorgenti della sua forza e della sua cultura furono eminentemente cristiane, così ella dovrà imporsi un ritorno a Dio e agli ideali cristiani, se vorrà ritrovare la base e il vincolo della sua unità e della sua vera grandezza»(24) .
Nella perentorietà di questa dichiarazione sta tutto l'impegno per ridurre la forbice tra le forme concrete, politiche e burocratiche, dell'unificazione e il loro radicamento in un substrato di valori e di norme attinti all'eredità cristiana, storicamente validi.
NESSUN MATERIALISMO CONDUCE ALLA PACE
Egli pone seccamente l’interrogativo: «L'Europa attende ancora il risveglio di una propria coscienza. (...) Si tratta solo di un momentaneo smarrimento?»(25) .
Sarebbe superficiale pensare che la risposta – implicita eppur evidente – data dalle scelte politiche che portarono alla nascita della CECA e dei Trattati di Roma, pesasse sulla sua capacità di giudizio. Quegli accordi, infatti, segnarono in un certo senso il coronamento della linea “funzionalista”, trattandosi della sostanziale applicazione della famosa Dichiarazione Schuman che aveva proposto «la fusione di interessi necessari all'instaurazione di una comunità economica» come punto di partenza per l’instaurazione di un nuovo ordine europeo. Primato, dunque, degli interessi economico-politici sulle fondazioni ideali.
Una tale supposizione, dicevamo, sarebbe superficiale. Basterà citare infatti la stima che Papa Pacelli ebbe per lo «spirito al tempo stesso audace e realizzatore»(26)  della dichiarazione Schuman, oltre alla sua stessa, esplicita approvazione di un nucleo geopolitico franco-tedesco a fare da «struttura portante di un'Europa unita»(27) .
La capacità di discernimento, dunque, pur nella fluidità degli schieramenti e nell'assoluta novità del processo, si dimostra fortemente pragmatica. Egli apprezza gli sforzi concreti degli statisti europei, pur senza dimenticare l'ideal-tipo, promosso con decisione, di una fondazione morale cristianamente ispirata.
All'indomani della CECA e degli accordi, poi naufragati, per la CED, il Papa non faceva mancare il suo incoraggiamento. «Se oggi – diceva in un discorso del settembre '52 – personaggi politici coscienti delle loro responsabilità, se uomini di Stato lavorano per l'unificazione dell'Europa, per la sua pace e la pace del mondo, la chiesa non resta davvero indifferente ai loro sforzi. Essa li sostiene piuttosto con tutta la forza dei suoi sacrifici e delle sue preghiere»(28) .
A partire dalla nascita della CECA, però, Pio XII sottolinea sempre più spesso la mancanza cronica di quei riferimenti per cui da anni si batte, e che, nella sua sensibilità, rischia di abbandonare l’intero processo nelle ortiche del «materialismo moderno»(29) . «Nessun materialismo – ammonisce il Pontefice – è stato mai un mezzo idoneo per instaurare la pace, essendo questa innanzitutto un atteggiamento dello spirito»(30) .
È precisamente in questa divaricazione tra la prassi economico-politica delle nascenti Comunità europee e il Magistero della Chiesa che si registrano i primi, fondamentali elementi di tensione. Una tensione lontano dal risolversi e semmai destinata ad acutizzarsi nel tempo. Possiamo approfondire le origini di questo complesso rapporto.
Assai interessante è il discorso tenuto il 13 giugno 1957 al Congresso d’Europa, indetto dal Movimento Europeo di cui era presidente Robert Schuman. Il Papa esamina le varie fasi del processo che ha portato alla nascita della CECA ed alla sigla, pochi mesi prima a Roma, dei trattati istitutivi del Mercato Comune e dell’Euratom. Egli non esita dall’entrare in considerazioni abbastanza tecniche, come il fatto che i Trattati di Roma prefigurano un tipo di autorità comune meno incisiva rispetto a quella, indipendente dai relativi governi, della CECA.
«PERCHÉ ANCORA ESITARE? IL FINE È CHIARO»
Il fatto notevole è la volontà, che si rileva costantemente, di entrare a far parte del dibattito, apportandovi la spinta di uno straordinario entusiasmo («Perché ancora esitare? Il fine è chiaro»(31)  aveva detto in un radiomessaggio del ‘53). Egli già propone la costituzione di un unico organismo politico, anticipando dunque la fusione delle tre Comunità che effettivamente avverrà solo nel 1991, con il Trattato di Maastricht.
La proposta di Pio XII è quella di estendere la partecipazione comunitaria a una rete sempre più grande di materie, sino ad includere «più da vicino i valori spirituali e morali»(32) . In un altro importante discorso dello stesso anno ai parlamentari della CECA, egli precisa che si tratta di un patrimonio che risulta dall’incontro di diverse culture e alla cui convivenza e apertura reciproca è indispensabile l’apporto di «un lungo atavismo cristiano»(33) .
La formulazione non è nuova, come abbiamo visto. Tuttavia il Papa giunge a definire con estrema chiarezza il contenuto positivo di questo “atavismo cristiano”. Egli afferma:
«Se è vero che il messaggio cristiano costituì per essa (l’Europa, ndr) come il fermento messo nella pasta, che la lavora e fa sollevare la massa, non è men vero che il medesimo messaggio rimane, oggi come ieri, il più prezioso dei valori di cui essa è depositaria, capace di conservare, nella loro integrità e nel loro vigore, insieme con l’idea e con l’esercizio delle libertà fondamentali della persona umana, la funzione delle società familiare e nazionale, e di garantire, nell’ambito di una comunità sopranazionale, il rispetto verso le differenze culturali, lo spirito di conciliazione e di collaborazione, con l’accettazione dei sacrifici che esso comporta e della dedicazione che richiede»(34) .
Pio XII pensa dunque al riferimento cristiano non come a un vago retaggio storico da inserire negli enunciati di un ordinamento giuridico come vaga e sterile indicazione di identità collettiva. È significativo a questo riguardo il fatto che egli avesse ritenuto insufficiente il riferimento “alla comune eredità della civiltà cristiana” contenuto in una risoluzione della Commissione culturale del Congresso dell’Aja del maggio ’48(35) .
Il Papa al contrario crede nel cristianesimo quale agente sociologico, oltre che spirituale, del processo di ravvicinamento dei popoli europei, quale modello valoriale trainante dell’«Europa nuova»(36)  da costruire con pazienza e sacrificio, ma il cui cammino è una «via di salvezza»(37) .
Ovviamente egli non manca di responsabilizzare i cattolici a questo compito, anche alla luce delle sanguinose divisioni intercorse tra le nazioni europee durante la guerra. Centrale è il recupero del concetto di patria, nel quale la Chiesa vede l’ambito naturale di formazione e di espressione dell’identità della persona e dei popoli, privato però di ogni caricatura ideologica. In questo senso il Papa consiglia la stima tra le nazioni, la fiducia nei propri mezzi e il sentimento di unità. Vede appunto nell’unione dei cattolici, che superi ogni barriera nazionale, lo strumento indispensabile per «lavorare insieme ai compiti della vita pubblica»(28) .
In questo senso è da richiamare anche il suo incessante impegno per ricondurre il concetto di sovranità dello Stato entro le categorie di un diritto internazionale ordinato ai principi dell’eguaglianza e delle reciproca dipendenza(39) .
Pio XII muore il 9 ottobre 1958. Il suo pontificato, iniziato pochi mesi prima dell’inizio della guerra, finisce a ridosso dei Trattati di Roma. Con ogni ragione dunque può essere considerato il Papa tra guerra e ricostruzione, che osserva lucidamente gli avvenimenti di cui è testimone e che traccia, con incredibile energia – non priva di un vero senso profetico – le linee di un futuro fondato sulla giustizia e sulla carità(40) .
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(1)  AAS 31 (1939), p. 334.
(2)  Ibid.
(3)  Ibid., p. 335.
(4)  Ibid., p. 333.
(5)  Pio XII, enciclica Summi Pontificatus, 20 ottobre 1939, da http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/encyclicals/documents/hf_p-xii_enc_20101939_summi-pontificatus_it.html.
(6)   Ibid.
(7)   Ibid.
(8)  Ibid.
(9)  Ibid.
(10)  Radiomessaggio del 24 dicembre 1941, in AAS 34 (1942), p. 13.
(11)  Radiomessaggio del 24 dicembre 1939, in AAS 32 (1940), pp. 10-11.
(12)  Radiomessaggio del 24 dicembre 1941, cit.
(13)  Ibid.
(14)  Radiomessaggio del 24 dicembre 1941, cit.
(15)  Radiomessaggio del 1° settembre 1944, in AAS 36 (1944), p. 250.
(16)  Ibid., p. 251.
(17)  Ibid.
(18)  Radiomessaggio del 24 dicembre 1948, in AAS 41 (1949), p. 12.
(19)  Cfr. R. De Mattei, De Europa, Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 2006, p. 8.
(20)  L’Union des Fédéralistes Européens nacque il 15 e 16 dicembre 1946 a Parigi allo scopo di coordinare i vari movimenti federalisti operanti all’epoca. Nel 1956 subì una scissione tra il Movimento Federalista Europeo e l’Azione Europea federalista, poi ricomposta nel 1973. Recentemente ha avuto un ruolo attivo nel dibattito sulla Costituzione europea. Cfr. il sito ufficiale http://www.federaleurope.org/index.php?id=3351
(21)  Allocuzione al II Congresso internazionale della Unione Europea dei Federalisti, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l'Europa. Documenti, Elle Di Ci, Torino, 1978, doc. 10.
(22)  Ibid.
(23)  Allocuzione ai Parlamentari della Assemblea della Ceca, 4 novembre 1957, in ibid., doc. 28.
(24)  Radiomessaggio del 24 dicembre 1954, in ibid., doc. 17.
(25)  Ibid.
(26)  Allocuzione ai Parlamentari della Assemblea della Ceca, 4 novembre 1957, in ibid., doc. 28.
(27)  Allocuzione al Presidente della Repubblica Federale di Germania, 27 novembre 1957, in ibid., doc. 30.
(28)  Allocuzione al Convegno internazionale di Pax Christi, 13 settembre 1952, in ibid., doc. 13.
(29)  Radiomessaggio del 24 dicembre 1953, in ibid., doc. 15.
(30)  Ibid.
(31)  Ibid.
(32)  Allocuzione al Congresso d’Europa, 13 giugno 1957, in ibid., doc. 25.
(33)  Ibid.
(34)  Ibid..
(35)  Cfr. P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit., doc. 10.
(36)  Allocuzione all’ambasciatore straordinario e plenipotenziario di Francia, 10 maggio 1945, in P. Conte (a cura di ), I Papi e l’Europa. Documenti, cit., doc. 4.
(37)  Allocuzione ai Parlamentari dell’Assemblea della Ceca, 4 novembre 1957, in ibid., doc. 28.
(38)  Allocuzione al Convegno internazionale di Pax Christi, 13 settembre 1952, in ibid., doc. 13.
(39)  Cfr. il Discorso all’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, 6 dicembre 1953, in AAS 45, 1953, pp. 794 ss.
(40)  Cfr. il Discorso a un gruppo di Senatori degli Stati Uniti d’America, 17 novembre 1949, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XI, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano, 1955, p. 281.
(LB - AM)