venerdì 17 marzo 2017

Vaticano
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla - Francesco Gagliano - ©copyright) Addentrarsi nel magistero «europeistico» dei Papi, da Pio XII (1939) sino a Francesco (2013), significa ripercorrere la storia stessa dell'Europa contemporanea. Dai primi, accesi dibattiti sul tipo di unificazione da perseguire ai Trattati di Roma del 1957 all'Europa del Muro; da quella senza frontiere, disegnata dal Trattato di Maastricht, all'Europa di oggi, alla ricerca della sua identità perduta, in preda ad una lunga crisi economico-finanziaria, disomogenea e litigiosa, divisa e assediata dalla percezione che la sua non sia, dopo 60 anni, una vera e solida unità di popoli.
Una storia, nuova, da scrivere ...
Risuonano ancora nelle menti più lungimiranti e nei cuori più aperti le parole di Papa Francesco al Parlamento Europeo: "E una storia bimillenaria lega l’Europa e il cristianesimo. Una storia non priva di conflitti e di errori, anche di peccati, ma sempre animata dal desiderio di costruire per il bene. Lo vediamo nella bellezza delle nostre città, e più ancora in quella delle molteplici opere di carità e di edificazione umana comune che costellano il continente. Questa storia, in gran parte, è ancora da scrivere. Essa è il nostro presente e anche il nostro futuro. Essa è la nostra identità. E l’Europa ha fortemente bisogno di riscoprire il suo volto per crescere, secondo lo spirito dei suoi Padri fondatori, nella pace e nella concordia, poiché essa stessa non è ancora esente dai conflitti. Cari Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità!" (Strasburgo, Francia, Martedì, 25 novembre 2014)
È difficile dare una chiave interpretativa della vasta e complessa eredità di parole, decisioni, gesti, che caratterizza il magistero papale e l'edificazione dell'Europa unita. Essa è restia ad ogni catalogazione, ha un valore proprio al di là della contingenza storica. Il lettore si renderà conto della formidabile attualità di lontane e dimenticate parole scritte o dette in remote circostanze. Parole ancora taglienti, da cui l'uomo di oggi, soprattutto il cittadino europeo, può ancora e con con forza sentirsi interpellato.
Nonostante questa vitalità di fondo e questa mai svanita attualità del magistero – aspetto, che ne rende estremamente difficile ogni catalogazione in base a schemi predefiniti – è possibile però indicare un criterio per affrontarlo nel suo complesso, e cioè la concreta risposta che esso dà al processo europeo.
Dopo due guerre suicide
Una risposta che comincia a partire da quella sorta di anno zero della storia europea, che è la prima metà del Novecento. Due guerre suicide, milioni di morti, un odio mai visto tra popoli un tempo fratelli, il sistematico rifiuto di Dio. Da questo trauma, questo incubo su cui – come vedremo – due Pontefici sembrano legare la loro stessa investitura quali successori di Pietro, s'impone la risposta perché simili eventi non si ripetano mai più.
Un Pontefice come Benedetto XV, allo scoppio della prima Guerra mondiale, non può che esclamare: “E' sangue fraterno quello che si versa su la terra e sui mari! Le più belle regioni d'Europa, di questo giardino del mondo, sono seminate di cadaveri e di ruine” (1). Pio XII, alla vigila di quell'altra, immane conflagrazione, non può non ricordare la “vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano”(2) .
All'origine del disastro sta una perdita fondamentale, si direbbe una nuova colpa consumata nel "giardino" europeo, quasi nuovo Eden. La perdita, cioè, di quel vincolo di fratellanza che la proclamazione del Vangelo, in duemila anni, aveva instillato nei cuori degli uomini. Il rifiuto di Dio “eretto a sistema” è la perdita che ha sottratto all'uomo la sua dignità di eguale fra i suoi simili e di persona irripetibile, riflesso del suo Creatore.
Da qui riparte la Chiesa. Pio XII orienta la risposta decisiva che, in un rapporto sempre più dialogante e profondo con le problematiche storiche e culturali, guiderà i suoi successori. L'unificazione dell'Europa è un causa essenziale per la pace nel continente e nel mondo, ma deve essere edificata sulle fondamenta del Vangelo. Non basta aprire dogane e fare accordi militari interni, tanto più in un momento di declino geopolitico. Il vero senso dell'unificazione sarà la riconciliazione dei popoli e il loro dimorare nuovamente in un habitat cristiano. Solo così le fondamenta saranno solide, reggeranno alle prove della storia.
I 60 anni che si ricordano in questi giorni sono una buona occasione per verificare la solidità delle fondamenta, per monitorare cosa hanno fatto le prove di questa storia pluridecennale nel corpo e nell'anima dell'Europa unita. E sarà, dovrebbe essere, anche una buona occasione per un esame di coscienza dei cristiani che di questa storia sono stati protagonisti rilevanti nel momento della partenza e che poi, sembrerebbe, si sono dileguati in mille rivoli.
L'Europa, il Concilio e i Papi
Il Concilio Vaticano II farà compiere alla Chiesa un grande tornante, la preparerà a servire e a testimoniare nobilmente la Parola che sempre la riforma dal suo interno, in un'epoca difficile come quella attuale.
Giovanni XXIII traccerà le coordinate di un nuovo diritto internazionale, in larga parte attinto dal suo predecessore, in cui la persona umana viene restituita alla sua inviolabilità. Essa è il baricentro dell'azione degli Stati che devono necessariamente cooperare tra loro. Un'unica, grande famiglia umana attraversa il mondo ed ha nell'Europa il modello di realizzazione, la prova storica di un'umanità in pace, che si comprenda nonostante le differenze. È questo il grande ideale, la vocazione di cui il continente è investito.
L'operare di questo retroterra spirituale attinto dal Vangelo può sembrare nascosto da una prassi politica immune al dato trascendente, sempre più imperniata sui principi dell'economia e dell'utilità. Ma a Paolo VI non sfugge il fatto che una simile vocazione va anzitutto costruita con la fatica di una nuova evangelizzazione, ancora più pervasiva delle categorie culturali che escludono Dio non per principio, ma per mancanza di prove. Tuttavia quel Vangelo non smette di operare.
La caduta del Muro è l'evento storico che abbatte ogni riduzionismo. Finalmente un Papa come Giovanni Paolo II può ammirare il dispiegarsi di un continente in tutto il suo senso spirituale oltre che geografico. L'Europa dall'Atlantico agli Urali riacquista un suo significato, non è più uno slogan. La liberazione dell'uomo dalla disumanità delle ideologie può innestarsi nuovamente sul tronco di un cristianesimo ringiovanito, ma può tradursi anche in una crisi di valori e in un senso di impotenza.
Ristabilire un dialogo con la ragione moderna non è solo un modo per testimoniare l'accessibilità di un Dio che è Logos ma anche, nelle intenzioni di Benedetto XVI, scacciare i fantasmi della paura del futuro e del vuoto di valori ed aprirla ad una relazione comprensiva con le altre culture mondiali.
"Le altre grandi civiltà mondiali realizzarono la loro propria sintesi tra religione e vita e poi conservarono senza cambiamenti questo ordinamento sacro per secoli e millenni. La civiltà occidentale invece fu il grande fermento dell'evoluzione mondiale, perché la trasformazione del mondo era parte integrante del suo ideale culturale" . Così scriveva Christopher Downson nel suo libro sulla formazione della civiltà occidentale. Lo storico inglese vedeva nella vocazione universalista dell'Europa l'impronta inconfondibile delle sue radici cristiane, una religione capace di incorporarsi nell'umanità per trasformare il mondo. Essa deve al cristianesimo la sua inquietudine verso una meta universale, che di epoca in epoca la agita in una sempre diversa, enorme mobilitazione di energie materiali e spirituali. Anche la Costituzione europea firmata a Roma il 29 ottobre 2004, pur farraginosa e immemore di quelle radici, vi è in realtà più legata di quanto non creda nel disegnare, per la prima volta nella storia, un ambito giuridico fondato su un concetto di eguaglianza e di tutela della persona umana che prescinde addirittura dallo spazio geografico.
Papa Francesco
Nel 2014, nel cuore delle istituzioni europee nate dal processo unitario, Papa Francesco non parla più solo delle speranza e solo delle sfide della costruzione unitaria. A lui la storia assegna un ruolo diverso: denudare con coraggio e chiarezza la crisi di quest'unità, per questo le sue sono parole di denuncia ed esortazione. Ecco alcune riflessioni di Francesco il 25 novembre 2014.
- Come dunque ridare speranza al futuro, così che, a partire dalle giovani generazioni, si ritrovi la fiducia per perseguire il grande ideale di un’Europa unita e in pace, creativa e intraprendente, rispettosa dei diritti e consapevole dei propri doveri?
- Per rispondere a questa domanda, permettetemi di ricorrere a un’immagine. Uno dei più celebri affreschi di Raffaello che si trovano in Vaticano raffigura la cosiddetta Scuola di Atene. Al suo centro vi sono Platone e Aristotele. Il primo con il dito che punta verso l’alto, verso il mondo delle idee, potremmo dire verso il cielo; il secondo tende la mano in avanti, verso chi guarda, verso la terra, la realtà concreta. Mi pare un’immagine che ben descrive l’Europa e la sua storia, fatta del continuo incontro tra cielo e terra, dove il cielo indica l’apertura al trascendente, a Dio, che ha da sempre contraddistinto l’uomo europeo, e la terra rappresenta la sua capacità pratica e concreta di affrontare le situazioni e i problemi.
- Il futuro dell’Europa dipende dalla riscoperta del nesso vitale e inseparabile fra questi due elementi. Un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello “spirito umanistico” che pure ama e difende.
- Il motto dell’Unione Europea è Unità nella diversità, ma l’unità non significa uniformità politica, economica, culturale, o di pensiero. In realtà ogni autentica unità vive della ricchezza delle diversità che la compongono: come una famiglia, che è tanto più unita quanto più ciascuno dei suoi componenti può essere fino in fondo sé stesso senza timore. In tal senso, ritengo che l’Europa sia una famiglia di popoli, i quali potranno sentire vicine le istituzioni dell’Unione se esse sapranno sapientemente coniugare l’ideale dell’unità cui si anela alla diversità propria di ciascuno, valorizzando le singole tradizioni; prendendo coscienza della sua storia e delle sue radici; liberandosi dalle tante manipolazioni e dalle tante fobie. Mettere al centro la persona umana significa anzitutto lasciare che essa esprima liberamente il proprio volto e la propria creatività, sia a livello di singolo che di popolo.
- Mantenere viva la realtà delle democrazie è una sfida di questo momento storico, evitando che la loro forza reale – forza politica espressiva dei popoli – sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti. Questa è una sfida che oggi la storia vi pone.
- Dare speranza all’Europa non significa solo riconoscere la centralità della persona umana, ma implica anche favorirne le doti. Si tratta perciò di investire su di essa e sugli ambiti in cui i suoi talenti si formano e portano frutto. Il primo ambito è sicuramente quello dell’educazione, a partire dalla famiglia, cellula fondamentale ed elemento prezioso di ogni società. La famiglia unita, fertile e indissolubile porta con sé gli elementi fondamentali per dare speranza al futuro. Senza tale solidità si finisce per costruire sulla sabbia, con gravi conseguenze sociali. D’altra parte, sottolineare l’importanza della famiglia non solo aiuta a dare prospettive e speranza alle nuove generazioni, ma anche ai numerosi anziani, spesso costretti a vivere in condizioni di solitudine e di abbandono perché non c’è più il calore di un focolare domestico in grado di accompagnarli e di sostenerli.

Note
(1) Esortazione apostolica ai popoli belligeranti e ai loro governi, 28 luglio 1915, in F. Mizzi (a cura di), L'Unione Europea nei documenti pontifici, Edizioni Studia, Roma, 1979, doc. 1.
(2) AAS 31 (1939), p. 335.