giovedì 16 marzo 2017

Myanmar
La tragedia dei rohingya Chiusi in un limbo senza speranza
L'Osservatore Romano
(Vincenzo Faccioli Pintozzi) Crimini contro l’umanità. È secca la diagnosi della relatrice delle Nazioni Unite incaricata di indagare sulla reale situazione della minoranza rohingya in Myanmar.
Yanghee Lee, diplomatica di lungo corso, ha esposto la sua conclusione nei giorni scorsi al Consiglio per i diritti umani dell’Onu a Ginevra. In questa sede, si è detta convinta che il governo del Myanmar abbia intenzione di espellere tutti i membri dell’etnia musulmana e che contro di loro si stanno perpetrando abusi che violano il diritto internazionale.

L’alta funzionaria dell’Onu, di origine sudcoreana, ha poi chiesto alle Nazioni Unite di formare una commissione di inchiesta che faccia luce sulla situazione e che nel contempo indaghi sulle violenze del 2012 e del 2014. In queste date, teatro lo Stato settentrionale Rakhine, l’esercito nazionale avrebbe compiuto atti di «violenza e brutalità» contro la popolazione civile inerme.
Alla Lee non è stato concesso libero ingresso nelle zone di conflitto. Ma la diplomatica ha raggiunto le comunità di rohingya espatriati in Bangladesh e — dopo accurate indagini — ha dichiarato alla Bbc che la situazione «è peggiore di quanto prevedessi. Direi che possiamo parlare di crimini contro l’umanità, commessi dai militari, dalle guardie di confine, dalla polizia nazionale e dalle forze di sicurezza».
Quello che preoccupa di più, al momento, è l’atteggiamento del governo in carica: dopo decenni di dittatura militare, infatti, il Myanmar ha un esecutivo eletto in maniera democratica e guidato dalla Lega per la democrazia della Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Nonostante le grandi aspettative della comunità internazionale, proprio il governo si dimostra «poco collaborativo» con l’Onu e le sue agenzie. «Alla fin fine — ha spiegato la Lee — anche i politici attuali dovrebbero rispondere di quanto accade e operare affinché cessino torture e crimini disumani contro liberi cittadini dello stato».
L’ultimo schiaffo alle speranze di rilancio democratico del Myanmar arriva dalla proposta — non ufficiale ma ventilata da organismi nazionali del Bangladesh — di deportare con un accordo bilaterale i rohingya in zone scarsamente popolate e assolutamente inadatte allo sviluppo delle comunità locali. Nello specifico Dhaka, che fino ad ora ha accolto gli esuli, starebbe pensando all’isola di Thengar Char (nella zona sud-orientale del paese): questa sarebbe riconosciuta dagli stessi bangladeshi come inabitabile. L’intervento del Bangladesh si spiega con il fatto che la minoranza rohingya, circa un milione di persone di fede musulmana, è considerata dal Myanmar la discendenza di mercanti islamici che alcuni secoli fa si spostarono dal subcontinente per commerciare nel sud-est asiatico. Sulla base di questa convinzione, assolutamente arbitraria, alcune forze nazionaliste li dipingono oggi come immigrati clandestini da cacciare.
Deludente, secondo l’Onu, anche l’atteggiamento di Yangon. Un portavoce di Aung San Suu Kyi ha risposto alle richieste di intervistare la “signora” con un ritornello mutuato da altri Paesi asiatici: la questione dei rohingya «è una faccenda interna. Non crediamo si tratti di crimini contro l’umanità, ma in ogni caso si tratta di affari nazionali. Non internazionali».
Dopo l’udienza generale dello scorso 8 febbraio, Papa Francesco è tornato ad accendere i riflettori su questa situazione: «Parlando di migranti cacciati via, sfruttati, io vorrei pregare con voi, oggi, in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle rohingya: cacciati via dal Myanmar, vanno da una parte all’altra perché non li vogliono. È gente buona, gente pacifica. Non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri! È da anni che soffrono. Sono stati torturati, uccisi, semplicemente perché portano avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana. Preghiamo per loro. Vi invito a pregare per loro il nostro Padre che è nei cieli, tutti insieme, per i nostri fratelli e sorelle rohingya».
In condizione di anonimato, un medico bangladeshi che opera come volontario nei campi profughi che accolgono i rohingya spiega all’Osservatore Romano: «La situazione è peggiore di quanto si possa pensare. I miei concittadini vedono la migrazione dei rohingya come un’invasione assolutamente inaccettabile in un momento in cui la povertà dilaga anche da noi. E poi non capiscono perché dovremmo spendere soldi e risorse per quelli che, in ultima analisi, sono cittadini di un’altra nazione».
Il medico racconta una realtà terribile: «I campi ci sono, ma gli aiuti no. Non c’è abbastanza acqua potabile, non abbiamo risorse mediche o farmaceutiche, non parliamo poi di progetti di inserimento o di accoglienza. È come essere in un limbo, un limbo reso ancora più spaventoso dal fatto che proprio non sembra esserci un’ipotesi in cui sperare».
Da parte sua, la Chiesa nel Myanmar ha più volte invitato i vertici nazionali a trovare una risposta a questo grido di dolore. Ma gli appelli che arrivano dai vescovi, dai sacerdoti e dai pochi missionari che operano sul territorio sembrano rimanere inascoltati. Tanto più che in una democrazia così giovane si teme anche di tirare troppo la corda e perdere i diritti appena acquisiti.

L'Osservatore Romano, 15-16 marzo 2017