sabato 18 marzo 2017

Mondo
Nella festa di san Giuseppe
L'Osservatore Romano
-Modello di uomo e di padre (Jean-François Noël)
-Non si ferma alla fede che aveva appreso (Johnny Dotti e Mario Aldegani)
-La lenta crescita del culto (Silvia Guidi) 
Modello di uomo e di padre
(Jean-François Noël) All’inizio del vangelo di Matteo si apprendono alcuni fatti riguardanti la vita di Giuseppe, il futuro padre di Gesù: almeno due decisioni difficili da prendere per un uomo che sta per diventare sposo e padre, o che perlomeno così vorrebbe. La nascita del bambino è segnata infatti da due momenti di estrema violenza che, ogni volta, minacciano direttamente la sua vita; l’uno, ancor prima della sua nascita, cioè il ripudio di sua madre, e l’altro il massacro deciso da Erode. La lettura teologica ha messo in luce che la vita del Messia è segnata fin dall’inizio dallo scontro con la morte. Leggendo più attentamente il testo, ci si può tuttavia chiedere come siano state eluse quelle insidie e grazie a chi.

Tutto poggia su quel versetto che resta, checché se ne dica, alquanto enigmatico: «Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe non temere di prendere con te Maria, tua sposa”».
Bisogna leggervi solo un intervento magico del divino, che è stato la parola d’ordine di tante interpretazioni moralizzanti? Grazie alle quali Giuseppe è stato considerato a lungo una figura pallida, senza consistenza, rispetto alla sua sposa luminosa, e ancora più rispetto al figlio divino. Ebbene, è innegabile che il Vangelo, proprio attraverso il concepimento verginale di Gesù, conferisce alla maternità di Maria un valore così universale e trascendente da farla divenire non solo la madre di tutti gli uomini, ma anche di Dio. Perché la paternità di Gesù non è stata trattata allo stesso modo? Le decisioni più importanti Giuseppe le ha prese nel corso di “sogni”. Ma sarà vero? Dio, Padre, avendo così poca fiducia nell’uomo, si sarebbe completamente sostituito a lui, al punto da farne uno strumento del tutto passivo? Non ci credo. Dobbiamo quindi riprendere con attenzione la lettura del testo e smentire le interpretazioni troppo frettolose.
Proprio prima della parte dei “sogni” che fanno sospettare della capacità di Giuseppe di essere un vero padre, e dunque di sapere prendere le decisioni necessarie quando quel che ha di più caro è minacciato, si può leggere: «Giuseppe suo sposo, che era giusto... decise di licenziarla in segreto». In segreto? Ciò significa che Giuseppe si discosta da quanto prescritto al suo tempo. E questa prima decisione è stata presa senza alcun intervento divino. Ritorniamo al contesto: quella giovane, di cui Giuseppe è verosimilmente innamorato, poiché è scritto che era la sua fidanzata, il che presuppone un riconoscimento pubblico, è incinta. La legge prescrive il ripudio pubblico. I fatti sono incontestabili, la legge è chiara e senza appello. L’altra giustizia — un uomo “giusto” — che è quella interiore, entra in conflitto con quella degli uomini. Certo, Giuseppe decide di applicare la legge, ma senza violenza. È il suo primo atto di disarmo, talmente discreto che nessuno lo noterà né criticherà. Tuttavia, questo primo moto, così fragile, così intimo, cela una forza incredibile. La forza di un “no” che si oppone a una giustizia umana.
È il primo atto di disarmo dalla violenza che descrive la linea guida del Vangelo, che va da questa prima decisione fino alla morte di Cristo sulla croce, ultimo disarmo da quella stessa violenza. Si tratta, che ai detrattori piaccia o no, di una vera decisione di uomo e di padre. Come se avesse appena superato il suo primo esame di paternità, e Dio sapesse di poter finalmente contare su di lui e affidargli la sacra famiglia. L’espressione “in segreto”, che vuole tradurre il termine greco làthra, è appropriata e ci consente di rileggere in modo diverso la questione dei sogni, e di non vederli più come mere fantasticherie mistiche.
Giuseppe è un uomo giusto, non solo nel senso che rispetta la legge, ma anche che è un uomo che si confronta con ciò che ha dentro: il “mentre però stava pensando a queste cose” costituisce proprio la base del dispiegarsi della sua coscienza. Si libera della violenza della giustizia umana e si disfa della propria violenza, che sarebbe tradire ciò che prova per Maria. Si discosta dalla violenza, per quanto giustificata, e sceglie di restare fedele a se stesso di fronte a quel che prova per lei.
Quest’uomo ascolta la sua coscienza. E soprattutto rimane all’erta. Non ha ceduto alle voci esterne, è rimasto vigile. Ciò che sente gli consente di disobbedire in parte agli uomini. Giuseppe, attraverso questa prima decisione, è invitato a rientrare in se stesso, anche se della propria coscienza sente solo un primo mormorio. Ma gli basta. La storia di Gesù, e quindi quella della salvezza dell’umanità, si fonda su una punta di spillo. Giuseppe ha aperto la porta, è andato in quel luogo d’intimità così intimo da essere più interiore di qualsiasi intimità, come dice sant’Agostino. Ebbene, è proprio questo il luogo che Dio ama frequentare, è lì che tutto comincia, è lì che si può far sentire l’eterna conversazione ininterrotta tra Dio e la sua creatura fatta a sua immagine. «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo», dice il profeta Geremia (Geremia 1, 5).
Il Vangelo, nella sua consueta sobrietà, con la precisione d’immagini e il pudore che lo caratterizza, non può che parlare “di angelo che appare in sogno”, per descrivere quell’incontro ai margini della coscienza dell’uomo. Coscienza a cui Dio, senza aggiungere né imporre nulla, rivela ciò che aveva in sé fin dall’inizio, ma che non avrebbe potuto ammettere senza la sua visita. «Rientrato in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore» (Sant’Agostino, Confessioni, VII, 16). Ciò che prova per Maria, che è più forte del timore di essere stato tradito, appartiene solo a lui. È questo il messaggio dell’angelo: “non temere”... il secondo disarmo.
Giuseppe era solo. Contrariamente a Giobbe, non era circondato dai più grandi teologi pronti a consigliarlo. E del resto basta rileggere il libro di Giobbe per capire ciò che pensa di quei consiglieri apparentemente saggi. Dopo aver indugiato a lungo, Giobbe deciderà anche lui di restare fedele alla propria coscienza; coscienza che urla, contro ogni aspettativa e ogni logica, di puntare sulla sua radicale innocenza e sulla rettitudine della sua coscienza. Lo stesso vale per Giuseppe e per qualsiasi uomo che si presti a questo viaggio intimo. C’è qualcuno in fondo a quell’intimità... qualcuno che permetterà di scoprire ciò che vi si nasconde, non per essere ignorato dall’uomo, ma per proteggersi dal rumore e dalla ragione del mondo. Come se la piena coscienza dell’uomo si potesse aprire solo attraverso un incontro. Giuseppe doveva incontrarvi ciò che provava per Maria, che, come un’ondata, avrebbe trascinato via tutte le minacce e si sarebbe dimostrato più forte della morte. Doveva anche allontanarsi dalle voci del mondo che gli prescrivevano di ripudiarla, per discendere in quel luogo così profondo da assomigliare a un sogno, ma che rivela le realtà più vere. Quelle realtà che scuotono le credenze convenzionali per spingere l’uomo, contro ogni aspettativa, “a fidarsi di esse”. Fidanzarsi — il che rivela che la vera fede non è la somma razionale delle credenze, ma ciò che anima la vita d’intimità — diviene l’assunzione di una convinzione talmente definitiva che basta conformarsi a essa. E Giuseppe fece come l’angelo gli aveva prescritto, dominò la paura e prese con sé la madre e il bambino. E fu così che divenne padre.
Il risveglio di una coscienza non dipende dunque da un consiglio, ma da un incontro, da una visitazione.
Riprendiamo alcuni punti cardine che il testo evangelico sobriamente ci offre, chiedendo indulgenza per gli sviluppi e gli ampliamenti a cui lo sottoporremo.
Maria è “promessa sposa di Giuseppe”. Una scelta, un impegno, una promessa dell’uno all’altro che s’iscrive nella magnifica castità del desiderio amoroso. E bisogna intendere castità non come astinenza, ritiro, ma come una apertura più grande, l’imparare a donarsi affinché l’altro divenga il mio primo e ultimo pensiero. Questo impegno promuove ciò che ognuno ha dentro, mette al primo posto ciò che il desiderio sessuale fa appena intravedere, il desiderio amoroso spera e il desiderio di essere vivi riconosce. La bussola sconvolta del loro cuore, del loro cuore profondo, ha individuato il segnale e pian piano la barca può spiegare le proprie vele, chiudere le comunicazioni e prendere il largo. “Il mio diletto è per me e io per lui”. Quel che accade è indimenticabile e incredibile. Nessuno sforzo di memoria. Ogni pensiero ormai rivolto a questo compimento soddisfa le attese più nascoste. Questo stesso pensiero dimora tranquillamente nel cuore dei due fidanzati, sorpresi loro stessi dalla naturalezza con cui quel nuovo dato ha trovato il proprio posto. Il che fa pensare loro che erano promessi l’uno all’altro. Hanno ragione a riconoscervi una promessa divina, anche se si sbagliano sul suo intervento. Dio non aggiunge nulla alla natura, la predispone affinché possa ricevere ciò a cui è destinata.
“Prima che andassero a vivere insieme...”. Le apparenze, le convenzioni, le regole ricopriranno la verginità della loro emozione, e della loro nascita reciproca. La modalità del male è mascherare, ingannare e illuderci. E soprattutto, farci restare sulla superficie degli eventi, farci dimenticare la profondità... sconvolgere la nostra ragione che, avendo perduto le sue radici, si aggrappa ai rami dell’opinione del mondo. Giuseppe è dibattuto, ma qualcosa in lui resiste, e si adegua a riconoscere l’inevitabile. La modalità dello straordinario è captare non solo la visione, ma anche il pensiero. Pensiero tenuto prigioniero dall’evidenza della colpa. Non è che Giuseppe metta in dubbio quello che i suoi occhi vedono e constatano, è che non può soccombere completamente all’invito della violenza. Come una fedeltà segreta, che si potrebbe ritenere folle, e che consente di sottrarre a questa uscita da se stesso una parte intima. Perché è indimenticabile: «Decise di licenziarla in segreto».
«Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore». Il cuore pesante e triste non consente alla violenza dell’accusa. Come farà alcuni anni dopo suo figlio quando, di fronte a un flagrante delitto di adulterio, abbassando lo sguardo verso terra per scrivere alcune parole misteriose sulla misericordia, tenterà di disarmare l’ingannevole godimento di quanti si credono innocenti e raddoppiano la violenza per mascherare la loro colpevolezza. Giuseppe mette al sicuro la parte intima, la parte promessa a quella donna... il suo desiderio, crocifisso, è intatto, ma senza risposta. Crede di aver perduto colei che gli si è promessa ma non può dimenticare la forza del suo desiderio, che resta ai margini della sua coscienza. Può ritrovarsi e ritrovarla. Non l’aveva dimenticato, era semplicemente celato, nascosto dentro di lui. Il suo spirito rinvigorito dalla freschezza del suo desiderio accetta la non risposta, l’impensabile. E accoglie la sfida. Perché un angelo? Per convincere il povero Giuseppe che, imprigionato nella melma dell’umanità troppo umana, non può andare oltre l’inspiegabile? Non riconosco qui il modo di fare proprio di Dio. Questi si permetterebbe di tanto in tanto di dare una spintarella più autoritaria al succedersi degli eventi del mondo? C’è un’altra via. L’angelo, approfittando di questo primo disarmo che Giuseppe ha deciso da solo, per rispettare quello che prova per Maria, diviene colui che lo spinge a superare se stesso. Come in una lotta, che ricorda quella di Giacobbe e dell’angelo, che assomiglia a un abbraccio e insieme a un combattimento, l’angelo spinge Giuseppe a guardarsi dentro per ritrovare quello che non aveva mai dimenticato, ma solo nascosto. San Paolo esprimerà in modo diverso questa visitazione dell’angelo a Giuseppe, perché proprio di una visitazione si tratta, quando scriverà con un’intuizione unica: «Quel che lo Spirito dice allo spirito».


***
Non si ferma alla fede che aveva appreso
Pubblichiamo brani dal libro «Giuseppe siamo noi» di Johnny Dotti e Mario Aldegani (Milano, San Paolo, 2017, pagine 144, euro 12).
Giuseppe ci appare una figura quasi anonima, perché noi oggi abbiamo il mito dell’individuo, quindi uno non esiste se non c’è il suo illusorio story telling, il racconto di se stesso.
Il racconto evangelico di sé di Youssef, invece, sta tutto dentro la sua relazione d’amore, di custodia e di responsabilità verso Maria e Gesù e nel compimento della missione che ha accolto, un progetto del tutto oltre i suoi desideri.
Le sue azioni non sono progettazioni della sua vita, né espansioni del suo «sé», sono tutte azioni con e per gli altri, pura risposta a una vocazione. È impressionante in questo senso leggere in successione nel Vangelo i «verbi» di Youssef, tutti riflessi sugli altri o su Dio: sposò, fece ciò che è giusto, si svegliò, prese con sé, mise il nome a Gesù, si alzò, si rifugiò, ritornò, andò...
Le azioni di Giuseppe non sono legate al dover essere, ma alla purezza, alla nobiltà dell’essere; che è esattamente essere fedeli all’esistenza e alla vita che scorre nell’esistenza, eccede i nostri pensieri, ci destabilizza, ci chiede costantemente di uscire da noi e non ci separa dal resto e dall’altro. La vita ci provoca e per questo chiede una risposta.
Ognuno di noi fa l’esperienza nella vita di essere contemporaneamente unico e fragile, ma questa unicità non si compie nell’affermazione della propria individualità, separandoci dagli altri, e questa fragilità non si ripara con le cose o con il merito, ma solo incontrando gli altri.
Perché vivere è diventare viventi nell’incontro; si è vivi non per le cose che si fanno, ma perché si è dentro la vita, accolta, amata, contemplata. L’imbroglio della modernità è aver messo questa sete di essere e di vita nella sete del nostro io, ma questa sete si placa facendo incontrare la nostra vita, non il nostro io, con la vita.
Solo Cristo, e nessuno di noi, può dire: «Io sono la via, la verità e la vita» (Giovanni 14, 6). Noi solo possiamo dire che siamo dentro la vita, insieme alla vita, insieme agli altri. La vita che ci sembra anonima è la vera salvezza della vita. In questo senso la vita di Youssef è una vita piena, compiuta: la pienezza del suo essere è tutta identificata con l’essere il «tu» di chi ama. La maggior parte delle cose che sappiamo di Youssef succedono nella notte e nel buio. Forse questo riguarda la vita di tutti. Non bisogna avere paura della notte.
Non potrai sapere nulla della luce se non hai attraversato la notte, se non l’hai fatta diventare tua, se non l’hai accolta come luogo della tua verità e anche momento di rivelazione, alimento del tuo cammino.
È la notte che spinge ad accendere un fuoco, ed è intorno a quel fuoco che si raccoglie la vita, si riscaldano i cuori, si illuminano i sentieri. La notte in fondo è anche il tempo dell’intimità, della confidenza, del lasciarci andare, nel riposo della vita. Siamo una società malata di paura, di ansia e di angoscia. Il punto è non aver paura, neppure della nostra paura. E tu non hai paura della paura se ti puoi affidare a qualcuno e a qualcosa.
E infine è solo la notte che fa alzare la testa per guardare le stelle: forse solo nella notte può esserci un contenuto di verità che neppure la luce piena, abbagliandoci, ci fa vedere.
Questo è un modo un po’ più complesso di interpretare la vita, che ne accoglie i paradossi e le contraddizioni: non tutto il bello sta nella luce, non tutto il brutto sta nella notte; non tutta la forza sta nella ragione, ci sono anche le «ragioni del cuore».
Questo è il compito che Youssef, forse a sua insaputa, si è trovato a vivere. Youssef non rinnega la sua tradizione ebraica, ma la trasforma radicalmente accogliendo nella sua vita Gesù Cristo. Egli non si ferma alla fede che aveva appreso, praticato e onorato. Non si ferma a ciò che aveva imparato dalle Scritture fino a quel momento. Neppure si ferma alla quantità di amore che aveva vissuto sino a quel momento. Né alla giustizia come compimento della Legge. Youssef va oltre tutto questo e così apre una nuova storia di popolo. Il lungo viaggio di Youssef finisce a Nazaret, nella quotidianità dove è cominciato. Ma, dopo il viaggio e attraverso il viaggio, Nazaret è un’altra cosa.
*** 
La lenta crescita del culto

(Silvia Guidi) «Quando vidi lo stato in cui mi avevano ridotta i medici della terra e come fossi tutta contorta in così giovine età — scrive Teresa d’Ávila nella sua autobiografia (Vita, vi, 5-7) raccontando come è nata la sua particolare devozione a san Giuseppe — decisi di ricorrere ai medici del cielo e domandare ad essi la salute, perché quantunque sopportassi quel male con tanta gioia, desideravo anche di guarire. Pensavo talvolta che se con la salute avessi dovuto dannarmi, sarebbe stato meglio rimanere così, ma insieme m’immaginavo con la salute di poter servire meglio il Signore. Ecco qui il nostro errore: non voler rimetterci in tutto nelle mani di Dio che sa meglio di noi quello che ci conviene. Cominciai a far celebrare messe e a recitare orazioni approvate (...) presi per mio avvocato e patrono il glorioso san Giuseppe, e mi raccomandai a lui con fervore».
La preghiera, spiega Teresa, non tarda a raggiungere il suo scopo. «Questo mio padre e protettore mi aiutò nella necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi in cui era in gioco il mio onore e la salute della mia anima. Ho visto chiaramente che il suo aiuto mi fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare. Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta. Ed è cosa che fa meraviglia ricordare i grandi favori che il Signore mi ha fatto e i pericoli di anima e di corpo da cui mi ha liberata per l’intercessione di questo santo benedetto». Amato e venerato in modo particolare, con un affetto e una gratitudine, letteralmente, filiale. «Ad altri santi — continua Teresa — sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede. Ciò han riconosciuto per esperienza anche altre persone che dietro mio consiglio si sono raccomandate al suo patrocinio. Molte altre si sono fatte da poco sue devote per aver sperimentato questa verità».
A chi legge queste parole oggi, negli anni dieci nel ventunesimo secolo, il culto del padre putativo di Gesù sembra qualcosa di ovvio e scontato, ma non è sempre stato così nella storia della Chiesa. Lo ha dimostrato con un’ampia argomentazione un libro scritto da Paul Payan, Joseph. Une image de la paternité dans l’occident médiéval (Aubier, 2006), analizza dagli inizi la devozione allo sposo di Maria nelle società cristiane. Inizi non facili, se si osserva che come nome di battesimo quello di Giuseppe era pochissimo diffuso fra i cristiani sino alla fine del Quattrocento, quando appunto cominciò a decollare, grazie soprattutto alla propaganda dei francescani.
Giuseppe è infatti un personaggio difficile, se non imbarazzante: il dogma della verginità di Maria lo pone infatti, fin dai primi secoli del cristianesimo, nel ruolo dello sposo casto, capo di una famiglia dove la moglie e il figlio sono entrambi molto superiori a lui. Per rendere credibile questa situazione l’apocrifo Protovangelo di Giacomo lo raffigura anziano e vedovo, per spiegare in questo modo la menzione dei “fratelli” di Gesù nei vangeli. E l’età avanzata gli è rimasta addosso, nonostante i tentativi — il più importante fu quello di Jean Gerson — di diminuirne l’età, facendo così della castità di Giuseppe una scelta non obbligata che lo avvicina spiritualmente alla Vergine.
Anzi, una delle ragioni della diffidenza dei cristiani verso lo sposo di Maria sta proprio in questa sua somiglianza con un personaggio tipico delle novelle satiriche, lo sposo anziano tradito dalla giovane moglie e costretto ad allevare un figlio non suo. Versione satirica del ruolo di Giuseppe riproposta anche da molte opere d’arte sacra: queste lo ritraggono come un contadino goffo, che suscita il riso per la sua inabilità di artigiano, riverberandosi sull’incapacità di mantenere dignitosamente la moglie e il figlio. E sino alla fine del medioevo egli non viene mai rappresentato da solo, e sempre un po’ separato dai personaggi più importanti, Gesù e Maria. Soltanto dal Quattrocento, in nuove rappresentazioni della natività di Gesù, sia Maria che Giuseppe sono inginocchiati davanti al figlio, ad adorarlo nella stessa posizione.
Il culto dello sposo di Maria, padre putativo di Gesù, si sviluppa solo in età moderna, quando il santo comincia a essere un modello, non solo un protettore, e non diviene davvero una devozione popolare fino all’Ottocento, quando è valorizzato anche come lavoratore in contrapposizione al socialismo dilagante. Nel 1870 Pio IX lo dichiara protettore della Chiesa universale, e nel corso del Novecento gli verranno dedicate ben due feste, il 19 marzo come patrono e modello dei padri, e il 1° maggio come artigiano, in palese contrappunto con la festa d’origine socialista.
Nel cristianesimo antico Giuseppe era percepito come l’ultimo patriarca, anello di unione fra antica e nuova economia: proprio per questo è stato rappresentato spesso lontano dalla scena principale, pensoso, testimone dell’incarnazione di Cristo, ma poi anche in veste di ultimo ebreo, che come copricapo talvolta portava proprio il berretto a tre punte imposto in molte città medievali agli ebrei.
Il culto di san Giuseppe, incentrato sulla sua umiltà e sul suo servizio a Gesù, nasce in ambiente monastico, spesso con sfumature mistiche, come in san Bernardo, che valorizza la sua intimità fisica con il figlio. Ma sono i francescani, nell’ambito della loro complessiva valorizzazione dell’umanità di Gesù, a proporre Giuseppe come esempio da seguire. Per loro diventa positiva la povertà della sacra famiglia e del suo umile custode, e per i loro superiori non usano il termine “abate”, che significa padre, ma quello di “custode”, attribuito appunto a colui che doveva custodire il piccolo Gesù e sua madre. Nel promuovere la figura di Giuseppe, più successo dei francescani ebbero però i servi di Maria, primi a festeggiarlo il 19 marzo, poco prima della festa dell’Annunciazione: il santo costituiva infatti il modello naturale del loro ordine, che ne legittimava l’identità impedendo una fusione con altri ordini mendicanti.
Ma il vero riscopritore dell’importanza teorica del padre putativo di Gesù fu Gerson, che influenzò l’ambiente universitario parigino del primo Quattrocento proponendolo come modello politico di pace e di unione. In un momento di forte crisi del papato, durante lo scisma d’Occidente, il teologo scrive che la Chiesa ha bisogno di nuovi punti di riferimento e di nuovi modelli di mediazione perché Pietro non sembra più sufficiente, e in un sermone pronunciato al concilio di Costanza propone Giuseppe come nuovo modello di guida politica, capofamiglia ma anche umile servitore di Gesù.
La proposta di Gerson non ebbe seguito immediato, ma fu ripresa nel Cinquecento dai francescani, che fecero di san Giuseppe un esempio di padre spirituale, e quindi del clero, mediatore fra Dio e gli uomini.
In questa lunga e affascinante storia Giuseppe non compare mai come figura di potere, ma piuttosto si afferma come mediatore, un pacificatore che risolve situazioni complicate. Nella discrezione e nel silenzio. È il silenzio, si legge nella Redemptoris custos 25 «che accompagna tutto quanto si riferisce alla figura di Giuseppe; è un silenzio, però che svela in modo speciale il profilo interiore di questa figura. I vangeli parlano esclusivamente di ciò che Giuseppe “fece”; tuttavia, consentono di scoprire nelle sue azioni, avvolte dal silenzio, un clima di profonda contemplazione. Giuseppe era in quotidiano contatto col mistero “nascosto da secoli”, che “prese dimora” sotto il tetto di casa sua. Questo spiega, ad esempio, perché santa Teresa di Gesù, la grande riformatrice del Carmelo, si fece promotrice del rinnovamento del culto di san Giuseppe nella cristianità occidentale». Giuseppe simbolo, quindi, di un “sì” semplice e deciso, che si declina tutto nell’azione concreta, senza psicologismi o soverchie complicazioni, come ben riassumono i versi di David Maria Turoldo a lui dedicati: «E ristorato dal sonno Giuseppe / fece secondo il consiglio dell’angelo: / così la storia ha mutato il suo corso / quando due giovani hanno obbedito».
L'Osservatore Romano, 18-19 marzo 2017