mercoledì 15 marzo 2017

(Bruno Forte) Da quella straordinaria sera dell' 11 ottobre 1962, quando Giovanni XXIII, il «Papa buono», dalla finestra del Palazzo Apostolico inviò una carezza a tutti i bambini, suscitando un' ondata universale di tenerezza che al suo sguardo sembrò coinvolgere persino la luna, enormi trasformazioni sono avvenute nella vita della Chiesa e del mondo. Grazie al Concilio Vaticano II, inaugurato quel giorno, si può dire che la storia della Chiesa e quella dell' umanità si sono avvicinate e intrecciate come forse non era mai avvenuto prima. Mai un' assise conciliare aveva prestato tanta attenzione alle sfide del tempo; mai la storia era entrata con tanta consapevolezza nell' autocoscienza della Chiesa; mai i Vescovi in Concilio avevano avuto coscienza allo stesso modo di essere protagonisti di una svolta dalle conseguenze epocali. Lo si rileva seguendo la struttura fondamentale della riflessione conciliare nella sua triplice articolazione in rapporto al passato, al presente e al futuro della fede, che fa comprendere perché il Vaticano II, Concilio del rinnovamento e della riforma della Chiesa, sia stato nelle sue fibre più profonde il «Concilio della storia». In primo luogo, il Vaticano II si presenta come «Concilio della storia» in quanto - rapportandosi al passato fontale della fede - ha promosso una rinnovata coscienza del primato della Parola di Dio sulla Chiesa nel suo insieme e sull' esistenza di ogni battezzato: la Sacra Scrittura vi è colta come forza viva agente nella storia, da accostare con tutto il rispetto per la sua sovranità, ma anche con tutta la verità delle nostre domande, affinché sia attualizzata nell' oggi. All' ascolto e all' accoglienza della Parola di Dio, il Concilio ha dato un nuovo, straordinario impulso, che ha fatto della Chiesa cattolica - fra tutte le confessioni cristiane - quella in cui forse oggi la Bibbia è più letta e proclamata: si pensi all' enorme sforzo di traduzione e diffusione del testo biblico nella Chiesa postconciliare e al grande cantiere dell' esegesi e della teologia biblica al servizio del popolo di Dio negli ultimi decenni. Quella che va crescendo in conseguenza di questo processo è una comunità di cristiani adulti e responsabili, formata all' ascolto della Parola rivelata: una comunità continuamente evangelizzata, proprio così animata da un sempre nuovo slancio di evangelizzazione. La recezione del Concilio è in tal senso un cantiere aperto, che sta producendo e dovrà produrre ancora frutti significativi e per certi aspetti sorprendenti. In secondo luogo, il Vaticano II si offre come il «Concilio della storia» per la vigorosa attenzione al presente, a quel «frattempo» che sta fra il «già» della prima venuta di Cristo e il «non ancora» del suo ritorno: la coscienza dell' oggi ispira l' istanza pastorale che è a fondamento di tutto ciò che il Concilio ha affermato. Lo dimostra la genesi vivacissima e a volte sofferta dei testi conciliari, in una tensione spesso evidente fra mentalità legate al passato e alla sua conservazione e sensibilità aperte all' oggi di Dio nel tempo e al futuro della Sua promessa. Anche se questa tensione non va enfatizzata, perché il Concilio è stato uno straordinario evento di comunione e di obbedienza di tutta la Chiesa al suo Signore, si può affermare che il Vaticano II appare sotto molti profili come un nuovo inizio: lo dimostra il confronto fa i testi preparatori al Concilio e quelli definitivi, con una differenza qualitativa fra di essi che agli occhi di una lettura di fede manifesta palesemente l' intervento sorprendente dello Spirito Santo. Come amava affermare Giovanni XXIII, «non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». Di questo programma seppe farsi infaticabile garante Paolo VI, la cui opera può vedersi riassunta nell' icona delle sue esequie, così descritte da Yves Congar, fra i maggiori teologi del Novecento: «Sul suolo un feretro. Sopra... il libro dei Vangeli aperto, di cui una leggera brezza voltava le pagine. Paolo! Il nome che egli aveva scelto... Il Vangelo, Gesù Cristo, l' amore assoluto della sua vita nella fede!». Certamente, questo processo di rinnovata docilità al vento dello Spirito non è stato privo di difficoltà: al tempo del «rinnovamento», legato alla primavera conciliare, ha fatto seguito una condizione di «spiazzamento» («déplacement», come lo chiamavano i teologi francesi del post-concilio), frutto della nuova consapevolezza del pluralismo delle culture, delle urgenze storico-politiche, dei bisogni e delle espressioni spirituali e religiose. Nell' ambito della ricerca teologica lo «spiazzamento» si è delineato nel profilarsi di nuovi luoghi geografici di elaborazione (America Latina, Africa, Asia) accanto al monopolio europeo tradizionale, di nuovi protagonismi (in primo luogo quello dei laici e delle donne), di nuovi metodi, in rapporto specialmente all' emergere della rilevanza della prassi per il pensiero della fede (l'«ortoprassi», da vivere insieme con l'«ortodossia»). La dialettica fra «regionalizzazione» e «globalizzazione» - caratteristica delle trasformazioni degli ultimi decenni - è venuta a incidere non poco su questi processi: se l' attenzione all'«inculturazione» della fede domanda la recezione delle sfide dei contesti e l' assunzione di nuovi linguaggi, essa è inseparabile dalla questione decisiva della comunicazione della fede stessa, della possibilità cioè di mantenere legami reali di unità e di reciproca intesa fra teologie e prassi cristiane variamente contestualizzate. Il Vaticano II si offre, infine, come Concilio della storia perché riscopre la tensione al futuro ultimo come dimensione costitutiva e qualificante di tutta l' esistenza del popolo di Dio: l' avvenire della promessa tocca la Chiesa in tutte le sue fibre, come «l' aurora dell' atteso nuovo giorno che colora di sé tutte le cose» (Jürgen Moltmann). Anche qui la recezione del Concilio è lungi dall' essere compiuta: essa investe non solo il compito di permanente «aggiornamento» e di continua riforma della comunità ecclesiale, ma anche lo slancio missionario di tutto il popolo di Dio e l' apertura ecumenica. Se quest' ultima conosce alcune stanchezze, collegate forse alla delusione rispetto alle eccessive attese dell' inizio, non di meno resta vivo l' impegno per la causa dell' unità, affermato in maniera decisiva dai testi conciliari e ribadito costantemente ai più alti livelli della responsabilità ecclesiale, come fa insistentemente Papa Francesco. Mentre va crescendo il rapporto di reciproca conoscenza e amicizia con i testimoni della fede d' Israele, «santa radice» dell' albero cristiano, la coscienza missionaria provoca i credenti a guardare avanti verso tutti i popoli, ridiscutendo pastorali solo ritualistiche, confini troppo angusti, per promuovere un nuovo rapporto con la diversità delle culture e con i cosiddetti «lontani» all' interno della propria cultura, oltre che una nuova cooperazione fra le Chiese sul piano della missione. In particolare, la crescente urgenza del dialogo fra le religioni mondiali, stimolato dai processi di migrazione di massa e sfidato dal cosiddetto «scontro delle civiltà» (Samuel P. Huntington), esige più che mai una testimonianza comune da parte dei discepoli di Cristo. Le difficoltà che permangono non possono essere ragione di rinuncia o di disillusione: esse richiedono anzi una più profonda recezione dello spirito del Concilio da parte del popolo credente. Ancorare al futuro promesso il presente della Chiesa in cammino significa recepire in profondità le scelte che il Vaticano II ha avviato, riconoscendo che l' orizzonte della speranza ultima impedisce ai credenti di sentirsi arrivati e di cedere a qualsivoglia presunta «estasi dell' adempimento». La barca di Pietro, insomma, non può fare a meno di ispirarsi agli orizzonti aperti dal Vaticano II e di recepire l' impulso che da esso le viene: lo ha ribadito più volte Papa Francesco, ad esempio nell' omelia della messa di apertura dell' anno santo della misericordia, l' 8 dicembre 2015: «Il Concilio è stato un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa a uscire dalle secche che per molti anni l' avevano rinchiusa in se stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro a ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro. Dovunque c' è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo. Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio». Tutta la Chiesa deve annunciare tutto il Vangelo a tutto l' uomo, a ogni uomo: è questa l' impresa cui sono chiamati a cooperare tutti i battezzati, nessuno escluso, al servizio dell' umanità intera, per tirare nel presente degli uomini qualcosa della futura bellezza di Dio e per sollecitare il cuore di ciascuno ad aprirsi alle sfide e alle sorprese dell' Eterno, entrato nel tempo.