martedì 14 marzo 2017

Italia
Celebrate le esequie dell’arcivescovo Luigi Barbarito. Pastore e diplomatico
L'Osservatore Romano
L’arcivescovo Luigi Barbarito, nunzio apostolico, è morto domenica 12 marzo, all’età di 94 anni. Il compianto presule era nato in Atripalda, nella diocesi italiana di Avellino, il 19 aprile 1922 ed era stato ordinato sacerdote il 20 agosto 1944. Laureato in diritto canonico, era entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1953, prestando la propria opera presso la rappresentanza pontificia in Australia e, dopo un periodo in segreteria di Stato, in quella in Francia.
L’11 giugno 1969 era stato eletto alla sede titolare di Fiorentino, con titolo personale di arcivescovo, ed era stato nominato nunzio apostolico in Haiti. Il successivo 10 agosto aveva ricevuto l’ordinazione episcopale. Il 6 febbraio 1975 era stato trasferito come pro-nunzio in Senegal, Niger e Alto Volta (oggi Burkina Faso), ricoprendo al contempo gli incarichi di delegato apostolico in Mali, Mauritania e Guinea-Bissau. Nominato inoltre pro-nunzio nelle Isole di Capo Verde nel 1977, il 10 giugno 1978 era stato trasferito come pro-nunzio in Australia e successivamente, il 21 gennaio 1986, come pro-nunzio in Gran Bretagna. Il 10 luglio 1997 aveva terminato il suo servizio.
Da Haiti all’Africa occidentale, dall’Australia alla Gran Bretagna: l’arcivescovo Luigi Barbarito «questi Paesi non li ha solo serviti» ma «li ha amati con l’animo del figlio del meridione d’Italia, che sa amare il mondo perché ama la propria terra. E li ha amati soprattutto con l’animo dell’uomo di Chiesa, che tutto vede e valuta nella prospettiva di Cristo e del suo regno». Così il sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Angelo Becciu, ha ricordato il nunzio apostolico durante i funerali celebrati stamane, martedì 14 marzo, ad Atripalda, in diocesi di Avellino.
Il presule ha voluto presiedere le esequie dell’anziano rappresentante pontificio come segno di gratitudine per «tutto il bene da lui compiuto»: bene di cui, ha confidato, «io stesso sono stato beneficiario nei due anni di vita insieme nella nunziatura apostolica a Londra», dove fu giovane collaboratore.
Dopo aver trasmesso a tutta la comunità diocesana e ai familiari il saluto e il cordoglio del Pontefice — già espresso dal telegramma del cardinale segretario di Stato letto all’inizio del rito — l’arcivescovo Becciu ha ringraziato quanti hanno assistito il presule novantaquattrenne, in particolare le suore francescane immacolatine, dell’istituto San Giuseppe a Pietradefusi.
All’omelia il sostituto ha sottolineato come nel battesimo siano racchiuse «le nostre radici più profonde: le radici della fede, ereditate dai genitori, dai nonni, e rigenerate dalla grazia di Dio, con la nostra umile e fedele collaborazione». In particolare «per noi, che nella Chiesa abbiamo ricevuto la missione di rappresentare il Papa in Paesi lontani, e che per questo passiamo tanti anni distanti dalla nostra terra natia, è ancora più importante attingere costantemente a queste radici, fare memoria del nostro battesimo e rinnovarlo sempre, specialmente nella santa veglia pasquale».
Commentando le letture il presule ha fatto notare come l’apostolo Paolo ritenga che la risurrezione per i cristiani consista nel «camminare in una vita nuova». Ciò, ha chiarito, «significa avere i sentimenti e gli atteggiamenti di Gesù Cristo: bontà, misericordia, mitezza». E monsignor Barbarito «mostrava questi segni. Chi lo ha frequentato non poteva rimanere indifferente di fronte alla sua generosità, alla sua intelligenza e alla sua avvincente cultura». Inoltre «in questi atteggiamenti si fondevano insieme la sua indole, la sua educazione e l’azione dello Spirito Santo, operata in lui mediante il cammino di formazione, dove il Signore ha seminato la vocazione sacerdotale, coltivata nel seminario diocesano di Avellino e poi in quello regionale di Benevento».
Dopo aver ricordato le ordinazioni presbiterale del 20 agosto 1944 — «era giovanissimo, aveva appena 22 anni e come andava fiero della dispensa concessagli da Pio XII» — ed episcopale del 10 agosto 1969, l’arcivescovo Becciu ha evidenziato come Barbarito «da giovane prete spese i suoi anni tra la gente dell’Irpinia, provata dalla forza distruttrice della guerra, e per la cui rinascita morale e sociale volle offrire il proprio contributo, impegnandosi nell’Azione cattolica e nelle Acli, nel giornalismo e nella politica. Tutte passioni che lo accompagnarono lungo il corso dell’esistenza», soprattutto quando «accolse l’invito ad entrare nella Pontificia accademia ecclesiastica in Roma per prepararsi a far parte del servizio diplomatico della Santa Sede e rimettere la vita nelle mani del successore di Pietro». Egli infatti, ha concluso, collaborò «presso diverse nunziature e la stessa Segreteria di Stato, fino a quando il beato Paolo VI non lo nominò nunzio apostolico in Haiti. Da lì seguirono altre impegnative e importanti sedi: Senegal, il Niger, l’allora Alto Volta (oggi Burkina Faso), Capo Verde, Mali, Mauritania, Guinea-Bissau, Australia e Gran Bretagna». E «ovunque ha lasciato vivi ricordi di fine diplomatico, ma soprattutto di zelante pastore».
L'Osservatore Romano, 14-15 marzo 2017