sabato 18 marzo 2017

Italia
A Bolzano la beatificazione di Josef Mayr-Nusser. Quel no in faccia a Hitler
L'Osservatore Romano
Con il suo «no» in faccia al führer, Josef Mayr-Nusser dice a ogni uomo che «anche oggi è possibile opporsi a tutti gli Hitler, grandi e piccoli, che possono presentarsi nella vita», mantenendo sempre lo stile cristiano della serena fermezza «e senza dare pugni allo stomaco degli altri». Però bisogna essere pronti a pagarne le conseguenze: «Josef morì per le angherie subite sulla strada verso il lager di Dachau». Aveva trentacinque anni. Originario di Bolzano, sposato con Hildegard, aveva un figlio di nome Albert. Arruolato a forza nelle ss, «come cristiano» rifiutò di prestare giuramento al tiranno, pur sapendo bene a cosa andava incontro. E per questa sua testimonianza la Chiesa lo ha proclamato beato. Sabato 18 marzo, nel duomo di Bolzano, il cardinale Angelo Amato ha presieduto il rito di beatificazione a nome di Papa Francesco.
Ha davvero molto da dirci — ha affermato il prefetto della Congregazione delle cause dei santi — questo «giovane padre di famiglia, martire della fede durante il periodo buio della dittatura nazista e della seconda guerra mondiale». Josef Mayr-Nusser «ha mostrato a tutti, amici e nemici, come difendere la propria identità cristiana, seguendo la propria retta coscienza che non poteva essere forzata a compiere il male». Del resto, ha spiegato il cardinale, «Josef aveva studiato a fondo il libro Mein Kampf, scoprendovi il sistema disumano e anticristiano del nazionalsocialismo». La sua ferma opposizione a giurare per Hitler «rifletteva quindi la consapevolezza di vivere in tempi di persecuzione che richiedevano una testimonianza coerente al Vangelo, con le parole e con i fatti». «Il martirio — ha affermato il porporato — è l’uccisione di un battezzato in odio alla fede cristiana: martiri furono gli apostoli e i cristiani uccisi durante le persecuzioni dei primi secoli; martiri sono oggi i battezzati perseguitati e uccisi in odio alla fede. Il cristianesimo è oggi odiato, avversato, perseguitato: i discepoli di Cristo rappresentano il gruppo religioso più perseguitato dei nostri tempi dall’Europa all’Africa, dalle Americhe all’Asia». Però «non mancano i testimoni coraggiosi e franchi della fede». E da Josef, ha aggiunto il cardinale, «possiamo apprendere il coraggio di essere testimoni di Cristo e del suo Vangelo, di manifestare amore per la verità e rispetto per la propria coscienza, di mantenere alto l’ideale della famiglia».
In questi ultimi anni, ha proseguito il porporato, «Benedetto XVI e Francesco hanno spesso ripetuto che quando i cristiani si mostrano veramente lievito, luce e sale della terra, diventano anch’essi, come Gesù, oggetto di persecuzione e segno di contraddizione». E così «il maso Nusser» di Bolzano, la casa del nuovo beato, «diventa ora non solo una memoria del passato, ma un monumento vivo a un giovane padre di famiglia che ebbe il coraggio di opporsi all’idolo della sua epoca, un simulacro mortale e funesto che la storia ha sconfessato per sempre».
Le testimonianze sulla sua morte, ha ricordato il cardinale Amato, «mostrano le inaudite sofferenze di Josef, la sua fortezza d’animo e la sua gentilezza». Addirittura «i prigionieri rimasero chiusi nel carro merci per giorni senza acqua né cibo e a Erlangen il grave deperimento fisico di Josef, non curato dai medici, si aggravò fino a portarlo alla tomba». Era il 24 febbraio 1945. Una giovane guardia delle ss testimoniò che «Josef non pronunciò mai parole di mormorazione o di lamento, continuando a ringraziare con Vergelt’s Gott coloro che cercavano di aiutarlo». E in una lettera indirizzata alla signora Mayr, questa guardia scrisse: «Fra i suoi pochi oggetti personali si trovarono un Nuovo testamento, un messalino e una corona del rosario: egli morì per Cristo, di ciò ora ne sono sicuro, trentaquattro anni dopo la sua morte. Cara signora Mayr, anche se non è molto quel che ora le posso riferire, comunque sono fortemente convinto che ho trascorso quattordici giorni, in situazioni disumane, con un “santo”. Ora è il mio grande intercessore presso Dio».
«Un martire non si improvvisa e il martirio non è un caso fortuito» ha concluso il porporato. E infatti «Josef fin da giovane aveva curato la formazione culturale e religiosa», nutrendosi delle opere di san Tommaso, Romano Guardini e Tommaso Moro: «la conoscenza di questa vicenda gli fu di indubbia ispirazione al momento di dire “no” a Hitler». Inoltre «da giovane Josef era stato anche colpito dalla vicenda del gesuita messicano padre Miguel Pro, condannato a morte e fucilato senza alcun processo nel 1927 per il suo amore a Cristo re».
L'Osservatore Romano. 18-19 marzo 2017