martedì 21 marzo 2017

Italia
Amicizia, carità e martirio. Chiavi dell’ecumenismo
L'Osservatore Romano
(Gilles Routhier) Il pontificato di Francesco ha impresso un nuovo stile anche all’azione ecumenica. Pur non sottovalutando l’importanza del dialogo dottrinale, il Papa mette infatti continuamente in luce come l’unità con gli altri cristiani sia un’esperienza già oggi possibile in alcune linee ispiratrici: l’amicizia personale, la testimonianza comune nelle opere di carità e nel martirio. È quanto viene sottolineato in un articolo pubblicato sull’ultimo numero della «Rivista del Clero Italiano», di cui riprendiamo ampi stralci.
Dopo più di cinquant’anni di dialogo ecumenico segnato da eventi importanti e spesso altamente simbolici, potevamo credere che nulla potesse sorprenderci su questo fronte. L’impegno irreversibile della Chiesa cattolica nel perseguire l’unità dei cristiani, che ribaltava secoli di rapporti ostili e conflittuali, di malintesi e di incomprensioni, aveva suscitato sorpresa, tanto spettacolare era il capovolgimento. Credevamo di avere visto tutto e che, ormai, si entrasse in una fase di routinizzazione del dialogo ecumenico nella quale ciò che aveva suscitato per un attimo lo sbalordimento, addirittura l’incredulità, diventava ormai ordinario, senza sorpresa.
Malgrado i precedenti rilevanti e spettacolari, Jorge Mario Bergoglio doveva provocare comunque sorpresa sul fronte dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso influenzandolo in tre modi. Prima di tutto, il dialogo fraterno viene fondato sull’incontro tra le persone e l’amicizia. In secondo luogo, egli dà la priorità all’azione comune, al fare insieme e, infine, pone in primo piano “l’ecumenismo del martire”.
L’amicizia è la via regia nel condurre le relazioni ecumeniche da parte di Papa Francesco. In effetti, fin dalla sua elezione, si resta affascinati nell’apprendere che Bergoglio ha, da lungo tempo, sorprendenti frequentazioni: un rabbino e un pastore pentecostale. Con essi ha stretto amicizia, con essi ha operato e condotto azioni comuni. Così, veniamo a sapere che aveva redatto un libro, una serie di interviste basate su una grande varietà di temi, insieme a un rabbino argentino, Abraham Skorka, direttore a Buenos Aires del seminario rabbinico dell’America latina. Colui con il quale egli aveva intrattenuto un dialogo continuo, in una serie d’interviste televisive (30 episodi), stava addirittura per comporre la prefazione della biografia di Bergoglio. Dopo l’elezione di Francesco, i due amici, che s’incontravano a Buenos Aires senza protocollo e senza formalità, si sono ritrovati in Vaticano, nelle stesse condizioni, e hanno fatto insieme il viaggio in Israele. La vicinanza di Bergoglio alla comunità ebraica di Buenos Aires non si limita a questo. Egli aveva inoltre firmato la prefazione di un libro del rabbino Sergio Bergman, consigliere municipale della capitale argentina. Progressivamente, scopriamo che le sue relazioni con la comunità ebraica della sua diocesi sono di vecchia data, frequenti e non semplicemente protocollari. Tra le altre cose, egli aveva lavorato con il Congresso ebraico latino-americano e ha tenuto riunioni con i giovani ebrei che partecipano al suo programma «Nuove generazioni», con loro ha celebrato la festa di Hanukkah e di Natale nel 2012. Bergoglio dunque non scopre le relazioni interreligiose quando diventa Papa, come fosse un nuovo obbligo connesso alla sua funzione pontificale. È un aspetto che ha fatto proprio e che fa parte della sua vita da diversi anni. Ha integrato il fatto che essere cattolico significa anche essere legato ad altri credenti.
Non ci sono solo la comunità ebraica di Buenos Aires e il rabbino Skorka con cui egli ha stretto amicizia. Vi è anche l’incontro privato, a Caserta, tra il pastore evangelico Giovanni Traettino e Papa Francesco, il 28 luglio 2014, nella chiesa evangelica della Riconciliazione di Caserta. L'amicizia tra i due risale al 2006, al tempo in cui Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires, quando aveva partecipato a un grande raduno nella capitale, inginocchiandosi e chiedendo che si pregasse per lui. Non solo, Bergoglio aveva invitato il pastore Traettino nella capitale argentina, quando era arcivescovo, nel quadro di un dibattito sui rapporti con gli evangelici.
Le sue relazioni con la comunità ebraica traducono tale orientamento. Israel Singer, ex presidente del Congresso ebraico mondiale, diceva di aver molto lavorato con Bergoglio quando entrambi distribuivano insieme aiuti ai poveri di Buenos Aires negli anni duemila, nel quadro del programma tra ebrei e cattolici chiamato Tzedaka. «Siamo andati nei banjos in cui ebrei e cattolici soffrivano insieme». La cosa non stupisce, quando si conosce lo stile Bergoglio, la sua semplicità, il suo superamento delle frontiere che lo porta a incontrare i poveri. Per Papa Francesco, l’ecumenismo non è prima di tutto una faccenda di discussioni, di scambi. L’ecumenismo è azione e inizia da un «fare insieme». È questo che egli ha ripetuto nei recenti incontri con l’arcivescovo Justin Welby. Nella sua omelia durante la celebrazione dei vespri con l’arcivescovo di Canterbury, Papa Francesco diceva: «Quando offriamo il nostro servizio in maniera congiunta, gli uni a fianco degli altri, quando promuoviamo l’apertura e l’incontro, vincendo la tentazione delle chiusure e degli isolamenti, operiamo contemporaneamente sia a favore dell’unità dei cristiani sia di quella della famiglia umana».
La dichiarazione comune, firmata dai due uomini, includeva questo invito all’azione: «Il mondo deve vederci testimoniare, nel nostro operare insieme, questa fede comune in Gesù. Possiamo e dobbiamo lavorare insieme per proteggere e preservare la nostra casa comune: vivendo, istruendo e agendo in modo da favorire una rapida fine della distruzione ambientale, che offende il Creatore e degrada le sue creature, e generando modelli di comportamento individuali e sociali che promuovano uno sviluppo sostenibile e integrale per il bene di tutti».
Una formulazione simile si trova nella dichiarazione comune firmata da Papa Francesco e dal presidente della Federazione luterana mondiale, Munib Younan, il 31 ottobre scorso nella cattedrale di Lund. La dichiarazione invita cattolici e luterani a testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo «per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo. Il nostro comune servizio nel mondo deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di un’insaziabile avidità».
La testimonianza comune, in particolare la testimonianza della carità, ma anche la testimonianza delle parole, è molto presente nelle dichiarazioni congiunte firmate da Papa Francesco. Era già così nella dichiarazione di Cuba con il patriarca Cirillo della Chiesa ortodossa russa, dove il lavoro in comune in favore delle Chiese perseguitate di Oriente occupava un posto centrale. Così è stato ancora con gli anglicani e i luterani.
A varie riprese, nel contesto dei tragici conflitti che agitano il mondo, Papa Francesco ha parlato dell’ecumenismo del sangue. Questa nuova categoria è propria di Francesco. «Se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?» (Discorso al movimento del Rinnovamento dello Spirito, 3 luglio 2015). Per lui, è la testimonianza comune dei cristiani ciò che parla più forte. Lo stesso anno, egli diceva che il martirio comune dei cristiani è oggi «il segno più convincente» dell’ecumenismo (discorso al Forum cristiano mondiale, 1° novembre 2015). Per lui, il martirio del sangue annuncia e anticipa l’unità della Chiesa. Scorrendo i suoi interventi dal 2014 al 2016, si nota come il Papa torni costantemente sull’ecumenismo del sangue.
Nel corso del suo incontro, il 12 ottobre scorso, con i responsabili delle principali federazioni di Chiese cristiane nel mondo, papa Francesco dichiarava: «Tante volte pensiamo che il lavoro ecumenico è soltanto quello dei teologi». Nella stessa ottica, proseguiva la sua riflessione notando che «è importante che i teologi studino, si mettano d’accordo ed esprimano il disaccordo», ma, aggiungeva, non bisogna dimenticare che «l’ecumenismo si fa in cammino». «E questo cammino è semplice», concludeva: «Si fa con la preghiera e con l’aiuto agli altri». «La carità verso il prossimo. Questo è ecumenismo. Questa è già unità». Nella stessa allocuzione faceva ancora riferimento all'ecumenismo del sangue: «Quando i terroristi o le potenze mondiali perseguitano le minoranze cristiane o i cristiani, quando lo fanno, non chiedono: “Ma sei luterano? Sei ortodosso? Sei cattolico? Sei riformato? Sei pentecostale?”. No. “Sei cristiano?”. Ne conoscono solo uno: il cristiano. Il nemico non si sbaglia, sa ben riconoscere dove è Gesù». Credo che in questo si trovi l’essenziale della concezione dell’ecumenismo proposta da Francesco. Per lui, anzitutto, l’ecumenismo è un cammino e un modo di procedere.
L'Osservatore Romano, 20-21 marzo 2017