mercoledì 15 marzo 2017

(Cristian Martini Grimaldi) Albert, ventidue anni, congolese, passeggia per Rappongi (noto quartiere di Tokyo) apparentemente senza alcuna meta. E spesso le apparenze non ingannano. «Non ho nulla da fare tutto il giorno», mi racconta, «non per colpa mia, sono a Tokyo da sei mesi, ho fatto domanda d’asilo e il governo mi mette a disposizione un alloggio e una piccola somma mensile. Ma non ho un permesso per lavorare».
Come Albert, camminando per le strade di Tokyo, se ne incontrano a decine. Vengono dal Nepal, dalla Nigeria, dal Congo. Sono i migranti in cerca di asilo. Da sei anni a questa parte le domande di asilo in Giappone sono quadruplicate fino a un record di 7000 l’anno scorso. Tuttavia, nel 2016 Tokyo ne ha accettate solo 27; erano undici nel 2014, sei l’anno prima e solo diciotto nel 2012. E per il futuro non è prevista maggiore generosità (per fare un rapporto con l’Italia, solo nel 2014 le domande di asilo accettate sono state più di ventimila). Il governo giapponese sembra inoltre orientato verso un maggiore inasprimento delle misure, arrivando a ipotizzare anche la deportazione dei candidati le cui domande di asilo sono state respinte, nonché uno screening più rigoroso nei confronti dei nuovi richiedenti asilo.
Oltre 5500 persone sono state deportate dal Giappone lo scorso anno. Il primo ministro, Shinzo Abe, ha respinto le richieste di aziende giapponesi, sempre alla ricerca di nuova manodopera a basso costo, per un ammorbidimento dei controlli sui migranti, e ha invece promesso di aumentare il numero di donne e di anziani giapponesi nella forza lavoro.
Lo dimostra il caso di Hari che incontro in un bar nel quartiere di Bunkyo. Lui viene dal Nepal, ha 25 anni, è arrivato qui in Giappone sei anni fa e anche lui è ancora senza lavoro. «Come molti nepalesi sono arrivato qui quando avevo 16 anni a causa dei disordini politici nel mio paese» dice. «Da allora il governo e i centri di accoglienza mi hanno aiutato. Ma anche se posso soggiornare legalmente in Giappone, per di più con il sostegno economico del governo, non posso lavorare legalmente. Lo trovo assurdo». La legge consente ai richiedenti asilo di lavorare durante quel lasso di tempo (spesso anche diversi anni) in cui le loro richieste sono in fase di elaborazione. Alla fine però pochi riescono a ottenere un regolare permesso di lavoro.
A passarsela peggio sono gli immigrati che vengono rimpatriati. Come Abubakar Awadu Suraj, che era venuto in Giappone dal Ghana con un visto turistico nel 1988 e aveva trovato lavoro nelle piccole officine alla periferia delle grandi città. L’uomo aveva poi conosciuto una ragazza del luogo che aveva sposato. Dopo aver lavorato in nero per 22 anni, di punto in bianco Suraj è stato arrestato e rinchiuso in un centro di detenzione per stranieri in pessime condizioni di vita. Condizioni che ne hanno causato la morte. Recentemente un tribunale di Tokyo ha stabilito che gli ufficiali governativi avevano usato mezzi illegali per trattenere l’uomo, decedeuto per soffocamento.
Quello di Suraj non è un eccezione, come dimostra un altro caso recente, quello di Niculas Fernando che era venuto a trovare suo figlio dallo Sri Lanka. Finito anche lui in un centro di detenzione, ne è uscito cadavere. Il figlio, che viveva a Tokyo, svolgeva uno di quei tanti lavori irregolari e non qualificati che i giovani giapponesi non sono più disposti a fare.
Il Giappone si trova ad affrontare una grave carenza di manodopera, un problema dovuto anche al rapido invecchiamento della popolazione. Quando per le strade di Tokyo capita di incrociare un cantiere, l’età dei lavoratori giapponesi è sempre mediamente molto alta; è raro vedere quei ventenni che invece arrivano a migliaia da altri paesi.
Questa situazione riflette l’altra faccia della medaglia dell’immigrazione nel Sol Levante, che non è fatta solo di immigrati persi, loro malgrado, nell’ozio, ma di una vera e propria industria dello sfruttamento. Dal 1993 il Giappone ha istituito un programma di stage che attrae lavoratori stranieri dalla Cina, dal Vietnam e dalle Filippine. Il programma, che consente ai lavoratori di rimanere per tre anni, ha ufficialmente lo scopo di formare gli immigrati con competenze che potranno essere trasferite nei loro paesi di provenienza. Ma lo “stage”, che non prevede la possibilità, alla scadenza dei tre anni, di un rinnovo del contratto, nasconde in realtà ben altro. Gli “stagisti” sono sottopagati e costretti a quella che è una vera e propria forma di indenture servant o servitù debitoria: viene anticipata loro una somma da restituire attraverso la prestazione di lavoro, ma spesso il debito, manipolato da datori di lavoro senza scrupoli, diventa quasi inestinguibile. Molti dei lavoratori torneranno infatti nei loro paesi, dopo tre anni di duro lavoro, senza aver accumulato nessun risparmio.
Per la maggior parte si tratta di lavoratori nel campo dell’edilizia, dell’agricoltura e altre posizioni non qualificate. Nonostante la condanna internazionale, il Giappone prevede non solo di utilizzare migliaia di nuovi “stagisti” stranieri per costruire le infrastrutture per le Olimpiadi del 2020 a Tokyo, ma anche di estendere il cosiddetto “stage di formazione” da tre a cinque anni.
L'Osservatore Romano, 14-15 marzo 2017.