lunedì 6 febbraio 2017

Italia
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Nascondersi dietro un manifesto anonimo non è solo troppo facile ma, alle volte, è anche molto pericoloso, soprattutto per chi crede di potervi far ricorso senza pagare dazio. Tanti hanno commentato in questi ultimi giorni ciò che i soliti ignoti hanno commesso qualche notte fa affiggendo per le vie di Roma decine di manifesti accusatori nei confronti dell’operato di Papa Francesco. Molti vi hanno visto la mano di quella corrente conservatrice che da anni attacca l’operato del pontefice via web, altri l’ultima sfida di chi non vuole il cambiamento dentro la Curia romana, altri ancora il primo eco della battaglia definitiva contro il pontificato di un Papa che viene dalla “fine del Mondo” e parla degli ultimi condannando l’indifferenza e lo scarto dilaganti in questo mondo ormai allo sbando.
Subito dopo la notizia si è aperto il dibattito, per ora tutto ipotetico, su chi possa aver ordito tale azione, su chi ha mestato nell’ombra, su cosa c’è veramente dietro questa “goliardata” estemporanea. Certo, la giustizia farà il suo corso e, con tutta probabilità e con viva speranza, si farà luce su chi ha materialmente affisso quei manifesti e su chi li ha commissionati. Non bisogna nascondere la gravità del gesto retrocedendola a semplice marachella, né esagerare a sproposito parlando di duello all’ultimo sangue. Sinceramente più preoccupante, come altri hanno più opportunamente e con precisione evidenziato, è l’impatto che un siffatto manifesto può avere su un singolo individuo già in animo di compiere scellerati gesti. Tuttavia, chi ha avuto l’idea di quel gesto aveva chiaro nella mente un solo principale obiettivo: screditare il Papa, ridimensionare la sua figura e cercare di insinuare tra i fedeli il dubbio su ciò che fa ogni giorno come guida della Chiesa cattolica. Persino la scelta di quella foto è stata soppesata e l’intercalare romano, usato un po’ goffamente nella stesura del messaggio, serviva a mescolare le carte per far credere che fosse il popolo a pensare quelle cose.
Tuttavia c’è un altro aspetto che merita di essere analizzato fino in fondo e che ci mostra con grande evidenza la malafede e la fallacità del messaggio che quel manifesto voleva diffondere tra i fedeli come un freddo venticello d’inverno quale è la calunnia. Lasciamo per un momento la ricerca dei colpevoli, degli autori del gesto e del fine recondito che gli autori di quell’azione volevano portare a casa propria. Da semplici cristiani, da semplici fedeli di strada, fermiamoci su quel messaggio e ragioniamoci sopra per qualche istante. Cosa ci dicono quelle parole rivolte al Papa ? Ci vogliono far credere, in buona sostanza, che Papa Francesco parla solo di misericordia ma poi non la mette in pratica nel suo quotidiano compito di guidare la Chiesa. Insomma, si è voluto ancora una volta far ricorso al vecchio cliché, di grande impatto  popolare e populista, che ci racconta dello stereotipo  del sacerdote che predica bene ma che razzola male. Ma vi è di più, molto di più. Quel testo insinua che la misericordia del Papa, quella sua personale, si è fermata davanti a certe decisioni che sono state da lui prese nella gestione quotidiana di quella che è la sua “santa missione”. Quel messaggio usa la pubblicità comparativa in senso negativo, ossia prima ci parla di alcune cose, messe lì alla rinfusa e tenute volutamente tenebrose allo stesso uditorio che non può essere in grado di capire di cosa si sta realmente parlando, e poi ci chiede, sarcasticamente, come può essere considerato misericordioso chi le ha fatte. Quel testo aveva il solo scopo di insinuare il dubbio, di far nascere il sospetto, di minare la credibilità dell’azione di un Papa che parla ogni giorno di Misericordia e che usa ogni suo gesto per disseminarne il valore cristiano tra i fedeli. Ma è davvero  così ? Realmente ci troviamo di fronte a un pontefice che parla in un modo e poi agisce dentro le mura del Vaticano in un senso diametralmente opposto ? È vero che il Santo Padre non è stato misericordioso come predica a tutti noi quando ha dovuto trattare con i cardinali, con i sacerdoti, con certe situazioni specifiche che si sono solo accennate nel manifesto ?
No, assolutamente. La risposta, infatti, ce la fornisce la stessa frase riportata dai manifesti. Non bisogna scervellarsi tanto per arrivare a questa semplice conclusione e capire che chi ha voluto affiggere quei manifesti non aveva argomenti seri per convalidare la propria teoria. La Misericordia di cui ci parla ogni giorno Papa Francesco non è, infatti, la sua “personale” misericordia o la misericordia di una sua individuale linea “politica”. Papa Francesco ci parla e ci racconta della misericordia di Gesù Cristo, non della sua. Il Santo Padre ci parla del Vangelo e dell’insegnamento del Cristo e non di una sua personale visione del mondo e dell’uomo.     Ecco, allora, che basta prendere in mano il Vangelo e fermarci su un passo di Giovanni, narrato al capitolo 2,14-16, per dare il giusto senso alle cose. “[Gesù] trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi, gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse : Portate via queste cose e non fate della case del Padre mio un luogo di mercato”. Soffermiamoci su questo brano e chiediamoci come mai Gesù stesso, il Cristo misericordioso, nato per morire in croce perdonandoci tutti, abbia agito così duramente. Perché lo ha fatto ? Perché ha rovesciato i banchetti dei cambiavalute e ha scacciato con una cordicella intrecciata coloro che avevano reso un mercato la casa del Padre ? Come poteva il Gesù misericordioso comportarsi così ? Era davvero necessario usare la sferza e cacciare tutti dal Tempio ? Dov’era la misericordia di Gesù in quel momento ?
Ecco la stessa domanda che gli anonimi autori dei manifesti ci hanno fatto trapelare per tentare di screditare ai nostri occhi l’operato del Papa: “… ma n’do sta la tua misericordia ?”. Basta questo per smascherare la fallacità di quel manifesto. La misericordia, quella di Gesù e di cui ci parla il Papa, non è sinonimo di buonismo, di lassismo, di noncuranza che sfocia nell’assoluto fatalismo delle cose che capitano. Non lo è affatto. La misericordia è ben altro che lasciar fare e non intervenire nelle situazioni che devono essere cambiate e che danneggiano l’uomo e la Casa del Padre. La misericordia riguarda l’anima dell’uomo, del singolo uomo, e non la sua azione corrotta e il suo comportamento errato e ipocrita. Qui sta la grande bugia raccontata in quel manifesto, il grande imbroglio che si è cercato di far passare mediaticamente grazie alla copertura che tutte le Tv hanno assicurato a quel testo diffondendolo in mondovisione. Tuttavia, a ben vedere, è stato un errore clamoroso, un autogol all’ultimo minuto. Quel messaggio ci racconta che chi lo ha pensato non conosce affatto il Vangelo o, forse, pur conoscendolo bene vuole raccontare ai fedeli qualcosa di molto diverso dalla realtà. Chi ha pensato quella frase del manifesto non ha agito da cristiano, da fedele di Gesù Cristo, da seguace del Vangelo. Non lo ha fatto non solo perché, come mi ha insegnato mia nonna da bambino, al Papa si deve sempre e comunque obbedienza, rispetto e lealtà, ma perché ha mentito sapendo di mentire. Chi ha ordito quella campagna di disinformazione verso il Papa, perché è di questo che si tratta, ha cercato di imbrogliarci, di farci deviare dal giusto sentiero, di gettare discredito e maldicenza usando la menzogna.
Il Pontefice è chiamato a compiere scelte, a prendere decisioni, ad assumere provvedimenti all’interno di una Chiesa in continuo movimento nei secoli e tra le società che cambiano. Non è certo un compito facile né invidiabile. Nel fare questo potrà anche sbagliare o avere dei dubbi, ma non si può mai mancare di rispetto o di lealtà. Non lo si può fare soprattutto dinanzi ad un Pontefice che più volte ha dichiarato e ha dato prova concreta di tenere più in considerazione chi lo critica che chi lo adula o, semplicemente, ne approva l’operato. Chi ha pensato quella frase e ha voluto metterla in un manifesto anonimo dovrebbe chiedersi prima di tutto quale beneficio ha portato la sua condotta alla Chiesa e alla fede che dice di voler tutelare. Chi si è nascosto dietro il vile anonimato dovrebbe interrogarsi sul suo essere cristiano e rileggersi con accuratezza il vangelo. Si accorgerebbe così che Gesù non ha mai usato l’anonimato, non ha mai fatto dire agli altri ciò che pensava, non si è mai nascosto dietro frasi pensate e fatte dire da altri. Si accorgerebbe inoltre che Gesù ci ha esortato a parlare chiaro, a dire Si Si e No No, ad essere reali testimoni della nostra fede e del nostro comportamento quotidiano, ad assumerci ogni nostra personale responsabilità. Al Papa si deve obbedienza e lealtà non per cortigianeria ma perché così si serve la Chiesa, intesa come comunità universale dei fedeli. Chiesa che già ha tante sfide davanti a sé e non ha proprio alcun bisogno di manifesti anonimi che cercano soltanto, in modo subdolo e calunnioso, di disorientare i fedeli e di alimentare quelle divisioni tra i cristiani che proprio Gesù ci ha chiesto di evitare in ogni modo.