venerdì 25 novembre 2016

Vaticano
Simposio internazionale organizzato dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Come coniugare economia e carisma
L'Osservatore Romano
È giunto il momento di ripensare in profondità l’economia e la gestione del denaro e delle opere proprie dei consacrati alla luce della fedeltà al Vangelo e al carisma. L’invito viene dall’arcivescovo José Rodríguez Carballo, che nel pomeriggio di venerdì 25 novembre ha aperto il simposio internazionale sul tema: «Nella fedeltà al carisma ripensare l’economia degli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica». Promosso dal dicastero, l’incontro si svolge a Roma, presso la Pontificia università Antonianum, fino a domenica 27.
Nel suo intervento il segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica ha sottolineato come i due principi di fedeltà al Vangelo e al carisma, non opponendosi certamente a una gestione professionale degli istituti religiosi, «sono irrinunciabili per tutti i consacrati e, in quanto tali, devono contrassegnare qualunque altro criterio». È quindi importante «passare dall’atteggiamento di spettatori di ciò che succede nel mondo dell’economia» a quello di «seminatori di cambiamento» delle strutture economiche. Si tratta, come ha detto Papa Francesco ai partecipanti all’incontro mondiale dei movimenti popolari del 5 novembre scorso, di essere «promotori di un processo in cui convergono milioni di piccole e grandi azioni concatenate in modo creativo, per camminare verso un’alternativa umana di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza».
In questo contesto, non si può dimenticare che lungo i secoli, i consacrati, in determinati momenti critici, «hanno fatto scelte innovatrici e profetiche nell’ambito dell’economia per il servizio dell’intera società, come nel caso della creazione dei monti di pietà da parte dei francescani». Infatti, ha aggiunto il presule, «chi sceglie la povertà è obbligato a parlare molto del denaro per mettere in atto la povertà liberamente abbracciata». In questo senso, perché una scelta ideale «non rimanga pura utopia» devono esserci scelte istituzionali che «permettano a esse di prendere consistenza». È questa, ha ribadito, una responsabilità a cui non possono venir meno i consacrati di tutti i tempi: quella di formarsi — ha detto — «alla dimensione economica in linea con il carisma proprio, affinché la gestione delle opere proprie e le scelte di missione possano essere veramente profetiche e non semplicemente continuative».
Occorre inoltre compiere, ha aggiunto l’arcivescovo, «un discernimento comunitario e personale che porti ad azioni concrete nel campo economico della vita di ogni comunità e istituto, in coerenza con la nostra condizione di poveri, con i poveri e come poveri». È necessario, cioè, «aprire strade, cambiando strutture, in primo luogo le strutture mentali, che spostino il primato del denaro e mettano nuovamente al centro del nostro agire l’essere umano, l’uomo e la donna». Serve predisporre «strutture economiche, anche in collaborazione con le Chiese locali e con altri istituti, avvalendosi della consulenza di tecnici in materia», sapendo che «la responsabilità ultima delle decisioni in campo amministrativo, economico, gestionale e finanziario è sempre dell’istituto e non può essere lasciata a laici o a membri di altri istituti».
L’arcivescovo ha poi invitato a non separare «la gestione economica dalla logica del dono». Lo sviluppo economico, anche quello degli istituti, ha bisogno di fare spazio al principio di «gratuità come espressione di fraternità». Tutto questo è un invito «a uscire dalla notte del pensiero in cui l’economia ruggisce e cammina a tentoni, costringe e soffoca»: un invito a «vivere la povertà che costruisce comunione e comunità».
Monsignor Rodríguez Carballo ha poi sottolineato come con Papa Francesco, i consacrati devono «dire no a una economia che uccide, no a una economia che mette la ricchezza in mano a pochi, che tende a escludere e che genera, per sua natura, “periferie esistenziali”». Al contrario, i consacrati devono dire sì «a una gestione economica che crei fraternità e comunione; a una gestione economica che ci faccia ospiti e ospitali, non padroni; a una gestione economica che ci conduca alla responsabilità come attenzione al creato e agli altri, come sobrietà di vita e capacità di vincere l’indifferenza, che ci aiuti a espropriarci di noi stessi». L’arcivescovo ha anche invitato a riflettere sulla tutela dei beni ecclesiastici, «intesa come salvaguardia del patrimonio stabile, in quanto beni necessari per garantire l’autosufficienza economica e la sopravvivenza dell’istituto, come pure la sua missione nella Chiesa e nel mondo». Questa tutela dei beni ecclesiastici comporta anche «scelte coerenti, in caso di alienazione, con il principio che i beni degli istituti di vita consacrata sono beni della Chiesa».
Riguardo alla sostenibilità delle opere, il presule ha detto infine che ciò «richiede di elaborare preventivi adeguati e di vigilare sul loro compimento mediante una periodica verifica». Occorre anche un impegno di trasparenza, ossia la capacità di rendere conto degli atti e dei risultati della gestione economica, sempre adeguata alle leggi civili e canoniche.
L'Osservatore Romano, 25-26 novembre 2016