sabato 12 novembre 2016

Vaticano
Ricordo di Leonard Cohen. Un’indefinita melanconia
L'Osservatore Romano
(Paul Richard Gallagher) In futuro come collocherete nella vostra memoria il momento in cui Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America? Io, come molti milioni di persone della mia generazione e altri ancora, ricorderò che l’elezione è avvenuta nei giorni della morte di Leonard Cohen.
Da teenager, alla fine degli anni sessanta e nei primi anni settanta, Leonard Cohen era uno dei nostri grandi compagni. Essendo cresciuti al suono dei Beatles, idolatrati da tantissimi, trovavamo conforto e persino piacere nelle liriche poetiche di strana bellezza e nelle semplici melodie di questo grande musicista canadese. Cohen era la scelta naturale quando la festa continuava fino a tarda notte diventando più tranquilla, e lui faceva da sottofondo a confidenze e a chiacchere tra amici. Potevamo contare su Leonard che quasi a nostro nome esprimeva emozioni interiori o una indefinita melanconia.
La sua arte era espressione profonda dell’esperienza umana, con la quale potevamo identificarci nella nostra confusione di adolescenti. Non capivamo del tutto quello che scriveva, ma ci piaceva, e ci piaceva il modo in cui veniva cantato. La sua musica toccava una corda nelle nostre anime, risuonava nell’intimo e stranamente possedeva la capacità di elevare chi l’ascoltava, malgrado l’apparente distanza dell’autore.
Leggendo dopo tanti anni i versi di So long, Marianne, sono colpito dalle parole quasi mistiche con cui inizia: Come over to the window, my little darling, I’d like to try to read your palm (“Vieni pure alla finestra, mia piccola cara, mi piacerebbe provare a leggerti il palmo della mano”). Leonard aveva iniziato a dedicarsi alla musica quando, come aspirante autore e poeta, non riusciva a pagare le bollette. È stata una vera benedizione per noi che sia stato costretto a esprimere la sua poesia anche sotto forma di canzoni.
Sappiamo che Leonard era in un costante cammino spirituale; la sua conversione al buddismo e la sua esperienza monastica sono stati momenti centrali nella sua vita. Le sue canzoni sono piene di riferimenti e di ricordi religiosi. In Marianne, la rimprovera: But you make me forget so much. I forget to pray for the angels and then the angels forget to pray for us (“Ma tu mi fai dimenticare così tanto. Mi dimentico di pregare per gli angeli, e poi gli angeli dimenticano di pregare per noi”). Mentre in Sisters of Mercy canta: It begins with your family, but soon it comes around to your soul (“Inizia con la tua famiglia, ma presto raggiunge la tua anima”). Mezzo secolo dopo, la canzone più interpretata da altri artisti è Hallelujah, che inizia con i versi giocosi Now I’ve heard there was a secret chord that David played, and it pleased the Lord... The minor fall, the major lift, the baffled king composing Hallelujah (“Ho sentito di un accordo segreto suonato da David e gradito al Signore... La minore scende, la maggiore sale, il re perplesso compone l’alleluja”).
Per tutta la vita siamo sempre potuti ritornare a Leonard Cohen, qualche volta, a dire il vero, per trovare conforto. Alla notizia della sua morte ci rendiamo anche conto che non siamo più giovani, eccetto quando ascoltiamo Leonard, ricordiamo i nostri amici e rendiamo grazie per il tempo perso intorno a un vecchio giradischi sognando la vita che avevamo davanti.
Prima che Marianne Ihlen morisse, Leonard Cohen, che l’aveva resa immortale nella canzone che porta il suo nome, le scrisse. «Ora però voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore senza fine. Ci vediamo in fondo alla strada». Forse oggi le loro strade si sono di nuovo incontrate; mi fa piacere pensare che sia così.
L'Osservatore Romano, 12-13 novembre 2016