mercoledì 23 novembre 2016

Vaticano
Ricevuti dal Papa leader sciiti iraniani. La strada della cultura
L'Osservatore Romano
(Marco Bellizi) L’islam è troppo debole sotto l’aspetto culturale. Ed è una debolezza che sta avendo evidenti ricadute drammatiche in tutto il mondo. L’Hojjat ol-Islam Morteza Vaez Javadi, stimato esegeta del Corano, è convinto sostenitore della necessità di percorrere nuove strade: «A causa di molte circostanze — osserva — non riusciamo a trasmettere in maniera corretta i nostri valori, che invece potrebbero essere utili non solo ai musulmani ma a tutti gli uomini».
Javadi è uno dei membri della delegazione iraniana impegnata dal 22 al 23 novembre nella decima sessione di dialogo con la Santa Sede, dedicata in questo caso a Estremismo e violenza in nome della fede. Quale approccio alla religione. Il leader religioso sciita, assieme all’Hojjat ol-Islam Abolghasem Alidost, all’ambasciatore Mohammad Taher Rabbani, al presidente dell’Organizzazione per la cultura e le relazioni islamiche Abouzar Ebrahimi e ad altri diplomatici, ha incontrato alcuni giornalisti nella sede dell’Ambasciata iraniana presso la Santa Sede, alla vigilia dell’incontro con il Papa.
L’Iran, culla del misticismo sciita, con i suoi poeti inneggianti alla misericordia, ambisce a svolgere un ruolo fondamentale nel complesso scenario del Medio oriente. Oggi più che mai, in un momento in cui il variegato mondo islamico è chiamato a fare sentire una voce chiara e univoca contro la violenza. «La natura dell’islam è una natura misericordiosa — afferma Javadi — ma per renderla concreta occorre una base di conoscenza. C’è bisogno di promuovere questo messaggio a livello culturale, cosa che non è stata possibile in passato, anche perché all’indomani della rivoluzione islamica il nostro Paese ha dovuto affrontare diversi problemi. Ma nelle nostre scuole teologiche cerchiamo di farlo costantemente».
Nessuna illusione, ma un realismo che possa portare frutti: «A dire la verità — aggiunge Alidost — un Paese come l’Iran può al massimo preparare il terreno. Ma altri ostacoli devono essere eliminati. Bisogna parlare di un patrimonio dell’islam da trasmettere. Gli imam sciiti non parlano solo ai musulmani ma a tutta l’umanità. La nostra preghiera e la nostra fede nel salvatore che viene a instaurare un regno di pace può essere facilmente condivisa anche dalle altre religioni». Gli sciiti credono nel ritorno dell’imam che si è “occultato” per tornare a palesarsi come Mahdi quando l’umanità sarà pronta. «Le nostre preghiere — ribadisce Alidost — possono salvare il mondo. Dateci un’occasione e vedrete che saremo utili».
Un’occasione è senz’altro rappresentata dagli incontri con il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Abouzar Ebrahimi ne ripercorre la storia, cominciata 22 anni fa, in un mondo che non conosceva ancora il dramma dell’odio globale presentato come dottrina religiosa. Si parlò allora di “modernità”, di come affrontare le sfide culturali. Una scelta in qualche modo profetica. Poi si andò avanti confrontandosi sul pluralismo delle religioni, sui giovani e l’istruzione, sul rapporto fra ragione, fede e società, sulla collaborazione per la pace e la giustizia, sul dialogo costruttivo fra musulmani e cristiani nel mondo moderno.
«Abbiamo vissuto — spiega Ebrahimi — tre fasi: una prima di conoscenza, poi di transizione e di incertezza, infine di assoluta fiducia reciproca. Ogni volta però abbiamo individuato i temi più urgenti del tempo. E a vedere quanto sta accadendo ora, abbiamo fatto bene ad avviare questo dialogo più di venti anni fa».
Ed è stato molto apprezzato che alla vigilia dell’apertura dell’Anno Santo si sia tenuto un incontro alla Lateranense dedicato alla misericordia nella tradizione cristiana e islamica. Le parole di Papa Francesco sull’islam usate proprio nella bolla d’indizione del Giubileo saranno riprese e supportate dai leader sciiti nella dichiarazione conclusiva della decima sessione dell’incontro di dialogo con la Santa Sede. Il Vaticano è impegnato a tessere rapporti proficui tanto con il mondo sciita quanto con quello sunnita, in quest’ultimo caso attraverso la sua massima autorità riconosciuta, l’università di Al-Azhar.
Il dialogo all’interno del mondo musulmano è allo stesso modo vitale. «Sono ottimista — spiega Alidost — circa il futuro dei nostri rapporti. Ma bisogna fare attenzione. I gruppi violenti che conosciamo affermano di avere legami con l’islam ma questo spesso è falso. C’è chi vuole alimentare questo conflitto fra sciiti e sunniti. Gli stessi leader sunniti sconfessano le azioni di questi gruppi violenti». I terroristi — aggiunge Ebrahimi — non conoscono la natura della fede dell’islam. Credono di poter fare leggi in nome di Dio. Con loro non può esserci confronto in tema di fede. L’unica soluzione è chiamare tutti a ragionare». E a non sottovalutare l’aspetto politico. «Il tema del dialogo va tenuto separato, anche se qualche forma di influenza politica è inevitabile. Per tradurre in azioni questa volontà comune di pace bisogna però fare anche altre analisi: in Siria per esempio, sono chiare le influenze esterne. I gruppi estremisti nel mondo cambiano forma e nome, da al Qaeda, ai talebani, da Boko Haram all’Is. Quando si esaurisce l’esperienza di un gruppo ne nasce uno nuovo. Allora bisogna domandarsi: chi dà loro le armi? L’Is come nasce? Da quali Stati è sostenuto? Dietro, credo ci sia una moderna politica di oppressione. Ci sono Paesi che vogliono intervenire in una maniera che oggi non è più accettabile. Avremmo dovuto ascoltare di più le parole che vengono dalle grandi figure spirituali, come quella del Papa. Non saremmo a questo punto».
Il primo obiettivo del dialogo dunque è uno, inequivocabile: «La violenza — afferma l’Hojjat ol-Islam Javadi — non ha alcun posto nelle religioni. Esse, avendo un legame diretto con la ragione, per loro natura non possono essere violente. Le religioni monoteiste sono presentate a due livelli, intellettuale e pubblico. Nel primo caso la violenza non è mai presente. Purtroppo ci sono dei presunti missionari che ne danno interpretazioni diverse. Per questo il mio appello è: cercate di conoscere la fede attraverso l’autorità religiosa e le sue fonti».
L’estremismo invece è frutto dell’ignoranza: «Sapere poco è più pericoloso di non sapere nulla». Javadi rivendica la peculiare caratteristica dell’islam sciita iraniano, che dopo la rivoluzione e dopo aver conosciuto «il sapore amaro della violenza» ha scelto la via del misticismo come strumento per arrivare alla gnosi, alla conoscenza diretta e personale di Dio attraverso la guida del clero.
Una strada che, secondo i membri della delegazione sciita, mette al riparo dalla deriva estremista. «Essere musulmano, sciita, iraniano, significa essere non violento», sostiene il leader religioso. Invece «gli estremisti vogliono mettersi al posto di Dio, privando gli uomini del più grande dono che gli ha fatto, la vita». La responsabilità di questa deriva è articolata. E chiama in causa l’Occidente e la cultura del XXI secolo, «che ha conosciuto — conclude Ebrahimi — lo sviluppo impetuoso della tecnologia ma non della morale. Il risultato è l’eliminazione della dimensione spirituale dal mondo».
L'Osservatore Romano, 23-24 novembre 2016