sabato 19 novembre 2016

Vaticano
Quel bacio sulla mano
L'osservatore Romano
Ernest Simoni è stato l’ultimo a salire all’altare della Confessione per ricevere lo zucchetto, l’anello e la berretta cardinalizia. E non si aspettava che Papa Francesco si chinasse verso di lui per baciargli la mano. Ha cercato di sottrarsi e di baciare a sua volta la mano al Pontefice che — come già avvenuto nelle altre occasioni in cui si sono incontrati — ha voluto esprimere così la sua considerazione per l’anziano prete albanese perseguitato dal regime comunista per ben trentasette anni. È questa una delle immagini più significative del concistoro per la creazione di diciassette cardinali presieduto nella basilica vaticana da Papa Francesco. Che al termine, con un gesto altrettanto significativo, ha guidato i nuovi porporati al monastero Mater Ecclesiae, nei Giardini vaticani, per incontrare il Papa emerito. Nel cortile Francesco è stato accolto dall’arcivescovo Georg Gänswein, mentre il predecessore attendeva nella cappella. Dopo un lungo abbraccio con il suo successore, Benedetto XVI ha abbracciato uno a uno i neoporporati. Infine, invitato da Francesco, il Papa emerito ha guidato la preghiera e impartito la benedizione. In San Pietro la celebrazione si era aperta con il saluto del primo dei cardinali, il nunzio apostolico Mario Zenari, a nome dei suoi confratelli. Quindi tutti insieme hanno rinnovato la professione di fede. Alla formula di giuramento è seguita la consegna dell’anello e della bolla di assegnazione della diaconia o del titolo, a significare la partecipazione alla cura pastorale del vescovo di Roma per la sua diocesi. L’universalità della Chiesa è stata rappresentata dalle diverse aree geografiche di provenienza: cinque dall’Europa (due dall’Italia), sei dalle Americhe, tre dall’Africa, due dall’Asia e uno dall’Oceania. Il più giovane è l’arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, che non ha ancora cinquant’anni. Il più anziano l’ottantottenne Simoni.
Durante il rito i cardinali hanno giurato fedeltà e obbedienza: poi uno a uno sono saliti all’altare della Confessione e inginocchiatisi davanti a Francesco hanno ricevuto dalle sue mani le insegne cardinalizie. Mancava Sebastian Koto Khoarai, vescovo emerito di Mohale’s Hoek in Lesotho, che non ha potuto raggiungere Roma per motivi di salute. Riceverà la porpora nei prossimi giorni nella sua terra natale.
Erano presenti centoventitré porporati, tra i quali il decano del Collegio cardinalizio Sodano e il segretario di Stato Parolin. Con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede erano gli arcivescovi Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati; i monsignori Borgia, assessore, Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati, e Bettencourt, capo del Protocollo. Moltissimi i presuli e i prelati della Curia romana. Tra questi, l’arcivescovo Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, e monsignor Sapienza, reggente della Prefettura. Hanno animato il rito — diretto da monsignor Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie — i canti della Cappella Sistina.
Prima della celebrazione, nella cappella della Pietà, Papa Francesco aveva ricevuto il saluto dei capi delle undici delegazioni ufficiali presenti. Quella della Repubblica Centrafricana era guidata dal presidente Faustin Archange Touadéra; quella di Mauritius, dal primo ministro Xavier- Luc Duval; quella dell’Albania, dal ministro della gioventù Blendi Klosi; quella del Belgio, dal ministro del commercio estero Pieter De Crem; quella della Spagna, dal ministro della giustizia Rafael Catalá Polo; quella italiana, dal ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia; quella del Brasile, dal presidente della camera dei deputati, Rodrigo Maia; quella del Messico, dal capo ufficio del governo dello stato, Erasto Martínez Rojas; quella del Venezuela, dalla consulente del presidente della Repubblica, María del Pilar Hernández; quelle della Malaysia e della Siria, dagli ambasciatori presso la Santa Sede, Bernard Giluk Dompok e Hussam Edin A’ala.

L'Osservatore Romano, 19-20 novembre 2016