lunedì 21 novembre 2016

L'Osservatore Romano
(Giovanni Maria Vian) Annunciato a sorpresa per tutte le diocesi del mondo e a sorpresa introdotto personalmente dal Papa nel cuore dell’Africa, l’anno santo straordinario si è concluso nell’ultima domenica dell’anno liturgico con una messa presso la tomba dell’apostolo Pietro. Come è ben noto, Francesco ha voluto dedicare questo giubileo alla misericordia, cuore del Vangelo, e lo ha aperto a Roma nel cinquantesimo anniversario del Vaticano II, che nel segno della misericordia fu iniziato e chiuso dai suoi predecessori Roncalli e Montini.
La scelta del primo Pontefice che per ragioni anagrafiche non ha preso parte al concilio ha dunque un significato chiarissimo: la volontà di proseguire il rinnovamento deciso dalla più grande assemblea cristiana mai celebrata. Nel cinquantennio trascorso il cammino aperto dal Vaticano II è stato infatti, sì intrapreso, ma certo non concluso. Se poi il concilio, come ogni altro avvenimento, è ovviamente affidato alla valutazione degli storici, non si riflette forse abbastanza su un dato di fatto innegabile: l’impatto, davvero senza precedenti, del Vaticano II sul mondo nel suo complesso, sulle altre religioni e sulle diverse confessioni cristiane.
Un impatto che comporta allora la responsabilità di non venir meno all’impegno di questo colloquio con il mondo, i credenti, gli altri cristiani, i tre cerchi concentrici della visione che in pieno concilio fu disegnata nell’enciclica programmatica di Paolo VI. Il suo successore oggi procede su queste vie insieme a tutta la Chiesa e sorprende che proprio nella Chiesa non tutti capiscano il significato pastorale e missionario delle sue scelte e del suo impegno, significato ribadito con semplicità nelle sue recentissime interviste sui media cattolici italiani.
Per capirlo basterebbe invece, come ha fatto Francesco in queste conversazioni, ripercorrere con la memoria i cammini di un giubileo che, al di là di numeri e statistiche sempre discutibili, ha moltiplicato mille e mille volte le porte sante attraversate da fedeli, non solo cattolici, e talvolta anche da donne e uomini in ricerca di un senso per la propria vita. Senso che proprio il segno universale della misericordia può di nuovo offrire a ogni essere umano.
Concluso il Vaticano II, una frase ricorrente voleva “il concilio nelle nostre mani”. Mezzo secolo più tardi, l’anno santo della misericordia che ha inteso ravvivarlo ha esaurito i suoi giorni. Ed è anch’esso ora nelle mani della Chiesa, e di ogni donna e di ogni uomo che nella misericordia possa e voglia riconoscersi.
L'Osservatore Romano, 21-22 novembre 2016.