lunedì 21 novembre 2016

L'Osservatore Romano
(Marcelo Figueroa) La porta santa della misericordia si è chiusa domenica, ma il mite profumo di questo anno giubilare resterà in milioni di cuori. Allo stesso modo, le ampie e misericordiose porte d’incontro tra tutte le religioni rimarranno aperte per molti anni. L’invito era già presente nella bolla di indizione Misericordiae vultus: «La misericordia possiede una valenza che va oltre i confini della Chiesa. Essa ci relaziona all’Ebraismo e all’Islam, che la considerano uno degli attributi più qualificanti di Dio».Il documento spiega che «Israele per primo ha ricevuto questa rivelazione, che permane nella storia come inizio di una ricchezza incommensurabile da offrire all’intera umanità. Come abbiamo visto, le pagine dell’Antico Testamento sono intrise di misericordia». Risulta normale perciò l’allusione di Papa Francesco alla misericordia nella sua prima visita alla sinagoga di Roma nel gennaio di quest’anno: «Ogni persona va guardata con benevolenza, come fa Dio, che porge la sua mano misericordiosa a tutti, indipendentemente dalla loro fede e dalla loro provenienza, e che si prende cura di quanti hanno più bisogno di lui: i poveri, i malati, gli emarginati, gli indifesi».
Misericordiae vultus, nello stesso numero, dice dei fratelli musulmani: «L’Islam, da parte sua, tra i nomi attribuiti al Creatore pone quello di Misericordioso e Clemente. Questa invocazione è spesso sulle labbra dei fedeli musulmani, che si sentono accompagnati e sostenuti dalla misericordia nella loro quotidiana debolezza. Anch’essi credono che nessuno può limitare la misericordia divina perché le sue porte sono sempre aperte». Nella conferenza stampa durante il volo di ritorno da Lesbo, alla domanda sul perché avesse portato con sé tre famiglie musulmane, Papa Bergoglio non ha esitato a rispondere: «Non ho fatto la scelta fra cristiani e musulmani. Non è un privilegio. Tutti e dodici sono figli di Dio. Il “privilegio” è essere figli di Dio: questo è vero».
Visitare i detenuti è una della quattordici opere di misericordia. E come dimenticare le commoventi e significative parole di Papa Francesco nel carcere di Sinaloa, in Messico, dove c’erano sicuramente detenuti di diverse confessioni e anche non credenti: «Non potevo partire — ha detto loro — senza venire a salutarvi, senza celebrare il Giubileo della Misericordia con voi. Fratelli, mi chiedo sempre, entrando in un carcere: “Perché loro e non io?”. Ed è un mistero della misericordia divina. Ma questa misericordia divina oggi la stiamo celebrando tutti quanti, guardando avanti con speranza».
Senza dubbio un evento storico — dal punto di vista sia spirituale sia politico, — in questo anno giubilare è stato l’incontro dello scorso febbraio a Cuba con il patriarca Cirillo. «Le comunità cristiane portano avanti un’importante attività caritativa e sociale, fornendo un’assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso lavorano fianco a fianco. Essi attestano l’esistenza dei fondamenti spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del Vangelo» si legge in un paragrafo della dichiarazione congiunta firmata nell’occasione. E sebbene qui la parola misericordia non venga citata, il suo significato è implicito in tutto l’enunciato.
Allo stesso modo, nel suo viaggio in Armenia, in occasione dell’incontro ecumenico di preghiera, Papa Francesco ha ricordato che «San Nerses avvertiva il bisogno di accrescere l’amore reciproco, perché solo la carità è in grado di sanare la memoria e guarire le ferite del passato: solo l’amore cancella i pregiudizi e permette di riconoscere che l’apertura al fratello purifica e migliora le proprie convinzioni». E ha aggiunto: «Non i calcoli e i vantaggi, ma l’amore umile e generoso attira la misericordia del Padre, la benedizione di Cristo e l’abbondanza dello Spirito Santo».
Ed è ancora viva nella memoria la cerimonia di poche settimane fa, nella cattedrale di Lund, in occasione della commemorazione dei cinquecento anni della riforma luterana, quando il Santo Padre ha invocato: «“Dacci il dono dell’unità perché il mondo creda nella potenza della tua misericordia”. Questa — ha spiegato — è la testimonianza che il mondo sta aspettando da noi. Come cristiani saremo testimonianza credibile della misericordia nella misura in cui il perdono, il rinnovamento e la riconciliazione saranno un’esperienza quotidiana tra noi. Insieme possiamo annunciare e manifestare concretamente e con gioia la misericordia di Dio, difendendo e servendo la dignità di ogni persona».
Vorrei concludere con una vicenda strettamente personale. Due settimane dopo la firma della bolla di indizione del giubileo, nell’aprile 2015, mi sono sottoposto a un difficile intervento chirurgico a Buenos Aires. Prima, durante e dopo tale intervento, Francesco è stato vicino a me e alla mia famiglia con telefonate, lettere e preghiere. Così facendo si è fatta carne in me, un fratello protestante, l’opera di misericordia corporale «visitare i malati». La mia famiglia e io non dimenticheremo mai i suoi gesti di vicinanza, che sono stati un’indelebile pedagogia della misericordia e mi hanno fatto sperimentare di persona l’opera spirituale «insegnare a chi non sa».
Noi che professiamo una fede diversa da quella cattolica sappiamo che questo giubileo della misericordia è stato per tutti una profonda e speciale opportunità per contemplare insieme il volto misericordioso del nostro comune Dio. Un Dio il cui nome è tra gli altri «misericordia» e che è riflesso in quello del nostro prossimo e di un mondo desideroso di questa carezza nella sua anima tanto bisognosa.
L'Osservatore Romano, 21-22 novembre 2016.