mercoledì 30 novembre 2016

Vaticano
Nel Giappone degli shogun. Intervista a Martin Scorsese
L'Osservatore Romano
(Silvia Guidi) «Per un newyorkese trapiantato come me il silenzio è merce rara» dice un Martin Scorsese sorridente, felice e rilassato, parlando di Silence il suo ultimo film, ambientato nel Giappone degli shogun Tokugawa e delle loro violentissime persecuzioni contro chi si convertiva alla fede cristiana. Il sorriso radioso ha un motivo preciso: il regista, insieme a sua moglie e le due figlie, al produttore del film e sua moglie, accompagnati dal prefetto della Segreteria per la comunicazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, è appena stato ricevuto da Papa Bergoglio. Francesco ha raccontato ai presenti di aver letto Silenzio, il libro di Shusaku Endo da cui è stata tratta la sceneggiatura, parlando poi dell’apostolato dei gesuiti in Giappone (dove lui stesso sognava di andare in missione) e del Museo dei 26 martiri a Nagasaki.
Scorsese ha portato al Papa due quadri legati al tema dei kirishitan, i cristiani nascosti del Paese del Sol levante. Con Silence, il tema dei lapsi — letteralmente gli “scivolati”, quelli che non ce l’hanno fatta a reggere alla durezza della persecuzione e hanno abiurato la loro fede, ampiamente trattato nella Chiesa dei primi secoli — approda sul grande schermo, via maestra per raggiungere il cuore della cultura mainstream. Un grande comunicatore come Agostino — se ai tempi del vescovo di Ippona fosse esistito qualcosa di simile al moderno cinema — ne sarebbe stato felice. Ma torniamo a Scorsese.
Il titolo del film non è solo un omaggio al libro di Endo, ha anche un forte significato spirituale per lei.
Sono sempre stato abituato a vivere in un contesto in cui si intrecciavano le grida dei venditori ambulanti, l’arrotino che cercava clienti per strada, i vicini di casa che litigavano in molte lingue diverse. A Little Italy il silenzio proprio non sapevamo che cosa fosse [ride]. Era come un villaggio ottocentesco pieno di caos. Per questo quando ne avevo bisogno mi rifugiavo in una piccola chiesa cattolica. O nel buio di un cinema. Sulla mia generazione ha avuto molto influsso l’esempio di George Harrison, che ci ha fatto capire l’importanza del silenzio e della meditazione; nel mio caso una grande svolta sarebbe poi arrivata nel 1987 a Gerusalemme durante le riprese dell’Ultima tentazione di Cristo. Il silenzio permette di trattenere le cose, capirle, assaporarle, non vederle sfumare via insieme al rumore di fondo. In certe occasioni una stanza vuota può essere il migliore alleato.

Chi lavora con lei sa che esige un set silenzioso.
Chiedo a tutti di essere il più silenziosi possibile. Il rumore non manca mai in un set; attrezzisti, gente che sposta mobili e pianta chiodi, comparse. Voglio il silenzio della troupe per poter parlare con i miei collaboratori e permettere agli attori di fare bene il loro mestiere. Non mi dispiace se ridono o discutono fra loro, se fa parte del loro modo di lavorare. Ma preferisco che la troupe lavori il più in silenzio possibile per permettere agli attori, che sono gli strumenti del film, di “accordarsi” bene. Dovrebbe essere trattato come uno spazio sacro, il set. In fondo si sta creando insieme qualcosa, no?

Come nel film del 1988, ancora temi come la tentazione, la colpa, la fedeltà alla vocazione messa alla prova dalla brutalità del male. Non dev’essere stato facile tradurre in immagini una sceneggiatura così complessa. Per di più ambientata nel Giappone del Seicento.
La riprese sono state lunghe e faticose, nei dintorni di Taipei, come..., sì, come una specie di pellegrinaggio. Un lavoro così ti assorbe per mesi: l’attenzione a non sforare con il budget, la lotta continua contro gli imprevisti. Non c’è spazio per nient’altro.

E quanto è stato facile (o difficile) lavorare con i gesuiti? In fondo sono loro i protagonisti del film, e si tratta di una storia piena di ferite, morali e materiali.
Padre James J. Martin e gli altri sono stati molto attenti, molto accurati e collaborativi. Ci hanno aiutato a evitare ingenuità, errori di ambientazione, errori nel comportamento dei singoli personaggi. Anche ad affrontare un tema delicato come il rapporto tra speranza e disperazione, terrore e forza interiore, caduta e rinascita. In fondo anche ripetere “ho paura, ho paura, ho paura” rivolgendo il pensiero a Dio, mantenendo il dialogo con lui, è pregare. Sono sempre stato affascinato dalle storie che raccontano vincoli di amicizia molto stretti, dai personaggi che hanno tra loro un legame forte, come tra fratelli.

Come è stato l’impatto con la cultura giapponese, con il suo culto per la bellezza e per l’ordine e le sue contraddizioni?
Mi ha colpito la serietà nel lavoro degli attori giapponesi; non uscivano mai dai loro personaggi, neanche a telecamere spente. Totalmente presenti a loro stessi, totalmente concentrati. La pazienza dei traduttori è stata determinante per comunicare ogni dettaglio e ogni sfumatura. Erano molto fieri del risultato, di far parte di qualcosa che sveglia il nostro sguardo e cambia il modo con cui vediamo le cose. Io sono fiero, oltre che del lavoro con Liam, Adam e gli altri, di far parte di The Film Foundation, che si occupa di restaurare e conservare la nostra memoria di celluloide. Non sono da solo per fortuna, ci sono anche tanti altri registi, da Woody Allen a Steven Spielberg.
L'Osservatore Romano, 30 novembre- 1 dicembre 2016