sabato 26 novembre 2016

L'Osservatore Romano
A Pompei. Accolti dall’arcivescovo prelato Tommaso Caputo, i rettori e gli operatori pastorali dei santuari italiani si incontrano in questi giorni (21-25 novembre) a Pompei per il loro cinquantunesimo convegno nazionale sul tema «Maria, Madre di Misericordia». Pubblichiamo ampi stralci dell’omelia tenuta dal cardinale prefetto della Congregazione per il clero, Beniamino Stella, e della relazione svolta dall’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte.
(Beniamino Stella) Maria santissima, l’“onnipotente per grazia”, come recita la supplica alla regina del rosario di Pompei, è l’icona più bella: toccata dalla misericordia di Dio, che si è chinata su di lei. Ella è diventata madre amorevole e compassionevole, pellegrina di fede in cammino con gli uomini e le donne di ogni tempo, sicura speranza per tutti coloro che cercano Dio. Maria — come ha scritto il Santo Padre — «è entrata nel santuario della misericordia divina perché ha partecipato intimamente al mistero del suo amore» (Misericordiae vultus, 24). Allo stesso modo, possiamo chiederci: chi entra nei nostri santuari partecipa al mistero dell’amore di Dio? I nostri luoghi di culto e di pellegrinaggio favoriscono l’incontro con il Signore e con la sua misericordia, o restano solo dei luoghi decorativi della nostra religiosità? Questi interrogativi stimolano il nostro impegno pastorale a fare dei santuari i simboli della fede del nostro popolo; luoghi nei quali le persone, arrivando da strade diverse, portano a Dio le loro fatiche e le loro speranze; spazi di preghiera, di silenzio, di riconciliazione e di carità, nei quali, in mezzo alle vicende della vita, anche le più dolorose, è possibile incontrare l’amore misericordioso di Dio, che libera e guarisce.
Ce lo ricorda bene il Vangelo di oggi, che descrive, con le tinte forti del linguaggio apocalittico, i segni di decadenza della creazione e gli avvenimenti umani, talvolta feriti dalla violenza e dal male; è proprio in mezzo a questi eventi che il Signore viene a salvarci: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Luca, 21, 28). È una Parola che semina speranza nel nostro cuore, diradando la nube tossica della paura, della rassegnazione e della tentazione di credere che il male sia più forte e che abbia l’ultima parola su di noi: Dio scaccia il male e vince la morte, intessendo una storia di salvezza dentro le trame della nostra vita quotidiana. È questo che, anche oggi, il Popolo di Dio viene a cercare nei nostri santuari. Essi permettono l’esperienza della preghiera, della carità e della riconciliazione e, così, sono luoghi che aiutano la gente a “risollevarsi” e “alzare il capo”, rinnovando la fede in Dio e ricevendo la sua liberazione.
«Alzate il capo»: è bello vedere che il Signore desidera figli capaci di «stare in piedi», che non siano cioè ripiegati sotto il peso del male e della paura. Il verbo “alzatevi”, usato dal Vangelo, è lo stesso che viene utilizzato per la risurrezione di Gesù: siamo risorti con Cristo e, per questo, anche nelle difficoltà, possiamo vivere la nostra vita restando in piedi e guardando in alto.
Ogni giorno entriamo nelle battaglie della vita, lavoriamo e ci impegniamo in tante cose, talvolta fronteggiamo situazioni di disagio o di dolore, e ci portiamo dentro pesi, angustie e attese; eppure, forti dell’amorevole compagnia di Dio, che percorre le nostre stesse strade, restiamo in piedi; non cediamo al male, non ci lasciamo andare allo scoraggiamento, non ci irrigidiamo nella paura. Noi camminiamo guardando sempre avanti, perché sappiamo che Dio ci viene incontro con la sua salvezza.
L’incontro con Dio deve essere misurato nella vita concreta: o ha cambiato il nostro modo di pensare e di agire o ancora deve maturare e diventare autentico. Accogliere Dio significa lasciare che la nostra umanità venga trasformata a immagine di Gesù, cioè diventare capaci di amare gratuitamente e fino al dono sé, di abbattere le ostilità che ci separano dagli altri, di saperci fermare presso i fratelli feriti e farci loro prossimi. I nostri santuari, perciò, sono il luogo in cui, dalla relazione con Dio e dalla devozione a Maria e ai santi, impariamo la carità, che è il cuore del Vangelo. Sarebbe una fede povera, comoda e perfino rischiosa, quella che ci conducesse verso la cima del monte di Dio senza donarci, però, il desiderio e il coraggio di scendere verso la pianura, in mezzo ai fratelli e nel cuore dei loro tormenti e delle loro fatiche.
Una parola, infine, sulla riconciliazione. È una delle esperienze più belle che un pellegrino possa vivere arrivando in un santuario. Ritrovare il silenzio interiore, avere la possibilità di guardare alla propria vita attraverso le lenti della Parola di Dio e, soprattutto, potersi accostare al torrente di grazia della Sua misericordia attraverso il sacramento della confessione. La festa di questo incontro con la misericordia di Dio rinnova il nostro cuore ferito, ristora le nostre membra stanche, ci solleva dai pesi che talvolta incombono su di noi, abbatte le barriere create dall’egoismo, dall’orgoglio e dall’indifferenza; quando sperimentiamo lo sguardo misericordioso di Dio sulla nostra vita, davvero siamo capaci di rialzarci e di ripartire con rinnovate energie.
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La Vergine nel racconto evangelico. Gioia della misericordia
(Bruno Forte) La convinzione che la contemplazione della figura di Maria sia via privilegiata verso la conoscenza e l’adorazione del mistero salvifico fa parte della grande tradizione cristiana indivisa: Zwinglio, il riformatore di Zurigo, non esitava ad affermare che «quanto più cresce la gloria e l’amore di Cristo Gesù fra gli uomini, tanto più cresce la valorizzazione e la gloria di Maria, perché Maria ci ha generato un Signore e Redentore così grande e ricco di grazia» (Marienpredigt). E Karl Barth, il grande teologo evangelico che nella Kirchliche Dogmatik strenuamente aveva difeso il dogma della verginità di Maria, diceva: «Maria è semplicemente l’essere umano a cui accade il miracolo della rivelazione».
Chi contempla Maria si approssima insomma al cuore stesso della rivelazione e si apre alla verità più profonda dell’essere della creatura davanti al Creatore. Mosso da questa convinzione, Paul Claudel asseriva: «Semplicemente perché tu esisti, madre di Gesù, che tu sia ringraziata». E il poeta Novalis non esitava a scrivere: «Chi, madre, t’ha veduta una volta, non subirà mai più l’incanto del male». Alle voci del cristianesimo occidentale, si uniscono quelle dell’Oriente cristiano: «Il solo nome della Madre di Dio contiene tutto il mistero dell’economia dell’Incarnazione» (san Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa). Non stupisce pertanto che anche la misericordia — cuore del Vangelo e tratto fondamentale del Dio con noi — si trovi riflessa e offerta compiutamente in Maria, non a caso invocata come Mater misericordiae.
Che Maria, Vergine dell’ascolto, sia ricolma della misericordia divina ce lo fa comprendere la scena dell’annunciazione, che l’evangelista Luca (1, 26-38) presenta secondo un modello biblico pregnante, da lui seguito anche nel racconto dell’annuncio a Zaccaria, padre del Battista (cfr. Luca, 1, 11-20). Si tratta del modello delle annunciazioni, frequente nell’antico testamento — per esempio nella storia di Mosé — articolato in cinque momenti: l’apparizione di un angelo; la reazione del destinatario; l’annuncio; l’obiezione umana; l’offerta di un segno. Si possono mettere a confronto questi cinque elementi così come sono presenti nel racconto dell’annuncio a Maria e in quello dell’annuncio a Zaccaria. Da questo confronto emerge chiaramente il messaggio che Luca ha voluto trasmettere riguardo alla misericordia di cui la Vergine è ricolma.
Il racconto evangelico della scena della visitazione si conclude con il canto di Maria, il Magnificat (Luca, 1, 46-55), il cantico che mostra come lei sia la Sposa delle nozze messianiche, in cui l’Eterno è venuto a realizzare nel tempo le meraviglie dell’alleanza del Suo amore. Il testo esprime la fede pasquale nel Crocifisso-Risorto: ne è indizio l’uso dei verbi al passato, che presuppone come già avvenuta la manifestazione gloriosa del Messia.
Presentando Maria come portavoce dell’attesa messianica dei poveri, che trova il suo compimento nell’agire di Dio nella Pasqua di Gesù, Luca vuole indicare in lei la figura esemplare della prima discepola cristiana: “beata” perché ha creduto (cfr. Luca, 1, 45), Maria è colei in cui si realizza in maniera esemplare la novità del Vangelo, il nuovo inizio che Dio opera a partire dai poveri. Proprio così, il Magnificat è il canto della salvezza possibile per chi non ritiene di avere alcun titolo a meritarla, è il canto della pura grazia che colma il cuore di gioia e fa della Chiesa la comunità delle nozze messianiche.
Il cantico di Maria, allora, ci fa comprendere che accogliere e donare fedelmente la misericordia di Dio ci rende felici come nulla e nessuno al mondo potrebbe renderci: è la gioia di chi si riconosce amato dal Padre, la gioia contagiosa dell’incontro sempre nuovo col Signore Gesù, la gioia di chi per la fede e la carità dimora nella Trinità.
L'Osservatore Romano, 25-26 novembre 2016.