martedì 22 novembre 2016

Vaticano
L’arcivescovo Fisichella sul giubileo. Rimbocchiamoci le maniche
L'Osservatore Romano
(Nicola Gori) Il giubileo è concluso, ma ora è tempo di guardare in avanti e di «rimboccarsi le maniche» per tradurre in opere concrete la misericordia che in questo anno è stata annunciata, mostrata e incoraggiata. Lo ribadisce l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che in questa intervista all’«Osservatore Romano» ripropone le consegne giubilari di Papa Francesco anche alla luce della lettera apostolica Misericordia et misera.
Domenica in piazza San Pietro il Papa ha sottolineato che l’anno santo si è concluso ma resta spalancata la porta della misericordia. In che senso?
La misericordia è il cuore del Vangelo, è l’essenza del messaggio che Gesù ci ha lasciato. E quindi è compito della Chiesa essere nel corso dei secoli annunciatrice della misericordia del Padre. Ecco perché il giubileo che abbiamo celebrato ha colpito così tanto non solo il cuore delle persone ma anche la vita di tutti i giorni, perché in tanti si sono sentiti provocati da quell’annuncio di gioia. Ha permesso ai cristiani un grande respiro di sollievo. Non dimentichiamo che tante volte la Chiesa è apparsa più come “matrigna” che come madre. Ed è apparsa più con in mano il Codice di diritto canonico che non il Vangelo. Per questo il grande respiro che dà la misericordia è stato accolto come un vento di primavera.
Come si può vivere questo “respiro” nella vita di tutti i giorni?
Il Papa insiste molto sul carattere sociale della misericordia. Nella lettera apostolica Misericordia et misera ci sono dei punti molto interessanti, nei quali il Pontefice offre esempi su come interpretare le opere di misericordia corporale e spirituale. Spiega cosa significa oggi vestire gli ignudi e spiega che la nudità è di fatto una mancanza di dignità. C’è una bella espressione che mi ha sempre colpito della Lumen fidei: i cristiani hanno il compito di costruire una città affidabile. Le opere di carità sono questo: il contributo che i cristiani danno, perché la città sia vivibile e affidabile. In questo senso, dobbiamo leggere anche l’enciclica Laudato si’, cioè inserirci in un contesto, quello del mondo e dell’universo, che dà serenità alla vita delle persone. Alla stessa stregua, il Papa invita a riscoprire le opere di misericordia spirituale in una cultura all’insegna del relativismo. Possiamo aiutare le persone a uscire dall’incertezza. Mi sembra che la lettera apostolica sia un concreto impegno per la Chiesa e per ogni credente a rimboccarsi le maniche per assumere uno stile di vita più evangelico.
Quali novità individua nel documento del Pontefice?
Papa Francesco ci fornisce tante suggestioni per una vita pastorale che sia il più possibile attiva e rivolta alla luce della misericordia. Penso in primo luogo all’iniziativa “Ventiquattr’ore per il Signore”, in cui il Pontefice insiste sul tema della riconciliazione. A questo si aggiunge anche la festa della Sacra scrittura, della parola di Dio, per riflettere su nuove modalità per far conoscere sempre di più il messaggio della misericordia nelle comunità cristiane, in modo da organizzare una lectio divina realizzata sulla misericordia. Da questa stessa prospettiva nasce poi il desiderio del Papa di allungare il tempo del servizio dei missionari della misericordia. Il Pontefice ha ricevuto tante testimonianze da questi missionari. Le loro esperienze lo hanno convinto che non c’è alcun ostacolo che possa impedire al Padre di riabbracciare il proprio figlio.
Per questo il Papa ha concesso a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere i penitenti dal peccato di aborto?
Penso si tratti di un fatto che colpisce in profondità anche la stessa opinione pubblica, perché qui tocchiamo con mano cosa significa realmente la gravità del peccato, porre fine cioè a una vita umana, anche se in fase iniziale. Il Papa ribadisce con tutta la propria forza che si tratta di un peccato grave. Tuttavia anche il peccato più grave non può e non deve togliere la possibilità della riconciliazione con Dio. Da questa prospettiva, il Papa è in piena continuità con l’insegnamento dei suoi predecessori e nella piena tradizione della dottrina della Chiesa. Non dimentichiamo che non sono soltanto le donne a commettere questo peccato. Esse portano il peso più profondo e più grave, ma c’è un contesto che è dato dai medici, dai familiari, dagli infermieri, da chi le consiglia. Tutti sono coinvolti in questo peccato, ma tutti ugualmente possono essere abbracciati dalla misericordia di Dio se ritornano a lui pentiti e soprattutto se sono capaci di riconoscere il male oggettivo compiuto. Questa è l’esperienza che noi preti facciamo quotidianamente. Una persona che vuole confessare il peccato di aborto e va da un sacerdote, proviene già da un lungo cammino che l’ha portata a riconoscere il male compiuto, ma soprattutto a esprimere la sofferenza che porta dentro di sé. Quindi è come se il Papa volesse restituire con la carezza di Dio la gioia per aver ritrovato una persona che ha sbagliato, il figlio che ritorna a casa.
Ci sono altre novità nel documento?
Una delle grandi novità è l’introduzione della giornata mondiale dei poveri. I poveri sono i privilegiati del Vangelo. Dalla prima pagina della Bibbia fino all’ultima gli anawim sono i poveri. In questa parola ci sono tante persone: gli orfani, le vedove, le persone sole e abbandonate. Noi oggi abbiamo una concezione del povero che paradossalmente rimanda solo alla condizione sociologica. Quindi, avendo una mentalità sempre focalizzata sul guadagno e sul denaro, pensiamo che gli unici poveri siano quelli che sono per la strada. Mentre il concetto dei poveri nella Sacra scrittura e nella nostra storia è plurimo. I poveri sono in una parola quelle periferie esistenziali di cui il Papa parla e che rappresentano realmente lo spazio entro cui agire. E sebbene una giornata dedicata a loro non sia sufficiente, serve comunque per ricordare alla Chiesa che almeno per un giorno gli occhi di tutti devono essere sui poveri.
Al di là delle polemiche, come hanno risposto al giubileo la città e soprattutto la comunità ecclesiale di Roma?
Credo che i romani abbiano risposto molto bene, perché hanno molta pazienza, non soltanto per il giubileo, ma per molte ragioni: si pensi, per fare un esempio, al traffico o a tutte le manifestazioni che spesso creano disagi nella città. Da questo punto di vista i romani hanno dato il meglio di sé con l’ospitalità e l’accoglienza. Non dimentichiamo però che i romani significano anche quelle 350 parrocchie che compongono il tessuto quotidiano della città. Esse hanno reagito in una maniera fortemente positiva e anche entusiasmante. Ricordo la grande disponibilità che quasi la totalità delle parrocchie ha avuto nell’ospitare i ragazzi e le ragazze che sono venuti per il giubileo degli adolescenti: hanno spalancato le porte, mettendo a disposizione tutto quello che avevano. Non dimentichiamo poi cosa è stata la giornata del volontariato, o quello che è successo per l’accoglienza delle reliquie di padre Pio. Qui vicino c’erano le tre chiese giubilari, che sono tre parrocchie. Con una disponibilità incredibile hanno modificato gli orari pur di essere sempre al servizio dei pellegrini venuti per il giubileo. Perciò la gratitudine è il primo pensiero che mi viene.
Tra le tante iniziative del calendario giubilare quale l’ha colpita di più?
Ce ne sono tante, però quello che mi ha colpito maggiormente è l’esperienza vissuta accanto a Papa Francesco nei venerdì della misericordia, perché ho potuto constatare la profonda umanità, la commozione in alcuni momenti e soprattutto la sua affabilità nei confronti di tutti. Questi venerdì sono stati veramente un incontro con le grandi nuove povertà del mondo. Il Pontefice è andato in cerca delle persone che oggi rappresentano i nuovi poveri. La sua affabilità e la vicinanza con tutti indistintamente è uno dei segni del giubileo che porto con me.
L'Osservatore Romano, 22-23 novembre 2016