venerdì 25 novembre 2016

L'Osservatore Romano
Fondazione Ratzinger. Pubblichiamo uno stralcio della relazione del cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani pronunciata il 25 novembre durante il simposio internazionale sull’escatologia promosso dalla Fondazione Ratzinger. L’incontro si conclude il 26 novembre con la consegna del premio Ratzinger.
(Kurt Koch) Che speranza sarebbe una speranza valida soltanto per questa vita terrena e la cui unica forza consisterebbe in ultima analisi nell’avvicinarci alla fine certa della nostra vita nella tomba? Allora davvero, come dice giustamente Paolo, saremmo «da compiangere più di tutti gli uomini» (1 Corinzi, 15, 19). Ma la speranza cristiana degna di questo nome ha un più ampio respiro. Essa dà prova di sé anche e precisamente oltre la morte.
Difatti, il vero amore vuole l’eternità, come ha sottolineato in maniera pertinente il poeta francese Gabriel Marcel: amare davvero qualcuno significa dirgli che non morirà. La vera speranza dà prova di sé nel fatto che accordiamo ai morti la vita eterna.
Ancor più, l’amore infinito di Dio vuole l’eternità per ogni uomo. In questo consiste la grande speranza della fede cristiana, come ha espresso Papa Benedetto XVI con parole molto belle nella Spe salvi, riferendosi a quanto detto da Giuseppina Bakhita: «Io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada — io sono attesa da questo Amore» (n. 3).
L’escatologia cristiana promette all’uomo il futuro, se l’uomo vive in quella grande speranza che può essere soltanto Dio, il quale è il solo che può donarci ciò che non possiamo ottenere da soli, ovvero la vita eterna. La dinamica di questa speranza nella vita dell’uomo è stata descritta dal pilota e scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini. Ma desta in loro il desiderio per il mare vasto e infinito». Se trasferiamo questa massima alla fede cristiana e al suo annuncio, possiamo declinarla nel senso seguente: è più importante destare nell’uomo di oggi il desiderio per l’ampio oceano della vita eterna che organizzare la vita presente.
Si fraintenderebbe la massima di Saint-Exupéry se la si intendesse come un invito all’evasione dal mondo e una promessa illusoria dell’aldilà, secondo quanto rinfacciato al cristianesimo da Ludwig Feuerbach e da Karl Marx. Si deve cogliere dunque anche l’altro lato della massima di Saint-Exupéry: per quanto, nel voler costruire una barca, sia meglio destare nell’uomo il desiderio per il mare vasto e infinito piuttosto che tagliare la legna, dividere i compiti e impartire ordini, non appena il desiderio per il mare vasto e infinito sarà stata destato, gli uomini si metteranno immediatamente al lavoro e costruiranno la barca come previsto.
Analogamente, la speranza cristiana nella vita eterna non offusca minimamente lo sguardo rivolto alla vita presente, terrena, ma mostra in modo particolare l’importanza della fede cristiana nella vita degli uomini. Poiché, secondo la promessa della fede cristiana, è la vita presente che verrà glorificata nel futuro in Dio, la speranza nella vita dopo la morte riporta l’attenzione del cristiano alla vita presente prima della morte. Lo sguardo fiducioso che si spinge oltre i confini della morte verso il compimento della vita nell’aldilà non può dunque mai distogliere il cristiano dai compiti del presente; piuttosto, esso lo induce ad affrontare questi compiti in maniera decisa e ad impegnarsi a favore della vita degli altri uomini e di tutto il creato.
Questa conseguenza logica della fede ha trovato conferma in vari modi nella storia del cristianesimo. Basti ricordare l’esempio eloquente di quelle comunità monastiche e religiose che, per desiderio della vita eterna quale patria, hanno lasciato la loro patria terrena per cercare e testimoniare Cristo come stranieri in terre straniere, entrando così a far parte dei principali diffusori di civiltà e di cultura nel paesaggio europeo.
Similmente, noi cristiani ci troviamo oggi davanti alla sfida di mantenere in un sano equilibrio ciò che non può essere diviso, preservando le giuste priorità, come ha osservato in maniera pertinente Christoph Schönborn (Existenz im Übergang. Pilgerschaft, Reinkarnation, Vergöttlichung, Einsiedeln 1987, p. 94): «La vera “responsabilità per l’aldiqua” cresce soltanto in base all’autentica “speranza nell’aldilà”. Ma vale anche l’inverso: la responsabilità per la vita eterna dà, ancora di più, vera gioia a questa vita: dalla “responsabilità per l’aldilà” cresce la vera “speranza nell’aldiqua”».
L'Osservatore Romano, 15-26 novembre 2016.