lunedì 14 novembre 2016

Fotomontaggio - L'Unità
(Luis Badilla - ©copyright) In questi giorni, diversi autori, studiosi, analisti, giornalisti e politici s'interrogano con una certa insistenza su ciò che chiamano, o ipotizzano, come la probabile “politica vaticana nei confronti di Donald Trump". In concreto si chiedono: come si comporterà la diplomazia vaticana? come saranno i rapporti bilaterali Washington-Vaticano? quali potrebbero essere i punti di attrito e quelli di contatto o di accordo? Per tutte queste domande, e altre contigue, vi sono e non vi sono risposte. Perché? Perché fintanto che l’eletto non sarà insediato nella stanza Ovale della Casa Bianca e avrà pienamente i suoi poteri costituzionali è un normale e semplice cittadino degli Stati Uniti. Prima di questo insediamento - previsto per la mattina del 20 gennaio 2017 - Trump non ha nessuna potestà istituzionale.
Si deve dunque attendere per conoscere, vedere e analizzare la politica estera e interna del Presidente e solo allora sarà possibile elaborare delle risposte. Ora si possono elaborare, e lo si fa con accurate analisi, solo dei scenari possibili e probabili tenendo sempre presente che non tutto ciò che è possibile è anche probabile. Tra possibile e probabile c’è la dura e ostinata realtà che spesso ridimensiona scopi, propositi, tempi e traguardi. Inoltre, negli Stati Uniti nonostante il potere non governa solo e unicamente il Capo della Casa Bianca. Nei processi decisionali intervengono moltissimi centri di poteri, legittimi  e anche meno legittimi.
Non c'è perciò nessuna politica vaticana preventiva nei confronti del Presidente eletto. Dire il contrario, e addirittura come si è fatto in questi giorni, elencare i presunti punti fermi di tale politica, è solo fantasia e creatività basata sul nulla. E' norma, costume e tradizione che la politica e la diplomazia della Sede Apostolica facciano i conti con i fatti e non con le intenzioni, con le decisioni prese ufficialmente e non con le ipotesi di stampa. Non c'è nessuna politica internazionale e nessuna diplomazia tanto realista e sanamente pragmatica quanto quella che il Vaticano porta avanti da decenni, a volte da oltre un secolo e mezzo.
Altra cosa, ben diversa, sono i principi, le posizioni e i valori che la Sede Apostolica, il Papa e la sua diplomazia, affermano e proclamano come intrisici alla presenza della Chiesa nel mondo perché costitutivi della sua missione: l'evangelizzazione. 
In questo ambito non c'è Trump che tenga e la situazione non sarebbe stata diversa se al posto del miliardario dalle mille facce avesse vinto la laica signora Clinton. In questo campo la novità non è cosa dirà la Chiesa o cosa farà. La vera novità sarà cosa dirà e come si comporterà il futuro Presidente. Un esempio piccolo ma chiaro: è conosciuta la posizione della Sede Apostolica, del Papa, sulla questione drammatica e impellente del fenomeno migratorio; si conoscono le sue analisi, diagnosi, proposte e reazioni. Invece, in definitiva, nulla sappiamo su cosa farà veramente Trump in questa materia e soprattutto se potrà farlo. Trump  ha detto tutto e il contrario di tutto. In campagna a promesso la deportazioni di milioni di immigranti, la blindatura delle frontiere, la costruzione di un muro al confine con il Messico. Dopo la vittoria, o non ha voluto rispondere alle domande sulla questione o si è mantenuto sul vago rimangiandosi le promesse o, infine, poche ore fa, ha ribadito che espellerà 3milioni di clandestini, aggiungendo che farà il muro promesso. Lo stesso si potrebbe dire su tante altre materie, dall'Obamacare ai rapporti multilaterali con la Cina, la Russia e l’Unione Europea. Poco o nulla ha detto sui rapporti con le 32 Nazioni dal Messico alla Patagonia e i suoi pronunciamenti nel caso di alcune situazioni critiche, Cuba, Colombia, Brasile, Nicaragua e Venezuela, sono confusi e contradditori.
Parlando dei possibili ed evidenti punti di contatto tra il pontificato di Papa Francesco e D. Trump, alcuni scrivono sulla contrarietà di Trump all’aborto, definendola “sintonia pro life” con il Vaticano. Tale sintonia però è meno lineare, schematica e semplicistica di quanto si creda. E’ vero che la condanna e opposizione all’aborto crea tra Santa Sede e Trump una sintonia sostanziale e rilevante, ma è anche vero - seppure si finga di non capirlo - che per Francesco e per la Chiesa la sacralità della vita non riguarda solo il feto indifeso e senza voce; riguarda tutta la vita e ogni vita e quindi ogni situazioni dove questo dono di Dio viene negato, messo a repentaglio, umiliato e distrutto. Nella sacralità della vita, per la Chiesa, rientrano le vite spezzate nelle guerre, con fame, nelle migrazioni … Da tempo nella Chiesa si è capito che una certa politica e certi politici usano le cosiddette posizioni “pro life” in modo strumentale, per fini elettorali, e sul dono sacro della vita, di tutte le vite e di ogni vita, sorvolano in modo ignobile. E la questione dell’aborto è solo un esempio. Vi sono molti altri punti che potrebbero essere chiamati in causa ma, come già detto, l’unica cosa prudente è attendere Trump alla prova dei fatti. Poi si vedrà.
Per ora sappiamo solo quanto ha detto lo scorso 9 novembre il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, intervistato da Radio Vaticana e che si può riassumere in questi 5 punti:
1. Prendiamo nota con rispetto della volontà espressa dal popolo americano con questo esercizio di democrazia.
2. Auguri al nuovo Presidente perché il suo governo possa essere davvero, fruttuoso e assicuriamo anche la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio della sua patria, naturalmente, ma anche a servizio del benessere e della pace nel mondo.
3. Oggi c’è bisogno di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale, che è una situazione di grave lacerazione, di grave conflitto.
4. Vedremo come si muove il Presidente. Normalmente dicono: altro è essere candidato, altro è essere Presidente, avere una responsabilità.
5. Sui temi specifici vedremo quali saranno le scelte e in base a quelle si potrà dare anche un giudizio. Mi pare prematuro dare giudizi.