martedì 22 novembre 2016

Vaticano
La carità unica legge
L'Osservatore Romano
(Elena Francesca Beccaria, Clarissa del monastero romano di Santa Chiara) Nel discorso di chiusura del concilio Vaticano II, nel 1965, Paolo VI consegnava alla Chiesa due piste di cammino: «Per conoscere l’uomo bisogna conoscere Dio... per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo». Nella tensione tra questi due poli si gioca, oggi e sempre, la vita della Chiesa, fondata sulla divinità-umanità di Cristo. E dentro questa tensione va letta anche la vita contemplativa, come Papa Francesco ha suggerito in risposta alla domanda rivoltagli da una monaca di clausura, nell’incontro con i religiosi della diocesi di Roma, il 16 maggio 2015: «Siete donne in tensione: tra la chiamata di Dio verso la vita nascosta e la chiamata di Dio a farsi visibili».

Ed è ancora questa tensione a emergere tra le righe della costituzione apostolica che lo stesso Pontefice ha donato alle contemplative, Vultum Dei quaerere, dove essa è evidenziata in modo opportuno con quello sbilanciamento verso il polo della ricerca del volto di Dio che contraddistingue la vita monastica, senza che per questo le religiose trascurino il grido dell’umanità, di cui sono chiamate a farsi speciali e insostituibili portavoce presso Dio.
Dal documento emerge lo stile del magistero papale, anch’esso in tensione tra rispetto della tradizione e sguardo profetico, tra fedeltà al passato e apertura al futuro, senza che ciò nulla tolga alla gioia di un presente che è già in sé grazia da vivere, per le monache stesse e, attraverso la loro offerta, per la Chiesa tutta. Nello scorrere i dodici elementi essenziali proposti come ambiti di discernimento e revisione, si ritrova la sicurezza granitica della tradizione, a partire dal primo — la formazione — perché alveo che contiene tutti gli altri, terreno in cui essi devono maturare. Seguono gli elementi più tipici di una vita intrisa di dialogo con il Signore: preghiera, Parola di Dio, vita sacramentale. Come a ribadire che la linfa va attinta ancora e sempre lì, nelle fonti d’acqua viva a cui da sempre attinge l’intera Chiesa. E tutto questo in fraternità, perché il monastero è il luogo dove ci si fa sante insieme e solo insieme, dove non è data una santità che escluda la sorella.
Poi, come incastonati dentro gli elementi tipici della tradizione quale cornice sicura, i tre temi che seguono socchiudono un’apertura verso un orizzonte che è invece tutto da esplorare: autonomia, federazioni, clausura. Tre ambiti anch’essi classici, ma riconsegnati ai monasteri con alcune novità: nuovi percorsi pensati per i monasteri in cui all’autonomia giuridica non corrisponda un’autonomia di vita, nuovi criteri di configurazione delle federazioni, nuove prospettive per i monasteri che volessero adottare una clausura diversa da quella vigente. Proposte di cammino che hanno suscitato interrogativi e avviato discernimenti, su cui farà luce l’istruzione attuativa della costituzione che attendiamo dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.
Quindi ancora la cornice si ricompone per riconsegnare alle sorelle gli elementi classici per la vita contemplativa del lavoro, del silenzio, dell’ascesi. Ambito quest’ultimo che racchiude una sfida non da poco nel suo ribadire l’importanza della sapienza della croce, in un mondo come quello di oggi che cerca in ogni modo di esorcizzare il mistero del dolore. La serie degli elementi si chiude con un ambito divenuto di rilievo negli ultimi anni con una certa prepotenza, quello dei mezzi di comunicazione, di cui viene consentito l’utilizzo, però con prudente discernimento.
Dicevo della chiamata a vivere dentro una tensione: tra tradizione e profezia, visibilità e nascondimento, contemplazione del volto di Dio e ascolto della voce dell’uomo, senza che esista un punto di equilibrio valido sempre e comunque. Anzi, piuttosto si affidi alle comunità — e nelle comunità a ciascuna sorella — il compito di discernere di volta in volta, caso per caso, fissate solo alcune regole generali, in ascolto delle norme del magistero e delle istanze del proprio carisma. Unica legge suprema da osservare con scrupolo è quella della carità, una carità ordinata e intelligente che tenga conto della priorità che le sorelle contemplative sono chiamate a dare al dialogo d’amore con Dio, perché questo è il primo compito che affida loro la Chiesa ed è ciò che la Chiesa da loro attende: dialogo di lode, supplica e ringraziamento a nome di tutto il creato.
L'Osservatore Romano, 21-22 novembre 2016