venerdì 25 novembre 2016

Vaticano
Il Papa: chi combatte i narcos muore
Avvenire
(Lucia Capuzzi) I piani di prevenzione vengono frenati dall'«inettitudine dei governi» Lo si può descrivere con varie metafore: piovra, matassa, cancro. Papa Francesco ha scelto l' immagine della rete. Una rete immensa, potente, in grado di intrappolare «persone responsabili nella società, nei governi, nella famiglia», ha detto nell' udienza alla Pontificia accademia delle Scienze su "Narcotici: problemi e soluzioni di questa piaga mondiale". La droga - e il suo commercio: il narcotraffico - è una forma di schiavitù, sofisticata quanto mortale. La vittima- consumatore viene sedotta, prima di essere uccisa nella propria psiche e umanità. Insieme a lei, viene assassinato anche «chi vuol distruggere questa schiavitù». Perché - ha sottolineato il Papa - «quando si vogliono individuare e risalire le reti di distribuzione, ci si ritrova con questa parola di cinque lettere: mafia». Un tema quest' ultimo caro a Bergoglio.
Non solo perché, come arcivescovo di Buenos Aires, ha toccato con mano la progressiva infiltrazione del narcotraffico nella società. Lo ha ricordato anche ieri: «Penso alla mia patria: trent' anni fa era un Paese di transito, poi di consumo e ora addirittura un po' di produzione». Bensì poiché, da "uomo della fine del mondo", conosce fin troppo bene il potere letale dei signori della droga. Il loro business - il più redditizio fra i traffici illegali, con 320 miliardi di dollari di proventi annuali - ha messo a ferro e a fuoco l' intera America Latina. Il Triangolo Nord - El Salvador, Honduras e Guatemala - è ormai la regione più violenta al mondo. Il Messico vive da 10 anni - all' 11 dicembre - un conflitto invisibile che ha fatto almeno 200mila vittime, 17mila solo nel 2015, più di Iraq e Afghanistan. 
Non si tratta, però, di una piaga di quella nazione o del Continente. Il mercato del consumo è da questa parte di mondo: Stati Uniti ed Europa. Come pure qui si trovano anche i principali circuiti di riciclaggio, attraverso cui i narcos si radicano nelle economie legali, stravolgendone il funzionamento. Fino a che, forti delle enormi risorse accumulate, sono in grado di cooptare interi pezzi di istituzioni. La sfida - ha detto ieri Francesco - resta quella di «trovare il modo di controllare i circuiti di corruzione e le forme di riciclaggio del denaro » «che si annidano nel capitale finanziario e nelle banche». Un concetto più volte ripreso nel corso del workshop a cui sono intervenuti, oltre a monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, il giudice Zunilda Niremperger, la regina Silvia di Svezia e il responsabile dell' associazione argentina Alameda, Gustavo Vera. È stato proprio quest' ultimo a ripetere: per sconfiggere il narcotraffico è necessario «seguire il flusso dei soldi. Confiscare i beni delle mafie e riutilizzarli socialmente ». Certo, chi intralcia il business rischia la vita. Dal Messico alla Patagonia sono tanti i cristiani assassinati per il loro impegno. Fra loro, gli attivisti includono anche il prete anti-narcos argentino Juan Viroche, nonostante le autorità insistano sul "suicidio". La lotta è difficile - ha concluso il Papa -«ma stiamo difendendo la famiglia umana», «come si dice in campagna: "difendendo i cuccioli, difendo il futuro"». "Difendere i cuccioli", la stessa espressione impiegata dal cardinale Bergoglio il 22 aprile 2009 quando denunciò pubblicamente le minacce nei confronti di padre Pepe Di Paola, sacerdote in prima linea contro la droga nelle baraccopoli. Tanti sostengono che l' intervento forte dell' allora arcivescovo gli abbia salvato la vita.