domenica 20 novembre 2016

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla - ©copyright) Colpiscono le fotografie che "raccontano" la visita, ieri, al termine del Concistoro, dei 16 nuovi cardinali (mancava quello del Lesotho assente per ragioni di salute), guidati da Papa Francesco, a Benedetto XVI che ha ricevuto tanti illustri ospiti nella cappella del monastero vaticano. Un gesto inedito e pieno di significati agli occhi delle persone semplici. Non era accaduto nel caso dei due Concistori precedenti del 2014 e del 2015. Ci ha colpito anche l'affabilità e affetto con cui Francesco e Benedetto si sono salutati, abbracciati e stretti le mani. Nulla di gerarchico e nulla di istituzionale.
Le poche formalità dell'incontro sono svanite subito e nonostante la solennità del momento tutti sembravano a loro agio. Nel volto di tutti si leggeva però l'emozione dell'essere testimoni e anche protagonisti di un momento intenso, perché momento di comunione, di dono reciproco, di condivisione affettuosa in Cristo, "legge suprema e perfetta". E' stato quindi un dono per tutta la Chiesa, per l'intera comunità ecclesiale da un angolo all'altro della terra, rappresentata tra l'altro dai nuovi porporati presenti, provenienti da tutti i continenti. Splendida chiusura del Giubileo straordinario della misericordia quando nel cuore di tanti risuonavano parole dell'omelia che Papa Francesco aveva pronunciato poco prima: "Proveniamo da terre lontane, abbiamo usanze, colore della pelle, lingue e condizioni sociali diversi; pensiamo in modo diverso e celebriamo anche la fede con riti diversi. E niente di tutto questo ci rende nemici, al contrario, è una delle nostre più grandi ricchezze".
Il Santo Padre prima di questa riflessione aveva detto: "La nostra è un’epoca caratterizzata da forti problematiche e interrogativi su scala mondiale. Ci capita di attraversare un tempo in cui risorgono epidemicamente, nelle nostre società, la polarizzazione e l’esclusione come unico modo possibile per risolvere i conflitti. Vediamo, ad esempio, come rapidamente chi sta accanto a noi non solo possiede lo status di sconosciuto o di immigrante o di rifugiato, ma diventa una minaccia, acquista lo status di nemico. Nemico perché viene da una terra lontana o perché ha altre usanze. Nemico per il colore della sua pelle, per la sua lingua o la sua condizione sociale, nemico perché pensa in maniera diversa e anche perché ha un’altra fede. Nemico per… E, senza che ce ne rendiamo conto, questa logica si installa nel nostro modo di vivere, di agire e di procedere. Quindi, tutto e tutti cominciano ad avere sapore di inimicizia. Poco a poco le differenze si trasformano in sintomi di ostilità, minaccia e violenza. Quante ferite si allargano a causa di questa epidemia di inimicizia e di violenza, che si imprime nella carne di molti che non hanno voce perché il loro grido si è indebolito e ridotto al silenzio a causa di questa patologia dell’indifferenza! Quante situazioni di precarietà e di sofferenza si seminano attraverso questa crescita di inimicizia tra i popoli, tra di noi! Sì, tra di noi, dentro le nostre comunità, i nostri presbiteri, le nostre riunioni. Il virus della polarizzazione e dell’inimicizia permea i nostri modi di pensare, di sentire e di agire. Non siamo immuni da questo e dobbiamo stare attenti perché tale atteggiamento non occupi il nostro cuore, perché andrebbe contro la ricchezza e l’universalità della Chiesa che possiamo toccare con mano in questo Collegio Cardinalizio."