martedì 15 novembre 2016

Vaticano
(a cura Redazione "Il sismografo") 
"La misericordia inclusiva del Padre"
 "L’uomo è il bene più prezioso agli occhi di Dio"
(Luis Badilla - Francesco Gagliano - ©copyright) Se della parola storytelling si cerca il senso che vada oltre il suo significato primario, e cioè quello di una narrazione che non si propone solo di convincere bensì coinvolgere, possiamo dire che il Giubileo straordinario della Misericordia è stato un vero storytelling, una delle più belle esperienze religiose e spirituali, e non solo, degli ultimi anni.
L'evento, che si concluderà domenica, è stata una narrazione dell’anima che ci ha raccontato non solo parole, tante, importanti e impegnative, ma anche gesti e comportamenti, stili e atteggiamenti, quelli, appunto, della Misericordia. Nel corso dell'anno giubilare questa parola ha assunto tante declinazioni specifiche che gradualmente, nelle sfumature che abbiamo ascoltato, si è andata accostando sempre più ad un’altra che potrebbe aiutare a comprendere e collocare nella giusta cornice questo evento giubilare: inclusione. Alla centralità dell'inclusione si poteva arrivare solo dopo un anno dedicato a riflettere sulla misericordia. L’inclusione senza la misericordia non ha senso perché può diventare solo buonismo, tolleranza, sopportazione.
Un Anno Santo straordinario per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia
Non è un caso o una pura coincidenza che l'Anno giubilare straordinario si chiuda con le più laceranti e visibili icone dell'esclusione odierna: i senza fissa dimora, i barboni, i "Lazzari" che in tutto il mondo sono fuori le porte delle nostre case, i malati e reclusi. Sono quei dimenticati, scartati, sconfitti; uomini, donne, famiglie spesso, troppo spesso, sentiti come una zavorra dalle nostre società così efficentiste, digitalizzate e selettive, dove hanno diritto di cittadinanza solo coloro che hanno denaro, potere e fama, o sono funzionali al sistema perché "produttivi, sani e belli" diceva una volta una pubblicità televisiva.
Sono stati loro il tema, il messaggio, principale degli ultimi giorni giubilari nel magistero del Papa, eppure nella Misericordiae vultus, la bolla di indizione del Giubileo Straordinario, non c'è neanche una sola volta la parola inclusione anche se sembra di poterla intuire dalla prima all'ultima riga del documento che si conclude con queste riflessioni: "Un Anno Santo straordinario, dunque, per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia che da sempre il Padre estende verso di noi (...) e per lasciarsi "sorprendere da Dio (...) che "non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita". Ricordando che "dall’intimo più profondo del mistero di Dio, sgorga e scorre senza sosta il grande fiume della misericordia" (...) che "non potrà mai esaurirsi, per quanti siano quelli che vi si accostano" il Papa annunciava: "La Chiesa sente in maniera forte l’urgenza di annunciare la misericordia di Dio. La sua vita è autentica e credibile quando fa della misericordia il suo annuncio convinto. Essa sa che il suo primo compito, soprattutto in un momento come il nostro colmo di grandi speranze e forti contraddizioni, è quello di introdurre tutti nel grande mistero della misericordia di Dio, contemplando il volto di Cristo. La Chiesa è chiamata per prima ad essere testimone veritiera della misericordia professandola e vivendola come il centro della Rivelazione di Gesù Cristo".
E' passato oltre un anno dalla pubblicazione di questo documento e solo ora, è emersa con grande forza, la parola sinonimo che traduce in vita quotidiana il nome misericordioso di Dio: inclusione. Nella sua ultima catechesi giubilare, sabato scorso il Papa ha sottolineato: "Tutti abbiamo bisogno di essere perdonati da Dio. E tutti abbiamo bisogno di incontrare fratelli e sorelle che ci aiutino ad andare a Gesù, ad aprirci al dono che ci ha fatto sulla croce. Non ostacoliamoci a vicenda! Non escludiamo nessuno! Anzi, con umiltà e semplicità facciamoci strumento della misericordia inclusiva del Padre. La misericordia inclusiva del Padre: è così."
Gesù guarda attraverso i nostri occhi e accoglie con le nostre braccia
Papa Francesco, e con lui la Chiesa, conosce a fondo le sofferenze, i lutti, le ingiustizie, le separazioni e i conflitti che lacerano l'umanità in ogni sua componente: persone, popoli, società, culture e stati. Sono i grandi mali del nostro tempo che il Pontefice ha descritto con queste parole: "Abbiamo perso la pace": non solo la pace intesa come assenza della guerra, ma anche la pace del vivere come fratelli, uniti seppure diversi; la pace della giustizia e dell'equità anche se non siamo tutti uguali; la pace del futuro, quella che lascia spazio alla speranza e sa dare ragione del domani di ciascuno. 
Il Papa e la Chiesa sanno, anche perché la toccano ogni giorno da un estremo all'altro della Terra, che la nostra è spesso una società costruita e sancita sull'esclusione, sulla discriminazione, sui muri e barriere, su differenze e separatezze pretestuose e artificiali, sostenute da modelli socio-economici dove la condivisione non è contemplata; anzi, dove la presenza Altrui è fastidiosa, pericolosa e insopportabile. Perciò, sempre nella sua ultima catechesi giubilare, Francesco ha sentito il bisogno di dire: "Questo aspetto della misericordia, l’inclusione, si manifesta nello spalancare le braccia per accogliere senza escludere; senza classificare gli altri in base alla condizione sociale, alla lingua, alla razza, alla cultura, alla religione: davanti a noi c’è soltanto una persona da amare come la ama Dio. Colui che trovo nel mio lavoro, nel mio quartiere, è una persona da amare, come ama Dio. “Ma questo è di quel Paese, dell’altro Paese, di questa religione, di un’altra… È una persona che ama Dio e io devo amarla”. Questo è includere, e questa è l’inclusione."
Noi cristiani siamo invitati a usare lo stesso criterio: la misericordia
Per il Papa l'inclusione è "un aspetto importante della misericordia" perché "Dio infatti, nel suo disegno d’amore, non vuole escludere nessuno, ma vuole includere tutti (...) e noi cristiani siamo invitati a usare lo stesso criterio: la misericordia è quel modo di agire, quello stile, con cui cerchiamo di includere nella nostra vita gli altri, evitando di chiuderci in noi stessi e nelle nostre sicurezze egoistiche". Mercoledì scorso nella sua catechesi, Francesco ha esortato tutti a non dimenticare la "condivisione", "il più grande gesto di umanità", ha detto, quasi volessi riassumere in una parola quanto aveva detto domenica nell'omelia della Messa per il giubileo dei carcerati: "Quando si rimane chiusi nei propri pregiudizi, o si è schiavi degli idoli di un falso benessere, quando ci si muove dentro schemi ideologici o si assolutizzano leggi di mercato che schiacciano le persone, in realtà non si fa altro che stare tra le strette pareti della cella dell’individualismo e dell’autosufficienza, privati della verità che genera la libertà."
L'esclusione per un cristiano non è un concetto sociologico
Quanto volte, da Buenos Aires a Roma, Papa Bergoglio ha  ricordato: Non si amano le idee e i concetti. si amano le persone. Domenica, davanti a migliaia di carcerati ha ripetuto: "Quando si parla di esclusione, vengono subito in mente persone concrete; non cose inutili, ma persone preziose."
E tutti sappiamo che è così! Tutti spesso siamo trattati e considerati oggetti e non soggetti: utenti, consumatori, produttori, acquirenti, target pubblicitari ... insomma, "cose" che serveno agli altri in quanto rientriamo o nei loro piani di convenienza, indagini di mercato, scopi di profitto; mai o raramente ci considerano per ciò che siamo, per il nostro essere unici e insostituibili, il nostro essere umani, "il bene più prezioso agli occhi di Dio", ha detto il Papa per esclamare poi: "E questo è inaccettabile!"
Papa Francesco, in questi giorni, ha proposto una bella immagine, vera ed efficace, dicendo: se mettiamo le noste vite in una setaccio "che cosa resta, che cosa ha valore nella vita, quali ricchezze non svaniscono?". Ecco la sua risposta: "Sicuramente due: il Signore e il prossimo. Queste due ricchezze non svaniscono! Questi sono i beni più grandi, da amare. Tutto il resto – il cielo, la terra, le cose più belle, anche questa Basilica – passa; ma non dobbiamo escludere dalla vita Dio e gli altri."
Non comprendere che l'esclusione è il vero dramma dell'umanità ha come sua diretta conseguenza lo scarto, anzi l'assuefazione allo scarto. Occorre reagire prima della devastazione totale; "bisogna preoccuparsi, quando la coscienza si anestetizza e non fa più caso al fratello che ci soffre accanto o ai problemi seri del mondo, che diventano solo ritornelli già sentiti nelle scalette dei telegiornali", sottolinea il Papa.
Dovere e diritto evangelici
L'Anno giubilare della Misericordia, alla fin fine, non è stato altro che un pressante invito "a sintonizzarci sulla lunghezza d’onda di Dio, a guardare quello che guarda Lui (...) sui tanti poveri Lazzaro di oggi." Non farlo fa male all'altro, al mio fratello, ma fa male a noi stessi ricorda Francesco che sottolinea: "Quanto ci fa male fingere di non accorgerci di Lazzaro che viene escluso e scartato! È voltare la faccia a Dio. È voltare la faccia a Dio! È un sintomo di sclerosi spirituale quando l’interesse si concentra sulle cose da produrre, invece che sulle persone da amare. Così nasce la tragica contraddizione dei nostri tempi: quanto più aumentano il progresso e le possibilità, il che è un bene, tanto più vi sono coloro che non possono accedervi. È una grande ingiustizia che deve preoccuparci, molto più di sapere quando e come sarà la fine del mondo. Perché non si può stare tranquilli in casa mentre Lazzaro giace alla porta; non c’è pace in casa di chi sta bene, quando manca giustizia nella casa di tutti."
La conclusione del Papa è chiara, seppure esigente e forse scomoda: "Apriamo gli occhi al prossimo, soprattutto al fratello dimenticato ed escluso, al “Lazzaro” che giace davanti alla nostra porta. Lì punta la lente d’ingrandimento della Chiesa. Che il Signore ci liberi dal rivolgerla verso di noi. Ci distolga dagli orpelli che distraggono, dagli interessi e dai privilegi, dagli attaccamenti al potere e alla gloria, dalla seduzione dello spirito del mondo. La nostra Madre Chiesa guarda «in particolare a quella parte dell’umanità che soffre e piange, perché sa che queste persone le appartengono per diritto evangelico» (Paolo VII, Allocuzione all’inizio della II Sessione del Concilio Vaticano II, 29 settembre 1963). Per diritto, e anche per dovere evangelico, perché è nostro compito prenderci cura della vera ricchezza che sono i poveri."