lunedì 21 novembre 2016

Vaticano
Di fronte agli abusi su minori commessi da preti. La responsabilità del silenzio
L'Osservatore Romano
(Lucetta Scaraffia) «È solo dove gli ascessi sono incisi che può iniziare un processo di guarigione» scrive Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, in un importante articolo uscito su «Études». Il gesuita prende in esame le differenze dei contesti locali, che determinano in modo decisivo il comportamento dei sacerdoti di fronte agli abusi sessuali commessi da ecclesiastici, e lancia una proposta nuova, ottimista: su questo tema la Chiesa, quale prima istituzione a prendere sul serio il problema, può diventare un esempio pionieristico al quale si rifaranno le altre istituzioni.
La sua proposta, già messa in pratica dal Centre for Child Protection presieduto dallo stesso Zollner presso l’università Gregoriana, si fonda su un attento e consapevole lavoro di prevenzione. Il coraggio della pubblica denuncia deve nascere da una riflessione teologica che rovescia l’idea tradizionale che il sacerdote sia figura di Cristo: nei casi di abuso — scrive il religioso tedesco — è piuttosto la vittima a essere figura di Cristo.
Intanto continua la serie di libri che denunciano abusi avvenuti e a lungo taciuti. Quello recente di Isabelle de Gaulmyn (Histoire d’un silence, Paris, Seuil, 2016) è particolarmente coinvolgente, anche più di quelli scritti dalle vittime stesse.
Perché l’autrice, una nota giornalista francese, è stata in un certo senso una testimone: ha vissuto infatti accanto alle vittime e al violentatore, un sacerdote di successo, cappellano degli scout in una parrocchia della Lione borghese. Proprio per questo si sente lei stessa coinvolta nell’abitudine a non vedere, nella mancanza di tenacia e di coraggio nel perseguire e denunciare il colpevole. Se infatti il silenzio più grave è senza dubbio quello degli ecclesiastici di Lione — vescovi compresi — che sapevano e tacevano, questo silenzio è stato facilitato da quello delle famiglie dei ragazzi, che preferivano non sapere, non vedere o, ancora peggio, anche se sapevano, far finta di niente. Perché rischiare uno scandalo, coinvolgere il loro buon nome in una storia di sesso e mettersi contro un prete potente e stimato?
E intanto un numero crescente di ragazzini — per ora hanno denunciato il prete in 66 — subiva gravi violenze che avrebbero segnato per sempre la loro vita adulta e spesso avrebbero incrinato irrimediabilmente la loro fede. Isabelle ritrova i suoi antichi compagni di vacanza negli scout e ascolta finalmente le loro storie, scoprendo gli effetti devastanti di queste violenze, alle quali erano stati sottoposti nel silenzio generale. L’ipocrisia arrivava spesso a livelli mostruosi: il prete violentatore era quello che frequentava le loro case, che amministrava loro i sacramenti. Anche se i genitori sapevano o sospettavano.
Se è vero, come molto si è detto, che la percentuale di pedofili nella Chiesa non è superiore a quella presente e attiva nelle famiglie, nelle palestre, nelle scuole, da queste confessioni emerge come sia più drammatica nei suoi effetti sulle vittime: proprio perché esercitata da quelli che dovrebbero essere uomini di Dio.
Ma questo libro non è solo una denuncia accorata di questa terribile realtà, perché l’autrice va più a fondo, cercando di capire le ragioni che stanno alla base di questa diffusa passività di fronte al male. La prima causa la individua nello statuto autorevole di cui il sacerdote gode nel mondo cattolico: rappresentante di Cristo stesso, colui che dà accesso alla salvezza e controlla il rapporto fra i fedeli e la sessualità.
Come cattolici — scrive de Gaulmyn — dobbiamo riflettere su questa mentalità diffusa che fa del prete il guardiano e il detentore del potere, colui che insegna ai fedeli e la cui autorità non si può mettere in discussione.
Ma soprattutto l’autrice condanna l’atteggiamento degli ecclesiastici, compattamente convinti che l’istituzione vada protetta innanzi tutto, con ogni mezzo. Perché facilmente la Chiesa dimentica le sue responsabilità spirituali e spesso, troppo spesso, decide di nascondere la verità e di imporre il silenzio per preservare la sua unità e la sua rispettabilità. Molti dei vescovi che sono i primi a firmare, nelle riunioni delle conferenze episcopali, severi documenti sulla denuncia e la punizione dei pedofili sono gli stessi che poi, nelle loro diocesi, si rivelano pronti a chiudere gli occhi, a trasferire un sacerdote accusato invece di denunciarlo, permettendogli così di ripetere la violenza. Cosa ancora più grave, come nel caso del prete di Lione, il trasferimento avviene in zone disagiate, dove i fedeli sono meno capaci di difendersi, accordandogli così maggiore impunità.
E quando finalmente devono affrontare apertamente il caso, ormai scoppiato, parlano di perdono, di misericordia, di preghiera, ma a favore del violentatore. Senza alcun riguardo per le vittime, senza nominare mai la parola giustizia.
L’autrice conclude indicando nella chiusura maschile della Chiesa una delle ragioni dell’impunità dei preti pedofili: anche in questo caso, come in altri, sono state le donne a svolgere un ruolo decisivo nel far andare avanti la denuncia e nell’affrontarne le conseguenze. Come è avvenuto per la stessa de Gaulmyn.
Ci sono infatti buone ragioni per sperare: le denunce, in particolare questo scandalo di Lione, hanno portato finalmente dei risultati, sia nell’assemblea generale della conferenza episcopale francese a Lourdes il 7 novembre, sia in particolare proprio a Lione. Qui, alla fine del giubileo, il 18 novembre, il cardinale Barbarin ha chiesto perdono per avere taciuto, non solo a nome dell’episcopato e dei sacerdoti della diocesi, ma anche a titolo personale, ammettendo le sue responsabilità nella vicenda.
L'Osservatore Romano, 21-22 novembre 2016