martedì 29 novembre 2016

Vaticano
Concluso il simposio internazionale sull’economia nella vita consacrata. I beni e le opere
L'Osservatore Romano
Fedeltà al carisma, tutela dei beni ecclesiastici, sostenibilità delle opere, capacità di render conto, povertà. Sono i criteri che devono essere alla base delle future scelte operative dei consacrati nella gestione dell’economia. A indicarli è stato l’arcivescovo José Rodríguez Carballo a conclusione del secondo simposio internazionale sull’economia svoltosi dal 25 al 27 novembre, nell’auditorium della Pontificia Università Antonianum di Roma.
Il segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica ha sottolineato come sia necessaria la fedeltà al carisma perché le opere e le risorse dell’istituto vengano messe al suo servizio.
La tutela dei beni ecclesiastici è indispensabile per la salvaguardia del patrimonio stabile e, quindi, del complesso dei beni necessari per garantire l’autosufficienza economica e la sopravvivenza dell’istituto, nonché per agevolare il conseguimento dei suoi fini. La sostenibilità delle opere viene intesa come «necessità di esame preventivo e verifica in merito alla capacità delle opere di mantenere, nel contempo, fedeltà al carisma ed equilibrio economico». La capacità di render conto significa indicare gli obiettivi e specificare le modalità operative per raggiungerli. Vuol dire anche rispetto della disciplina canonica e civile e attitudine ad assumersi la responsabilità dei risultati di gestione.
Riguardo alla povertà è necessario che l’uso dei beni sia sempre secondo le finalità a cui sono destinati. Ciò comporta anche il distacco da una concezione proprietaria di questi beni. «Da tali criteri — ha concluso il presule — possono essere ricavate alcune indicazioni operative, da declinare secondo le specifiche caratteristiche degli istituti, con particolare riferimento a natura e attività svolte, dimensione e articolazione, contesto territoriale di operatività, legislazione statuale applicabile e scelte organizzative adottate».
All’inizio della giornata conclusiva, il cardinale prefetto del dicastero, João Braz de Aviz, si è rivolto ai presenti indicando i nuovi cammini di speranza che si sono aperti per i consacrati e le consacrate come frutto dell’anno a loro dedicato. «La speranza di cui parliamo — ha detto — non si fonda sui numeri o sulle opere, ma su colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia e per il quale nulla è impossibile». Il porporato ha anche lanciato un appello a camminare insieme nell’ascolto di Dio e nella sinodalità. Per molti consacrati, ha osservato, vi è stata una «ripresa della passione per Cristo, vissuta adesso con nuova gioia e nuova freschezza. Da molte parti si vede la maturazione della vita consacrata nei nuovi contesti dell’internazionalità e dell’intercongregazionalità». Vengono rinnovate anche le motivazioni per una vita fraterna in comunità «percepita e sperimentata come essenziale per la sequela Christi».
Da più parti, si è cominciato inoltre a curare meglio la formazione intesa come «continua e iniziale», che punta a formare «in modo coerente il discepolo, alla luce della spiritualità di comunione, come pure alla luce delle due dimensioni coessenziali della Chiesa, cioè la dimensione gerarchica e la dimensione carismatica». In questo senso, ha aggiunto il cardinale, si rivedono anche «i modi di vivere l’autorità e l’obbedienza: la prima diventa sempre più servizio e la seconda si esprime sempre più come comunione. E così autorità e obbedienza diventano pura espressione del Vangelo». Allo stesso modo viene rivista la gestione dei beni, sia quelli personali, sia quelli istituzionali.
Il simposio quindi, ha assicurato il porporato, è stato «prova oggettiva di questa riforma del nostro voto o promessa di povertà, secondo i consigli evangelici». Il risultato di questo processo di conversione, ha sottolineato, è «il ritorno all’energia propria della dimensione missionaria della vita cristiana e consacrata, capace di attrarre molte persone al Vangelo».
Da parte sua, suor Nicla Spezzati, sottosegretario del dicastero, ha fatto notare come nel suo cammino la persona consacrata si senta «chiamata ad anteporre l’essere all’avere, lo stare davanti a Dio rispetto al fare per Dio». I voti, ha aggiunto, «rendono capaci di assumere il modo di esistenza di Cristo stesso in cui tale “stare” diventa dono di sé, fecondo nella reciprocità dei discepoli». In questo senso, pensare l’economia significa «essere inseriti nel processo di umanizzazione» che rende i consacrati «persone nel senso più pieno del termine, consapevoli di se stesse e della propria relazione-missione nel mondo».
La religiosa ha poi sottolineato come amministrare la condizione umana «con saggezza, nell’obbedienza delle sue leggi intrinseche e della vocazione ricevuta», sia «la prima economia a fondamento della vita consacrata», evidenziando in particolare l’attenzione alla scelta di vicinanza e inserimento tra i poveri e di impegno per la giustizia. Infine, suor Spezzati ha ricordato che un religioso non può «essere dedicato a opere di giustizia sociale e ad alleviare il disagio dei poveri, senza che la propria vita tenda a una effettiva povertà; così non si può coltivare una povertà individuale e comunitaria che non si esprima anche in una vicinanza ai bisognosi».
L'Osservatore Romano, 29-30 novembre 2016