martedì 22 novembre 2016

Vaticano
Carità feriale
L'Osservatore Romano
(Maurizio Gronchi) Concluso l’anno della misericordia, prosegue quello della carità feriale, discreta, operosa. Con lo sguardo riconoscente verso il Dio della misericordia, riprende il cammino dell’umanità riconciliata nel seno della Chiesa, perché il frutto del perdono sia distribuito a tutti con abbondanza. Dalla fine di un tempo di grazia ha origine un nuovo inizio.
La liturgia delle ultime domeniche dell’anno liturgico volge con insistenza il pensiero alle cose ultime: nella fine del tempo e di tutte le cose, rischiarata dalla luce di Cristo, si annuncia la risurrezione di ogni carne, la nuova creazione, il futuro eterno di Dio.
Perciò scaturisce dall’esigenza della fede e della speranza la domanda: che cosa rimarrà di questo mondo non nostro, affidatoci dalla benevolenza del Signore, dove si dipana la storia nel suo fluire incerto? Che cosa farà Dio dell’umanità stanca e affaticata che si presenterà alla porta del cielo? Di quelli che hanno attraversato le porte sante del giubileo, come di coloro che sono rimasti lontano o sulla soglia, esitanti, incerti, dubbiosi?
La risposta di Gesù è chiara e articolata: riguarda le opere di misericordia, che sono ancor prima di giustizia, perché «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo, 25, 40). Dunque, il Signore e i fratelli più vulnerabili, per i quali si decide nel presente, sono coloro che avremo di fronte nel giorno del discernimento finale.
Come ha ricordato Papa Francesco nell’omelia della messa per il giubileo delle persone socialmente escluse, «ci sono realtà preziose che rimangono, come una pietra preziosa in un setaccio. Che cosa resta, che cosa ha valore nella vita, quali ricchezze non svaniscono? Sicuramente due: il Signore e il prossimo. Queste due ricchezze non svaniscono!». Questa immagine della pietra preziosa residua evoca la tela di René Magritte intitolata La grande marée. Intorno a un quadro nel quadro, dove in un cielo terso sono sospese nuvole serene, riposano delle pietre, che alludono a ciò che emerge da una grande marea.
Così, alla fine del tempo, dopo le turbolenze e i marosi della storia, l’ultima opera d’arte di Dio sarà plasmata con gli scarti di umanità, che emergono splendenti dal fango del mondo. Impiegando una metafora ardita, potremmo pensare a un’immensa opera di riciclaggio del materiale di scarto: i corpi offesi dalla miseria e dall’esclusione, sfigurati dalla malattia e dalla vecchiaia, segnati dalle ferite della vita e tornati alla polvere saranno riconoscibili solo agli occhi amorosi di Dio. Egli, che non disprezza nulla di quanto ha creato e tutto risparmia (cfr. Sapienza, 11, 24-26), raccoglierà anche ogni capello del nostro capo (cfr. Luca, 21, 18) per fare di noi creature nuove, poiché, come ha ricordato il Papa all’Angelus del 13 novembre, «tutto quello che succede è conservato in lui».
Lo sguardo consolante che proviene dalla fede, nutrito dalla speranza, esige di essere tradotto nel nostro amore quotidiano, con cui prendiamo parte alla nuova creazione. L’ultima opera d’arte fatta con il materiale di riporto dell’umanità, Dio l’ha già cominciata: il modello che ha di fronte la Chiesa già lo conosce, perché su di lui lo Spirito santo continua a edificarla: «Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo» (Atti degli apostoli, 4, 11).
L'Osservatore Romano, 21-22 novembre 2016