giovedì 10 novembre 2016

Vaticano
Le «armi» della diplomazia vaticana. Parolin: «Non spezzare mai il filo»
Avvenire
(Stefania Falasca) «Mai la Santa Sede sarà artefice dell’interruzione o del fallimento di una trattativa intrapresa». È questa determinazione a instaurare e proseguire sempre il dialogo, senza alcuna esclusione o limitazione, la traccia caratterizzante della diplomazia vaticana nella società post-globale. Proprio su questo specifico tema, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha svolto ieri la sua lectio magistralis all’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Università Lateranense.  Secondo l’indicazione del Papa l’azione diplomatica della Santa Sede è quella di operare senza sosta, come soggetto e tra i soggetti di diritto internazionale, cercando di incoraggiare gli sforzi, richiamare i doveri o agire per adeguare l’azione diplomatica alla dimensione post-globale.
La Santa Sede opera per sostenere e cogliere anche i segni più piccoli di concordia tra gli Stati in vista del bene comune della famiglia umana. E non è portatrice di istanze valide solo per i cattolici o anche per quanti professano un credo o una visione religiosa «ma sposa la causa dell’uomo, dei suoi diritti e libertà e lo fa in modo consapevole» afferma il cardinale Parolin. Per il segretario di Stato la diplomazia pontificia – che è presenza alla pari nella società paritaria dell’odierna Comunità internazionale – ha tuttavia la necessità di trovare nuove formule nel nuovo contesto globale. È chiamata a trovare nuove vie per dare risposta ai nuovi problemi che si pongono alla Comunità internazionale. «Ad esempio – afferma il segretario di Stato – di fronte ai conflitti armati, i diplomatici negoziano senza che tutte le parti siano coinvolte, i civili sono privi di protezione, gli ospedali diventano obiettivi militari, i tanti gruppi combattenti evocano la vecchia guerra mercenaria, mancano acqua e viveri, ma circolano liberamente armi di ogni tipo».
La diplomazia assiste oggi ad alcune trasformazioni: «Nel negoziato, l’unilateralismo diventa esclusiva ricerca di interessi diversi all’oggetto della trattativa; l’immobilismo giustifica la cosiddetta no action delle competenti istituzioni internazionali; l’anestetizzazione delle coscienze crea indifferenza e abitudine». Da qui lo stile che la Santa Sede ha deciso di adottare nella sua azione diplomatica: «Tutto si affida al dialogo, con pazienza, non spezzando mai il filo, anche sottile, costruito. In questo modo si può guardare al futuro possibile, avendo conoscenza del passato, ma senza fermarsi». 

Alla presenza del corpo accademico e del rettore della lateranense, il Segretario di Stato ha spiegato come l’opera della Santa Sede cerca di superare il determinismo istituzionale e la pragmaticità oggi rilevabili nelle relazioni internazionali, come pure muovendosi alla ricerca dei segni dei tempi, analizzandone i contenuti e considerandoli in relazione alla giustizia, al bene comune e alla libertas Ecclesiale, abbandonando l’idea che la forza organizzata sia sinonimo di interesse comune perché «se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e i tra i popoli». 
Parolin ha indicato l’esempio dell’azione in due contenziosi particolarmente significativi nel continente americano: l’impegno per il buon esito della trattativa tra Cuba e Stati Uniti e l’apporto dato al negoziato tra il governo colombiano e le Farc, a cui lo stesso Pontefice ha offerto il suo sostegno. I casi citati sono situazioni diverse ma che confermano, per il Segretario di Stato, l’indirizzo di un’azione diplomatica volta a consentire non solo la soluzione di controversie, ma la garanzia di continuità alla convivenza pacifica tra le Nazioni e all’interno di ogni Paese.