martedì 22 novembre 2016

Vaticano
Contemplativi e profeti
L'Osservatore Romano 
(Michael Davide Semerario, Fratello della Koinonia de la visitation) All’indomani della conclusione del Giubileo della misericordia siamo chiamati a ripartire da quella cura dell’essenziale di cui i monasteri vogliono essere discreta e appassionata memoria per tutti. Lo diceva già il Piccolo Principe: «L’essenziale è l’invisibile». Nell’anno giubilare appena concluso, tra i gesti e le parole di Papa Francesco vi è stata pure la promulgazione della costituzione apostolica Vultum Dei quaerere. Ai monasteri è chiesto, «a cinquant’anni» (VDq, 8) dalla chiusura del concilio, di radicalizzare la propria consacrazione alla ricerca dell’essenziale e dell’invisibile e di farlo in modo compatibile e sempre più adeguato all’incremento di intelligenza evangelica che ha rappresentato il Vaticano II.

Ci vorrà molto coraggio nell’accogliere e onorare la sfida di discernimento e di evangelizzazione della stessa vita monastica lanciata dal Pontefice. Il primo punto è la rinuncia serena e gioiosa a quel complesso di superiorità spirituale di cui si parla già nella Evangelii gaudium, quando si citano i sette pericoli da cui guardarsi nella Chiesa e il primo dei quali sono «i purismi angelicati» (Eg 231).
Nella Vultum Dei quaerere, la vita monastica, particolarmente espressa in quella femminile interamente dedita alla vita contemplativa, viene riportata nella sede naturale dell’avventura “discepolare” di ogni battezzato, chiamato a combattere la buona battaglia della fede in modo incarnato e storicamente reperibile.
Di conseguenza, la vita claustrale viene sottratta all’aura di un mondo a parte cui si delega la preservazione di uno spazio di sacralità. In questo spazio rischia di sopravvivere, in altre forme, la casta di sacerdotesse, mai completamente cancellata dall’inconscio collettivo. Come già per la vita consacrata in genere, anche per la vita monastica, non esclusa quella femminile, l’elemento profetico è rimesso al centro rispetto a quello “sacerdotale-sacrale”. Papa Francesco sottolinea che la vita monastica, elemento di unità con le altre confessioni cristiane, si configura in uno stile proprio che è profezia e segno e che «può e deve attirare efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere con slancio i doveri della vocazione cristiana».
Le comunità di oranti, e in particolare quelle contemplative «che nella forma della separazione dal mondo, si trovano più intimamente unite a Cristo, cuore del mondo» non propongono una realizzazione più perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del battesimo, costituiscono un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa: segno che indica un cammino, una ricerca, ricordando all’intero popolo di Dio il senso primo ed ultimo di ciò che esso vive (VDq, 4). Questa nota rappresenta il vero punto di svolta. Detto in altre parole, ciò che caratterizza una comunità monastica non è il fatto che si trovi in uno «stato di perfezione» particolarmente eccelso. La vocazione e l’appello fondamentale è vivere, in fedeltà alla grazia battesimale, una «istanza di discernimento e convocazione»: separazione e connessione diventano le due facce della medesima koinonia (VDq, 25).
Tutta la Chiesa è chiamata a prendere coscienza del dono che la vita contemplativa rappresenta come luogo profetico in cui si custodisce una distanza e una differenza irrinunciabili per tenere vivo il discernimento di ciò che è essenziale. Nondimeno, a ogni monaca e monaco personalmente è chiesto ancora una volta di lasciarsi interpellare dalla domanda posta da Papa Francesco il 21 novembre 2013 nel monastero camaldolese di Sant’Antonio all’Aventino: «Nei monasteri si aspetta il domani di Dio?».
Il <domani di Dio> evocato dal Pontefice è indubbiamente un dono, ma è pure il frutto dell’esercizio della responsabilità, necessariamente ascetica (VDq, 35), di farsi discepoli di una Tradizione nella fatica appassionata dell’incardinazione, nel presente, dei valori di sempre. Neppure i monasteri sono esenti dal cammino di Chiesa «in uscita» (Eg, 19-24), per rischiare anche nuovi percorsi per raggiungere la medesima meta in un dinamismo autenticamente pasquale. Anzi, i monasteri sono chiamati a essere audacemente in prima fila nell’essere segno profetico di quel «domani di Dio» che va non solo accolto, ma pure ricompreso continuamente nella fedeltà e nella libertà. Non è certo un caso che Antonio il grande, dalla profondità del suo deserto di solitudine fiorito di comunione, continui a ricordare ai contemplativi: «Il monaco ha due cose: le Scritture e la libertà». Siamo di fronte a un grande dono e a un’immensa responsabilità: coltivare una vita contemplativa che sia, in verità, radicalmente monastica e profeticamente evangelica.
L'Osservatore Romano, 21-22 novembre 2016