lunedì 7 novembre 2016

Uruguay
L’unico antidoto.  A colloquio con José Mujica di Marcelo Figueroa
L'Osservatore Romano
(Marcelo Figueroa) «A essere in gioco è il destino dell’umanità». In un’intervista all’Osservatore Romano, José Alberto Mujica Cordano, già presidente della repubblica di Uruguay, ha toccato molti degli argomenti al centro dell’incontro mondiale dei movimenti popolari: mercato, armamenti, guerre, povertà e ingiustizie.
Il mondo è in crisi. Cosa pensa dell’impegno per la costruzione della pace?
Credo che la costruzione della pace sia un compito permanente e sistematico, perché l’uomo, nonostante i progressi della civiltà, non ha saputo svincolarsi dal ricorso alla guerra come mezzo per imporre fini politici o economici, che in ultima istanza sono sempre all’origine del conflitto. Stando così le cose, la lotta per la pace è quasi permanente, perché è l’unico antidoto che abbiamo per evitare che l’uomo faccia uso di tale mezzo. Purtroppo, contrariamente a quanto sostengono gli storici, penso che usciremo dalla preistoria umana solo quando il flagello della guerra scomparirà tra noi. E finché non ci riusciremo, continueremo a restare nella preistoria dell’umanità. La guerra non ha alcun senso e, fatto ancora più grave, in modo diretto o indiretto, è un tacito castigo per coloro che ne sono meno responsabili, per coloro che ne hanno meno colpa. A soffrire di più sono quelli che non partecipano alla guerra e che non hanno nulla a che vedere con essa, ossia le popolazioni civili, i bambini, gli anziani, i diseredati, che finiscono col pagare il prezzo più alto, mentre la gente che la decreta sta seduta dietro un computer a migliaia di chilometri di distanza. L’evoluzione tecnologica, accentuatasi nel tempo, ci obbliga a capire che la lotta per la pace è l’unico strumento che abbiamo. Potremmo anche sembrare pacifisti o idealisti, ma prepararsi alla guerra è interrompere il progresso di una società. L’umanità, sommando le spese militari mondiali, consuma molti milioni di dollari al minuto per armarsi; eppure in molti casi si sente dire che non ci sono i mezzi per combattere la fame. Se riuscissimo, non dico ad abolirle, ma quanto meno a dimezzarle, ci sarebbero tante risorse da poter destinare alle grandi questioni mondiali come la lotta alla povertà e all’indigenza. Dovremmo investire risorse nella promozione della vita dei più deboli, addirittura con strategie per aumentare la futura richiesta aggregata nel pianeta, ossia strapparli alla povertà e inserirli nella domanda. La religione tacita di oggi è il mercato.
Lei parla di egoismo, di povertà e d’ingiustizia. Quale influenza ha Papa Francesco nell’auspicato processo di cambiamento?
Ancora non possiamo misurare i frutti immediati, perché nella storia dell’umanità i cambiamenti verranno dall’uomo stesso o non verranno; e affinché vengano dall’uomo stesso, l’uomo deve capire, o per lo meno devono esistere ampie fasce maggioritarie che facciano propri questi temi. Perché le parole di Francesco comincino a camminare in modo indipendente e autonomo, si diffondano e si trasformino in opinione pubblica nel mondo, occorre dare loro tutto l’appoggio possibile. A essere in gioco è il destino dell’umanità e forse anche la continuità della specie.
Com’è la situazione in America latina?
È cruciale. L’America latina è un continente molto contraddittorio, probabilmente è quello che ha ancora il margine maggiore di risorse vergini e potenziali, con una riserva di acqua dolce di carattere strategico; ma è anche il più ingiusto della terra, quello dove le ricchezze sono distribuite peggio. In tutto il continente oggi ci sono una trentina di persone che possiedono una fortuna che uguaglia quella di trecento milioni di latinoamericani e i cui patrimoni personali stanno crescendo a un tasso annuale del 21 per cento, ossia guadagnano più dell’andamento dei Pil dei Paesi della regione. Questo dato denota chiaramente il terribile processo di concentrazione della ricchezza che si sta verificando in America latina. Non a caso l’uomo più ricco del mondo è un latinoamericano, sebbene il continente rappresenti solo il dieci per cento dell’economia mondiale. Io non sono credente ma nutro ammirazione politica per la Chiesa cattolica e credo che le parole di Francesco siano fondamentali per la regione. Perché il continente ha bisogno di margini di unità, che finora non ha avuto, se vuole esistere nel mondo di oggi. Uno dei suoi assi di unità, a parte la lingua, è la sua tradizione cattolica apostolica romana e Francesco incarna tutto ciò: per questo lo sento così vicino.
Lei ha un rapporto personale con il Pontefice. Che cosa vi unisce?
Credo che, per cammini diversi, entrambi percepiamo il dramma umano e le condizioni della tragedia umana che sta alla base dell’America latina, e anche del mondo. In questo c’è identificazione. Io mi identifico con Francesco, mi identifico anche con tutti coloro che nella società stanno lottando perché ci siano pace ed equità nel mondo, e che a volte seguono altre credenze e religioni. Abbiamo bisogno di apertura e di dialogo, per vedere il dramma dell’ingiustizia che sta alla base dell’umanità di oggi e che è doppiamente inaccettabile perché l’uomo ha, come mai prima nella sua storia, tutti i mezzi per sradicarla. L’uomo non ha mai avuto tanto come ora, lo sviluppo tecnologico oggi è infinito. Capiamo il linguaggio della natura ricorrendo alla scienza e alla tecnologia. La felicità dell’umanità non è un’utopia! E la sensazione di impotenza e d’ingiustizia dinanzi a tutto ciò è enorme.
L'Osservatore Romano, 7 - 8 novembre 2016