lunedì 28 novembre 2016

(Angela Mattei) L’Uganda è un Paese meraviglioso, con il lago Vittoria, le acque del Nilo, le meravigliose cascate, l’aspetto fiorente e rigoglioso del Parco Nazionale impenetrabile di Bwindi, cuore dell’Africa nera, il luogo più selvaggio del continente, quello che a ragione l’esploratore Henry Stanley definisce la «Perla dell’Africa». Eppure la terribile storia politica lo rende ancora un Paese poco visitato che non si è ripreso dalle tremende ferite che gli sono state inferte.
Dal 1986 l’Lra, un gruppo di guerriglieri guidati dal famigerato Joseph Kony, si è macchiato di crimini orrendi, facendo incursioni nei villaggi di Uganda, Sudan e Repubblica Democratica del Congo, rapendo bambini innocenti e costringendoli a diventare soldati, perpetrando su di loro violenze irripetibili e inimmaginabili. Questo è il Paese in cui opera suor Rosemary Nyirumbe, (missionaria comboniana) la cui storia Reggie Whitten e Nancy Henderson raccontano in Cucire la speranza (Bologna, Edizioni Emi, 2016, pagine 240, euro 17,50).
Partendo dalla scuola di sartoria di Santa Monica, a Gulu, che versava in uno stato di abbandono, la piccola suora ugandese riuscirà a mettere in piedi un progetto di sostegno alle ex prigioniere dell’Lra e ai loro bambini. Reggie Whitten e Nancy Henderson ci accompagnano in questa crudele realtà senza sfociare mai nel pietismo e nella commiserazione delle ragazze che hanno subito violenze fisiche e psicologiche che non sono solo tremende, ma anche inconcepibili.
Bambine costrette a uccidere anche i propri familiari, stuprate, mutilate, costrette a portare in grembo, loro stesse ancora così piccole, il frutto di queste violenze perpetrate sui loro corpi ma, soprattutto, sulle loro anime. E, quello che è ancora peggio, destinate al disprezzo e alla emarginazione dai loro stessi familiari, etichettate come iettatrici e accusate di essere state complici di tali orrori. Come se non bastasse, anche i loro figli vengono allontanati dalla comunità perché figli dei ribelli.
Il merito dei narratori è di riuscire a lasciare la violenza devastante di Kony sullo sfondo, di non concedere mai alla sua persona e ai suoi orrendi atti il ruolo da protagonista in una storia che è, fin dall’inizio, una storia di amore e misericordia.
Il messaggio che ne traiamo, pagina dopo pagina, è un messaggio di speranza. È un libro sulla possibilità: quella che hanno le ragazze della scuola di Santa Monica di “ricucire” la loro vita, di imparare a convivere con le ferite subite dai ribelli, di essere utili a se stesse e alla comunità, quella comunità che le ha respinte come maledette, la possibilità di amarsi ancora, di sapersi capaci, la possibilità, infine, di perdonarsi. Perché è il loro perdono quello più difficile da ottenere; in molte, accolte tra le braccia di suor Rosemary, mentre tra i singhiozzi raccontano la loro atroce esperienza, chiedono il perdono e lei rassicura tutte che Dio le ha già perdonate.
Suor Rosemary non si è limitata ad accogliere le ragazze sfuggite all’esercito dei ribelli, a offrire loro un tetto e un piatto caldo, ma ha permesso loro di cavarsela nel mondo anche fuori dalla scuola di Santa Monica e di mantenere se stesse e i propri figli con il proprio lavoro. Capisce che solo l’istruzione può rendere davvero liberi e che è giusto valorizzare le capacità di ciascuno. Suor Rosemary vuole rendere autosufficienti le sue ragazze, vuole che si sentano accolte senza riserve, senza pregiudizi, e che imparino a fare qualcosa. E non vuole escludere nessuna delle ragazze che bussano alla sua porta.
Da qui l’idea della scuola di cucito, il servizio di catering, i corsi di segretaria, i diplomi in agraria ed economia aziendale, l’asilo, fino alla riabilitazione delle detenute. E forse l’importanza conferita allo studio deve esserle derivata da Sabina, sua madre, che sarebbe stata disposta a qualsiasi sacrificio pur di far studiare tutti i suoi otto figli, comprese le ragazze, normalmente confinate al ruolo di madri e mogli.
Suor Rosemary, come sua madre, come ogni madre, ha amato incondizionatamente le sue giovanissime figlie, ha accolto sulle sue spalle il fardello del loro dolore, le ha accettate, le ha rispettate, aspettando che ciascuna si aprisse con lei solo quando fosse stata pronta. La forza e la determinazione di questa donna ci colpiscono per come sanno essere travolgenti, aprendo per lei tutte le porte e consentendole di realizzare i suoi sogni. E, come spesso accade, il bene più grande lo ha fatto soprattutto a chi, lontano geograficamente ed emotivamente, dall’incontro con lei ha saputo ridare un senso alla propria vita. Come il fondatore di Pros for Africa, Reggie Whitten, che si era chiuso nel suo dolore per la morte violenta del figlio e che, dopo il viaggio in Uganda e l’inizio della collaborazione con suor Rosemary, ha cominciato a ricucire anche le sue ferite.
Il libro si apre e si chiude con il progetto più ambizioso di suor Rosemary, fabbricare borse realizzate interamente con linguette di alluminio. Impara a cucirle e lo insegna con pazienza alle sue ragazze. Il risultato sono borse perfette, pezzi unici che ben rappresentano la storia di chi le ha realizzate: donne scartate via, raccolte, curate e ricucite che hanno saputo affidarsi a chi le amava e che hanno saputo fare di sé un capolavoro.
L'Osservatore Romano, 26-27 novembre 2016.