sabato 19 novembre 2016

Papa Francesco - Mons. Gugerotti
Concattedrale di san Alessandro a Kyiv, 16 novembre 2016
Eccellenza Reverendissima Sig. Vitalyi,
Amministratore Apostolico di questa Diocesi di Kyiv-Zhytomyr,
Eccellentissimo Vescovo Markos,
che qui rappresenta la comunità armena apostolica (saluto in armeno).
Un saluto caro per questa preghiera comune per la pace e in Ucraina e in Armenia che ha altrettanto bisogno di pace. E il desiderio di poter continuare a pregare insieme non solo per la pace, ma anche per tutte le esigenze del mondo.
Carissimi amici della Comunità di Sant’Egidio!
Carissimi sacerdoti, seminaristi che sono qui presenti anche se in posizione defilata!
Caro padre Danylevych, grazie anche a Lei!
Lei già capisce la mia lingua quindi non ha neanche bisogno della traduzione. Purtroppo dovrà sentire due volte lo stesso testo, il che non è molto divertente.
Carissimi amici tutti che siete convenuti questa sera nella nostra Concattedrale!
Io ringrazio profondamente la Comunità di Sant’Egidio per questo invito. Soprattutto per la loro presenza in questa terra dove costituiscono un seme di speranza, di apertura a tutte le sensibilità religiose, e di aiuto concreto alle persone bisognose. Questa presenza è come un Vangelo in pillole: c’è tutto. Ebbene, ci avete chiamati a pregare per la pace e noi siamo venuti. Siamo venuti ad esprimere il grido che si leva dal cuore di tante persone che pagano per la guerra. Quanto pagano dal punto di vista delle vite umane, della paura, dell’insicurezza! E si uniscono ad una moltitudine di tante altre persone che nel mondo egualmente pagano prezzi altissimi per la guerra. Viviamo in un tempo, nel quale mai avremo immaginato che tanto la guerra sarebbe stata presente. Ed ogni guerra è legata all’altra guerra, e tutte le guerre sono legate a quella guerra che non riusciamo a fermare, che sta nel cuore dell’uomo. Siamo tutti presi dal tentativo di comprendere come si muovono, come si realizzano i meccanismi delle guerre nel mondo. E a dire il vero ne capiamo ben poco. Ma come credenti di una cosa siamo sicuri: la radice di ogni guerra sta nel peccato, sta nella durezza del nostro cuore, sta in fin dei conti nel rifiuto dell’invito del Signore ad amarci gli uni gli altri. Cristo è la prima vittima della guerra: la guerra di una giustizia violata, la guerra del bene contro il male e del male contro il bene, anche se il nostro Dio non conosce il male.
Abbiamo sentito nel salmo delineare alcuni tratti di questa guerra. Il primo elemento di questo salmo è il lamento. È il lamento di colui che è vittima della guerra. Si sente straniero, si sente lontano dalla sua terra e menziona i nomi di due aree che sono a loro volta lontane tra di loro. Ad indicare che la estraneità, il sentirsi stranieri non dipende dal luogo, ma dipende dalla condizione. Laddove c’è la guerra l’uomo si sente straniero perché improvvisamente entra nella casa il vento gelido dell’estraneità e la casa, che è il luogo dell’intimità, della fraternità, diventa il tempio violato della guerra. E poi le parole che sente lo straniero, parole di menzogna. La guerra si fonda sulle parole di menzogna. È sempre stato così. Ma lo è in modo particolare in questo tempo, nel quale la menzogna si costruisce scientificamente. E si chiama propaganda. La propaganda è un mistero di iniquità che vuole entrare dentro il cuore dell’uomo senza che possa reagire. Entra dolcemente in maniera suasiva, in maniera quasi delicata e poi esplode dentro al cuore dell’uomo. Ecco, la condizione della menzogna è certamente una condizione che fa parte integrante della guerra. E così l’esule, lo straniero che si sente oggetto della menzogna grida verso Dio perché lo liberi. Nel salmo abbiamo una vera maledizione da parte di questo straniero colpito. Invoca frecce acute che perforino il cuore del nemico. E sant’Agostino, nel suo commento ai salmi, vuole interpretare in maniera positiva queste frecce. Vuole pensare che queste frecce acute siano qualcosa che penetra nel cuore duro dell’uomo e colpendolo lo rimette in movimento da quella rigidità che era la rigidità mortifera dell’odio. Fortunatamente nella guerra molto spesso le armi non entrano nel cuore dell’uomo ma distruggono tutto quello che sta intorno al cuore. Il cuore si sente perduto, orfano, tante volte perfino abbandonato da Dio. E allora lo straniero, allora la vittima, mentre grida al suo Signore non può che costatare quanto sia drammatica la sua condizione. Ed ecco questa espressione così breve, ma così densa di significato: “Io sono per la pace, ma tutti gli altri vogliono la guerra”. Non è proprio questa la desolazione di chi, pacifico, si sente avvolgere da una atmosfera di violenza che non conosce limite? Dove ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola, ogni silenzio, viene interpretato come un atto di guerra. Dove la violenza è un’infezione che non risparmia nessuno. E dove, appunto, lo straniero, lo straniero al mondo della guerra si sente abbandonato e solo. A pronunciare parole di pace mentre gli altri si turano le orecchie per non sentirle.
Cari fratelli e sorelle, questa è la situazione che anche noi viviamo. E noi non aggiungeremo questa sera nuove parole d’interpretazione. Siamo stanchi di sentirci spiegare cosa accade. Abbiamo bisogno di una parola autorevole che viene dall’alto. Una parola non pagata, una parola non comprata. Una parola che ci ricorda che tutti siamo colpevoli, che tutti siamo quel Caino che ha ammazzato Abele per invidia. E che Dio si aspetta la parola profetica della pace anche dove sembra che non si possa pronunciare. Preghiamo per coloro che sono vittime di questa parola non pronunciata. Di questo silenzio colpevole, di queste parole false, questi interessi nascosti, che sono come una ragnatela di morte. Preghiamo perché il grido dell’esule e dello straniero salga fino a Dio, che egli spezzi con la sua freccia d’amore la durezza dei nostri cuori e ci aiuti a vedere e ad aiutare la miseria di colui che è straziato dalla guerra. E spezzi le parole di inimicizia e di odio. Ci faccia capaci di gesti di riconciliazione, dopo averci fatto gustare quella primizia che è la Sua pace. Come ha ricordato il Vangelo: la pace non come vi da il mondo, ma la pace che viene da Dio, la pace che non uccide l’altro, ma la pace di un Dio che lascia uccidere Suo figlio. Sulla croce si consuma il mistero che è fonte di ogni pace. E allora questa pace non del mondo, ma questa pace di Dio sia la nostra conversione e la conversione di tutti i signori della guerra. Perché tutti ricordiamo che un solo danaro guadagnato con la morte dell’innocente è un peccato che Dio non perdona. Soprattutto quando si paga per questo sangue versato, si guadagna, quando si specula e si imbroglia, quando non si cerca la verità, ma si cerca semplicemente la possibilità di nuove e più efferate violenze.
Cara Comunità di Sant’Egidio, siate operatori di pace! Non chiacchieroni della pace. Non trombe vuote di una pace inesistente, ma coloro che si piegano sul volto insanguinato del ferito per asciugare il sangue, e per dare la carezza d’amore di Dio. Questo vuol dire non parlare di pace ma fare la pace. Gesti silenziosi di pace che tutti capiscono. Questo sia l’impegno dei cristiani. Perché questo è il Vangelo, questa è la voce di Dio, la voce silenziosa dell’amore.
Amen.