sabato 26 novembre 2016

Svizzera
Un volume sul confronto teologico fra le Chiese. Dialogo a oriente
L'Osservatore Romano
(Giovanni Zavatta) Argomenti antichi, che si perdono nella notte dei tempi, ma che lasciano tuttora i loro strascichi fatti di diffidenza e incomprensione. Questioni teologiche cruciali, riguardanti il cuore stesso della fede cristiana, che restano irrisolte nonostante decenni di incontri e tentativi di riconciliazione.
Parla del dialogo fra le Chiese ortodosse di tradizione bizantina e le Chiese ortodosse orientali (o precalcedonesi) il libro di Christine Chaillot, laica ortodossa svizzera, The dialogue between eastern orthodox and oriental orthodox Churches (Volos, Volos Academy Publications, 2016, pagine 520, dollari 27), presentato venerdì scorso a Ginevra, nella sede del World Council of Churches, sotto il patronato della Delegazione permanente del patriarcato ecumenico. È stato lo stesso patriarca Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, a scrivere la prefazione del volume che raccoglie trentaquattro articoli e importanti documenti. L’obiettivo è contribuire alla conoscenza reciproca di tali Chiese e alla promozione delle relazioni panortodosse.
Com’è noto, dopo il 451 queste due branche antiche del cristianesimo sono separate attorno alla definizione delle due nature, umana e divina, di Cristo in una persona, formulata al concilio di Calcedonia (la natura divina e la natura umana di Gesù sono unite «senza confusione e senza separazione»). Tale affermazione fu rigettata dalle Chiese copta, armena apostolica, etiope, eritrea e sira (con le sue ramificazioni indiane) le quali continuarono a professare la dottrina di san Cirillo d’Alessandria — «una sola natura incarnata di Dio il Verbo» — approvata durante il terzo concilio ecumenico di Efeso (431). Queste Chiese, per le quali il logos è carne, non hanno dunque mai accettato la definizione calcedonese delle «due nature in Cristo», considerandola in contrasto con la professione di fede del concilio di Efeso nella quale si era definita «un’unione perfetta della divinità e dell’umanità di Cristo». In pratica queste Chiese credono che mai, nemmeno per un momento, la natura umana del Signore sia esistita separata dalla sua natura divina. Da qui l’appellativo di “precalcedonesi” perché condividono con gli altri cristiani solo le decisioni dei concili precedenti a quello di Calcedonia. Su di loro, nel corso dei secoli, anche l’accusa di monofisismo, forma cristologica secondo la quale la natura umana di Gesù era assorbita da quella divina, e di conseguente eresia in quanto tale teoria negherebbe l’umanità del Figlio di Dio e la fede nell’incarnazione.
Dal 1964 in maniera informale, dal 1985 ufficialmente, si è instaurato un tavolo di dialogo con l’obiettivo di tentare di risolvere le differenze teologiche e giungere a una piena comunione fra le due famiglie ecclesiali. I partecipanti ai colloqui hanno affermato tra l’altro che, nonostante i malintesi di interpretazione, i due gruppi di Chiese avrebbero nei secoli «mantenuto l’autentica fede cristologica ortodossa e la continuità ininterrotta della tradizione apostolica, benché abbiano utilizzato termini cristologici in modo diverso» (Dichiarazione di Chambésy, novembre 1993). Conclusioni, queste ultime, non accettate da tutti. C’è chi teme di scendere a compromessi sulla fede, chi sostiene la necessità di ulteriori approfondimenti.
Il libro include, fra gli altri, articoli di Aram I, catholicos di Cilicia della Chiesa armena apostolica, del metropolita di Monte Libano, Georges, del metropolita di Francia, Emmanuel, e del metropolita di Volokolamsk, Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca. 

L'Osservatore Romano, 25-26 novembre 2016