venerdì 11 novembre 2016

Ronald Reagan e Donald Trump
(Luis Badilla - Francesco Gagliano - ©copyright) Cordialità istituzionale e protocollare, fair-play e buone maniere. E' questo ciò che abbiamo visto l'altro ieri nel corso della visita di Donald Trump alla Casa Bianca, su invito gentile del Presidente Obama. Otto anni fa, proprio Obama, nel giorno della sua prima elezione disse: "Si può essere in disaccordo con educazione". Proprio così, ieri. Disaccordo totale tranne che nelle questioni burocratiche per la trasmissione dei poteri e null’altro che fosse educazione e cortesia. Da parte sua Trump, così come fece dopo la sua elezione, ha continuato a mostrare la sua nuova faccia: quella dello aspirante ad essere riconosciuto e accettato come statista.
Il suo problema è che da quando giovanissimo ereditò la ricchezza e gli affari del padre Trump ha mostrato molte facce e perciò non è facile sapere quale è quella vera, dalla quale fidarsi e prendere per sincera. In particolare da quando nel 2004 cominciò a presentare un suo programma televisivo (The Apprentice), cosa che fece sino al 2015, ha cambiato faccia decine di volte passando dalle sembianze del falco a quelle di una colomba e poi ancora un falco. Qualcosa di simile alle sue critiche feroci alle consguenze della globalizzazione (perché hanno impoverito il popolo statunitense) mentre tace sul fatto che lui ha potuto salvarsi dalla bancarotta e dai debiti, arrichendosi ulteriormene, proprio grazie a questa globalizzazione che tanto "odia".
La scalata dallo spettacolo alla politica
La sua fama e popolarità è nata negli studi televisivi e anche cinematografici. Quando venne cacciato dalla TV, e guarda un po’!, per frasi offensive e volgari contro gli ispanici, la fama che voleva l’aveva ampiamente conquistato anche se come un fenomeno da baraccone. Poi partecipò alle primarie presidenziali del Partito Riformista e venne sconfitto. Inseguito aderì al Partito Democratico per, dopo un po’ di tempo, vedendo che in questo contenitore per lui non c'era futuro, chiedere la tessera del Partito Repubblicano. E' stato un liberal newyorkese ma anche un giustizialista tolleranza zero stile Rudolf Giuliani. In questi anni si è spacciato come uomo di dialogo e come mediatore per poi farsi vedere come un duro integerrimo e incorruttibile. In tutto questo singolare movimentismo ha criticato chi non paga le tasse e lui ha fatto lo stesso forse per 18/20 anni. Si è presentato prima come un politico rinnovato e poi come leader dell'antipolitica. Ora dopo 15 mesi di volgarità, offese, minacce, sproloqui sessisti, pensieri e frasi xenofobe, da martedì recita a fare lo statista.
Per il bene degli Stati Uniti del mondo è da augurarsi che diventi veramente uno statista.
Il team: falchi e colombe
Una delle caratteristiche classiche dei grandi uomini di stato è quella di sapere scegliere bene i suoi collaboratori, il team. E' questa è la prima prova che attende Trump e dalle sue scelte, uomini e mansioni, se capirà già l'andazzo che possono prendere i primi eventi del mandato. Ora Trump si trova al centro di un'ampia rete di sostenitori divisi però tra "falchi" e "colombe"; tra chi vorrebbe una presidenza in continuita con il tono e lo stile della campagna, i primi, e chi invece, i secondi, spingono per una discontinuità, quasi una rottura.
Il doppio registro
Questa sfida che attende Trump permette di introdurre un'riflessione non di poco conto anche perchè va oltre il Presidente eletto e coinvolge la politica tutta e tutti i politici. Il cardinale Pietro Parolin ha posto la questione così: "Vedremo come si muove il Presidente. Normalmente dicono: altro è essere candidato, altro è essere Presidente, avere una responsabilità." 
Si tratta del ormai consueto doppio registro dei politici, ovunque: dire una cosa per prendere voti e poi, se eletti, fare cose diverse. Non è francamente una fenomeno entusiasmante, anzi. La sola idea di doversi adeguare a questo modo di fare politica provoca, nelle persone sane e oneste, depresione e scoraggiamento. Non dovrebbe essere così. Accettarlo come normale è quasi accettare di essere preso in giro e per di più essere contenti. Con Trump, visto i suoi primi comportamenti, pare sarà ancora una volta così: un politico candidato e un candidato eletto, due persone "diverse", due discorsi differenti e quindi un altro indizio che fa pensare alla poca credibilità di questo modo di fare politica.
Economia e rapporti internazionali
Attendono alla prova il Presidente eletto altre questioni decisive: in primo luogo il rapporto con il suo partito e con la foltissima rappresentanza parlamentare dei repubblicani, che controlleranno solidamente le due Camere. Fra loro Trump ha amici incondizionati ma anche avversari feroci. E non è solo una questione di stili personali. Di mezzo ci sono due materie che separano radicalmente le promesse di Trump dalle posizioni e dalla storia del Partito Repubblicano: la politica economica e i rapporti internazionali. 
Al partito non piace il protezionismo di Trump né le sue critiche alla globalizzazione che a suo avviso ha impoverito milioni di statunitensi e poi non piace, in ambito internazionale, l'isolazionismo che Trump ha predicato e difeso in questi mesi, il suo desinteresse per la questione ucraina e per la Nato, per citare solo due esempi.
A questo punto non resta che aspettare per conoscere la nuova e ultima faccia di Donald Trump.
***