giovedì 10 novembre 2016

Stati Uniti
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla - Francesco Gagliano - ©copyright) Donald Trump, giustamente, da qualche ora sembra molto impegnato in dare un’immagine diversa di se stesso, quella dello statista che desidera unire e incoraggiare una grande Nazione che vive da molti anni situazioni difficili. Lavora per far dimenticare quell’altra immagine, che abbiamo visto per 15 lunghi mesi: il politico, volgare, spaccone, il fustigatore, incline al linguaggio violento, prepotente. Sembra essersi prefissato un compito piuttosto arduo: ora che è il Presidente aspira a infondere unità, serenità e collaborazione tra gli statunitensi anche se non ha fatto altro, per mesi e da ogni tribuna, che seminare divisioni e antagonismi con frasi sprezzanti e offensive.
E' bene non dimenticare nulla di tutto ciò, così come è bene che la stampa statunitense, almeno la maggior parte delle testate, ricordi cosa ha detto durante la campagna. Potrebbe essere utile a lui stesso per governare meglio.
Parole di pietra, macigni
Dire che la nazione intera ha un “enorme debito di gratitudine con Hillary Clinton”, meno di 24 ore dopo di averla minacciata l'ennesima volta con la galera, non è sufficiente. Ricordiamo questa piccolo passaggio delle ultime ore, apparentemente nobile da parte di Trump, perché non si deve mai dimenticare che il neo eletto presidente, già otto anni fa, subito dopo l'elezione di Obama, entrò personalmente nella spirale della predica e della sponsorizzazione dell'odio tra gli statunitensi, cominciando per accreditare la vergognosa panzana dell'Obama nato in Kenya e forse musulmano.
Bene dunque se ora vuole cambiare discorso, ma non ci dicano che Trump è uno stinco di santo, o l'uomo dell'unità, il meglio della politica statunitense. No. Non è così anche se i soliti già dicono il contrario perché sono sempre pronti a mettersi sotto l'egida del potere e dei potenti.
La maggioranza degli statunitensi - uomini bianchi, cattolici ed evangelici - eleggendo Trump ha pensato, legittimamente, ai suoi interessi e solo ai suoi interessi, senza guardare mai altrove. Trump ha saputo cavalcare bene quest’onda che aveva intuito brillantemente e qui la sua insistenza ossessiva: "l'America solo per gli americani, per fare del Paese una nazione grande, potente e rispettata". E' la solita frase di tutti i Presidenti ma il suo senso vero e ultimo dipende da chi la pronuncia. Trump non è Kennedy, non è Roosevelt, non è Carter, non è Reagan.
Non abbassare mai la guardia   
Di fronte a un politico come Trump, spudorato e spregiudicato con l'uso delle parole e dei messaggi che ha trasmesso, non si deve mai abbassare la guardia.
Lui ha diritto a dimostrare le sue vere capacità e non sarebbe legittimo ostacolare gratuitamente la sua leadership. Ciò però è ben diverso da credere che gli statunitensi con Trump hanno fatto la scelta più saggia ed equilibrata. La maggioranza del popolo statunitense ha creduto in Trump e ciò deve essere accettato senza se e senza ma. Lui è il Presidente di tutti gli statunitensi come ha detto la Clinton con un comportamento che sicuramente Trump non avrebbe avuto se sconfitto. Aveva detto che avrebbe riconosciuto i risultati solo se vinceva lui, aggiungendo: “se non sarà così vedrò”.
I numeri, i voti, sono a suo favore e hanno dato legittimità al suo mandato ma ciò non vuol dire che abbia ragione in ogni cosa. La verità è cosa ben diversa dai numeri. Il gioco democratico decide chi vince e chi perde, chi deve governare e chi deve fare l’opposizione. Il gioco democratico non decide sulla verità delle cose.
Ora per lui, e per i prossimi quattro anni, è il momento della prova più grande. Così come sono chiamati alla prova il popolo che lo ha scelto e il mondo intero. Saranno tempi difficili per tutti: se stiamo alle cose che Trump ha detto e promesso nel suo programma, ammesso che non cambi opinione, il mondo oggi è alle porte di un cambiamento drammatico. Il neo eletto presidente ha da sempre incitato all'antagonismo, allo scontro tra civiltà, alla chiusura per mezzo della costruzione di muri, barriere protezionistiche e tramite una politica isolazionista ed egemonica degli Stati Uniti. C'è da augurarsi che molte cose dette da lui sulle donne, sui migranti, sulla pace, sugli afroamericani, sugli ispanici, sui musulmani, sui diritti civili, siano state solo effervescenze retoriche usate  per raccattare voti all'inizio di una delle peggiori campagne elettorali mai tenutesi negli Stati Uniti.
Si potrebbero ricordare anche frasi e giudizi di Trump riguardanti altri popoli, stati e governi con i quali ora dovrà avere rapporti: da “i cambiamenti climatici sono una buffala inventata dai cinesi” a "La Nato funziona solo perché ci siamo noi. Spendiamo miliardi di dollari per aiutare gli altri paesi e non abbiamo soldi per costruire una scuola: tutto questo finirà".
Sul banco degli imputati la cattiva politica
Il verdetto delle urne insegna comunque molte cose, ci dice che questa singolare vittoria di Trump è frutto di molti anni di cattiva politica; più precisamente dell'affermarsi graduale ma inesorabile di una casta, "quelli di Washington" si diceva durante la campagna, incapace, nella sua autoreferenzialità e miopia, di mantenere un rapporto sano e solidale con la gente - specie con quella, dimenticata, che vive in quella "America profonda" che ha stravolto ogni sondaggio - con le loro paure, sofferenze, aneliti e speranze. Ha vinto il rifiuto della casta, delle oligarchie politiche, a prescindere di quanto diceva Trump. Non ha vinto il suo programma elettorale, peraltro vago e confuso. Ha vinto l'icona dell'uomo che ha rappresentato, per la maggioranza degli americani, il rifiuto di una politica divenuta inerte, senza cuore, fatta da calcoli e interessi, spesso oscuri.
L'ecologia linguistica di Trump 
Il linguaggio del candidato Trump è da tenere presente non solo perché da gennaio sarà il cosiddetto "uomo più potente della Terra" ma anche perché, lungo la campagna, le sue parole, e i suoi slogan, hanno acquistato vita autonoma diventando contenuti importanti di altri discorsi e strutture di pensiero, entrando a far parte di una sorta di cultura o meglio, sotto cultura. 
Lo abbiamo già ricordato in passato, appoggiandoci sui linguistici e semiologi più noti: le parole non sono un semplice suono gutturale. Le parole - e l'uomo è l'unico essere vivente dotato di parola - riflettono ed esprimono un pensiero, un modo di vedere il mondo e gli altri, di ragionare e di creare ponti o muri con i propri simili e con l'ambiente in cui siamo collocati. In questo senso "l'ecologia linguistica" di Trump è stata devastante e anche se già dalle prime ore sta migliorando il proprio registro non sarà facile neutralizzare gli effetti deleteri di questo linguaggio. 
Dice cose condivisibili Ivano Dionigi quando scrive: "Una delle cause principali della volgarità attuale è l’incuria delle parole; e parlare scorrettamente, diceva Platone, oltre a essere una cosa brutta in sé «fa male anche all’anima» (Fedone 115 e)." Uno dei sintomi della crisi delle classi governanti che si sente, si vede e si tocca, è il decadimento della politica a questione di natura linguistica; a uso ingannevole delle parole o peggio ancora alla trasformazione delle parole in pallottole. Per non parlare del fatto che spesso si pensa che il politico logorroico e dalla parlantina svelta è bravo. Ne abbiamo esempio ogni istante e all’ingrosso. E' sufficiente ascoltare un telegiornale.
Ciò ha contagiato anche i social media, in particolare i pensieri (battute) in formato ristretto di Twitter, soprattutto quando si tratta di polemizzare attaccando le persone e non confutando gli argomenti. Siamo all'autofagismo verbale: per far sopravvivere la battuta e colpire nel vivo ci si mangia il pensiero, sacrificandolo sull'altare della volgarità.
Ascoltando, meglio, leggendo Trump non si può fare a meno di ricordare Lacan e il suo efficace neologismo "parlêtre" (essere nel parlare). Trump e il suo linguaggio sono un fenomeno da non sottovalutare anche perché con quel suo linguaggio ha comunicato con milioni di statunitensi e spesso li ha convinti. E da ieri tutti noi abbiamo il risultato davanti gli occhi.