martedì 15 novembre 2016

Stati Uniti
L’arcivescovo Kurtz e il nunzio Pierre alla plenaria dell’episcopato statunitense. Concretezza del bene comune
L'Osservatore Romano
«Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo, 25, 40). Citando questo noto passo evangelico l’arcivescovo di Louisville, Joseph Edward Kurtz, ha in primo luogo richiamato la straordinaria concretezza del messaggio cristiano per introdurre i lavori della Conferenza episcopale statunitense in svolgimento da lunedì 14 a Baltimora. Nel suo ultimo discorso da presidente al termine del suo mandato triennale, il presule ha ribadito la disponibilità dell’episcopato — già espressa in una nota diffusa poche ore dopo la conclusione delle elezioni presidenziali — a collaborare in vista del bene comune con la nuova amministrazione della Casa Bianca e con i rappresentanti del Congresso.
Superando così, questo l’auspicio, il clima di scontro e di forte contrapposizione che ha caratterizzato l’intera campagna elettorale. «Ora ci viene chiesto — ha detto monsignor Kurtz — di andare avanti con rispetto per questi uffici pubblici nella ricerca del bene comune basato su verità e carità».
In questo senso, il presule non ha mancato di richiamare le sfide più rilevanti che oggi si trova ad affrontare la Chiesa universale — in primo luogo quella delle persecuzioni religiose nel mondo — e, nello specifico, quella statunitense per promuovere «instancabilmente la dignità della persona umana». Del resto ha detto Kurtz, «Gesù ha parlato e agito in modi molto concreti. I suoi modi di toccare i cuori non erano solo belle idee ma azioni concrete». Per questo, «non ci sono parole più concrete che colgano meglio la misericordia di Dio all’opera nella nostra conferenza episcopale di quelle di Gesù citate dal Vangelo di Matteo», in cui il Signore stesso si identifica con i più piccoli e con le persone che la società considera come meno importanti.
In questa prospettiva, nel corso della giornata inaugurale — i lavori proseguono fino a mercoledì 16 — l’assemblea dei vescovi statunitensi ha accolto e fatta propria la dichiarazione che monsignor Eusebio L. Elizondo, vescovo ausiliare di Seattle e responsabile della Commissione episcopale sulle migrazioni, aveva diffuso in seguito dell’elezione di Donald Trump. «Preghiamo perché la nuova amministrazione — ha scritto il presule — riconosca il contributo di rifugiati e immigrati alla prosperità globale e al benessere della nostra nazione». Da parte sua la Chiesa negli Stati Uniti, assicura il proprio impegno «per promuovere politiche che proteggano la dignità intrinseca di rifugiati e immigrati, tengano insieme le famiglie, e onorino il rispetto delle leggi di questa nazione». Anche perché, ha aggiunto, «dietro ogni “statistica” vi è una persona che è madre, padre, figlio, figlia, sorella o fratello e ha dignità di figlio di Dio».
Un invito alla concretezza, dunque, e a riconoscere l’unicità e il valore incommensurabile di ogni persona che anche il presidente Kurtz ha richiamato lungo tutto il suo intervento, in cui ha citato una serie di esperienze pastorali vissute in prima persona — nelle Filippine, in Ucraina, a El Paso al confine con il Messico, a Lousiville in una casa di cura per anziani — da cui ha tratto insegnamenti importanti per la promozione del bene comune e la difesa della libertà religiosa.
Le grandi prospettive dell’impegno della Chiesa negli Stati Uniti sono state richiamate anche nel suo saluto dal nunzio apostolico Christophe Pierre, che in particolare si è soffermato sull’opera di evangelizzazione dei giovani, tema centrale del sinodo dei vescovi nel 2018. Anche i giovani, ha spiegato il rappresentante pontificio, sono chiamati a sperimentare la misericordia di Dio che è stata al centro di questo giubileo e che indubbiamente rappresenta uno degli aspetti pastorali centrali del magistero di Papa Francesco. «I giovani — ha detto il presule — hanno bisogno di essere accompagnati nel discernere la loro strada nella vita, ma questo accompagnamento presuppone che siano accolti e meglio integrati nella vita della Chiesa».
In questo senso il prossimo sinodo e la sua preparazione forniranno una opportunità «per imparare dai giovani, ascoltarli, essere con loro, e per aiutarli a scoprire il disegno di Dio per loro». Così, «la nostra presenza farà ricordare loro che sono importanti; che sono parte della famiglia. Rifiutando la cultura dell’usa e getta, daremo loro motivo di sperare, assicurando loro che siamo in cammino con loro». Compito della Chiesa sarà allora quello di andare incontro ai giovani anche al di fuori delle parrocchie, delle scuole cattoliche e delle tradizionali organizzazioni. «Sono necessari — ha aggiunto — una nuova lingua, nuovi metodi, e un nuovo ardore missionario in modo che ogni giovane persona può sperimentare.
L'Osservatore Romano, 14-16 novembre 2016