martedì 15 novembre 2016

(Federico Rampini) Il personaggio. Rivolta per la nomina dell' ideologo di ultradestra a consulente alla Casa Bianca. No di democratici, associazioni per i diritti civili ed esponenti repubblicani. Il presidente lo difende. L' estrema destra entra nella cabina di regìa della Casa Bianca. Un' ondata di sdegno ha accolto la nomina di un noto razzista in uno dei posti- chiave a fianco di Donald Trump. Il presidente-eletto ha scelto Stephen Bannon, 62 anni, come "chief strategist", una posizione che ne fa il più diretto consigliere del neo-presidente. Bannon è tristemente noto per aver creato un sito di estrema destra, Breitbart News, al cui confronto la Fox News di Rupert Murdoch è un modello di imparzialità. Breitbart News si è specializzato in attacchi e minacce di stampo razzista e anti-semita. La scelta di Bannon è stata condannata dall' Anti-Defamation League che combatte l' antisetimismo, e che ieri lo ha definito «ostile ai valori fondamentali dell' America». La più antica e vasta organizzazione per la difesa dei diritti civili e degli afro-americani, la National Association for the Advancement of Colored People (Naacp), ha dichiarato: «Il razzismo diventa routine, la xenofobia e l' antisemitismo vengono sdoganati». Il più alto esponente del partito democratico, il capogruppo al Senato Harry Reid, ha accusato Trump di "consegnare ai suprematisti bianchi una rappresentanza al più alto livello". Perfino da destra ci sono state condanne, per esempio l' intellettuale neoconservatore William Kristol che dirige la storica rivista Weekly Standard: «Non ci sono precedenti per quest' ascesa ai massimi ranghi della Casa Bianca di un estremista squilibrato». Peraltro lo stesso Kristol fu bersaglio degli strali di Breitbart News che in campagna elettorale lo definì «ebreo rinnegato». Non è passata una settimana dai risultati del voto e l' America continua a vivere i sussulti destabilizzanti dello stile Trump. Il neopresidente ha promesso - letteralmente - di «darsi una calmata » nell' uso dei social media, ma durante il weekend ha ripreso a bombardare di accuse via Twitter i suoi avversari: i manifestanti scesi in piazza, e il New York Times. Alterna uscite concilianti - per esempio la rinuncia a nominare un "procuratore speciale" per incriminare Hillary Clinton come aveva minacciato in un duello televisivo - e proclami allarmanti come quello sull' espulsione di due o tre milioni d' immigrati. Le prime nomine seguono la stessa logica: Doctor Jekyll e Mister Hyde. Come capo staff, altra posizione importante nella macchina organizzativa della futura Casa Bianca, Trump si è scelto un personaggio prevedibile e in un certo senso rassicurante: il 44enne presidente del partito repubblicano, Reince Priebus. Un uomo di partito, dunque l' anello di congiunzione per scendere a patti con i notabili, i leader della Camera e del Senato (l' esatto contrario di quella crociata anti-establishment promessa da Trump in campagna elettorale, ma in pochi giorni le promesse tradite o sconfessate non si contano già più). Di segno opposto è la nomina di Bannon, un uomo che non ha niente a che fare con la tradizione moderata o conservatrice del Grand Old Party. Gli ambienti di riferimento di Bannon sono la cosiddetta "alt-right", abbreviazione di "destra alternativa": la galassia di gruppuscoli extra-parlamentari, ai limiti della legalità, che praticano apertamente il razzismo, l' ideologia suprematista bianca, simpatizzanti del nazi-fascismo, talvolta eredi del Ku Klu Klan. È l' altra anima di Trump che riaffiora continuamente. A poche ore dall' intervista in stile "famiglia reale" concessa alla Cbs, in cui Trump ha schierato moglie e figli in un' orgia di kitsch, con poltrone dorate in finto rococò, e si è voluto presentare nella versione soft dell' imprenditore pragmatico che salverà l' America, il neo-eletto non ha resistito alla tentazione di rinsaldare i legami con l' estrema destra. Non si può dire che abbia gettato la maschera: in realtà Trump non ha mai smesso di corteggiare gli estremisti, Ku Klux Klan incluso. È a loro che deve l' inizio della sua parabola politica. Fu nella campagna elettorale del 2012 che Trump accarezzò per la prima volta il sogno di candidarsi. Poi non lo fece. Ma intanto aveva sperimentato con successo la tattica della menzogna allusiva e ammiccante verso gli estremisti. Capeggiando il movimento "birther", disseminando la bugia su Obama musulmano e kenyano, denunciandone l' ineleggibilità, aveva mandato un messaggio subliminale all' America dei razzisti ultrà: un nero non può essere il nostro presidente. Da allora quel mondo di estremisti gli è rimasto incollato, fedelissimo, e Trump non ha nessuna intenzione di tranciare i legami. Una lunga e documentata biografia di Bannon uscì l' 8 ottobre 2015 su Bloomberg Businessweek con il titolo "Quest' uomo è il più pericoloso agente politico d' America". L' inchiesta fu preveggente, illuminando tra l' altro il piano di Bannon per «distruggere prima Jeb Bush poi Hillary Clinton», con tecniche da sicario del giornalismo-spazzatura. Ora il sicario avrà un ufficio permanente a fianco del presidente degli Stati Uniti. Tra le altre polemiche delle ultime ore, c' è anche l' allarme sul conflitto d' interessi: Trump sembra deciso a mantenere la più totale confusione tra incarichi politici e aziendali per i suoi figli.