giovedì 10 novembre 2016

(Luis Badilla - ©copyright) Chiusa la faticosa, e non poche volte disgustosa campagna elettorale statunitense, da un estremo all'altro, tutti, ma tutti, chiedono ora unità, superamento delle gravi divisioni, incontro, collaborazione e ricerca di valori comuni. Per primo, a differenza di quanto ha detto nel corso degli ultimi 15 mesi, lo ha chiesto lo stesso Presidente eletto, Donald Trump, nel suo discorso di accettazione della vittoria, martedì sera. Lo ha chiesto anche ieri la sconfitta Hillary Clinton. Lo hanno chiesto i vescovi degli Stati Uniti. In queste ore lo continuano a chiedere insistentemente i leader repubblicani e democratici ed esponenti religiosi di decine di chiese.
La responsabilità principale è di Trump
La fatica però di questa unità di intenti, di questa collaborazione e di questa inclusione ha un responsabile principale e si chiama Donald Trump, non solo perché la sovranità popolare statunitense lo ha scelto come il 45.mo Presidente degli Stati Uniti ma soprattutto perché è stato lui a seminare e a instillare nelle coscienze dei cittadini statunitensi, e oltre i confini, per molti anni, il contrario di questa inclusione, collaborazione e senso del destino comune della Nazione e del genere umano.
E ciò non va mai dimenticato perché è l'unico modo di esigere da lui l'onore della prova, come è giusto che sia. Spetta a lui, e principalmente a lui, dimostrare che metterà la sua presidenza al servizio del Paese e, poiché si tratta degli Stati Uniti, anche dei popoli del mondo intero. Trump ha fatto delle divisioni e delle separatezze i cavalli di battaglia della sua ascesa politica e ora non pensi di cavarsela con il buonismo benevolo del vincitore che “grazia” i vinti. E’ troppo facile, comodo e poco credibile.
Lui ha diviso, separato, discriminato, offeso, lo ha fatto per 15 mesi con gli ebrei, i musulmani, le donne, i gay, gli afroamericani, gli ispanici, i migranti. Ha annunciato e promesso muri, barriere, paventando deportazioni in massa, galera per gli irregolari, più armi e pallottole nelle case dei cittadini.
Tutto ciò però è chiaro che non ha avuto un grande peso nelle scelte dell'elettorato, almeno della stragrande maggioranza. Ciò non vuol dire che sia irrilevante come vedremo successivamente. Trump trascina con sè troppe parole pesanti, prese di posizione insopportabili, giudizi raccapriccianti, frasi odiose ... prima o dopo, passata la sorpresa e l'euforia della vittoria, torneranno a galla e gli presenteranno il conto.
L’esercito dei maschi bianchi impoveriti
Dietro alla vittoria di Trump c’è l’esercito dei maschi bianchi, cattolici ed evangelici, impoveriti dalla globalizzazione selvaggia e dai balzi giganteschi della tecnologia, di quella tecnologia che pensa solo ad ottimizzare risultati e profitti lasciando da parte l'essere umano (il paradigma tecnocratico di cui parla Francesco nella Laudato si'). Loro hanno decretato la vittoria dell’outsider Trump. Non erano poveri, anzi, per molti anni sono stati classe operaia e ceto medio benestante, ma poi la crisi e le sue conseguenze in poco tempo hanno trasformato questa grande fetta di popolo in persone impoverite, scartate, limoni spremuti e poi gettati al loro destino. 
Obama e i democratici non sono stati all’altezza: potevano e dovevano fare di più per riequilibrare la situazione e perciò gli impoveriti hanno punito Hillary Clinton. Hanno creduto a Trump e non alla Clinton e poco peso hanno avuto i programmi e le piattaforme. Lo scontro era tutto in questa dinamica che pochissimi hanno capito. Trump, alla maggioranza, è apparso come l’icona del difensore degli impoveriti lasciati da parte da una politica e da politici troppo compromessi con il cataclisma crisi-globalizzazione-tecnologia che ha portato sul lastrico, nel mondo intero, centinaia di milioni di esseri umani. Nel caso statunitense con un aggravante: passare da benestante a povero è più dura che essere povero da sempre. (1)
Sono state determinanti nella vittoria di Trump i voti dei cattolici e degli evangelici. Le prime analisi dei flussi elettorali parlano di un 52% di voti cattolici per Trump (45% per Clinton; cattolici che hanno pensato soprattutto alla loro condizione di persone impoverite e poco a questioni etiche, sensibili e addirittura dottrinarie. L’81% degli evangelici bianchi hanno votato Trump e gli evangelici progressisti, quelle delle “mainline churches”, e gli afroamericani evangelici, per un 59% hanno scelto di votare repubblicano. (2)
Insomma, un oceano di voti in passato democratici che martedì hanno cambiato la storia scegliendo Donald Trump.
Il Presidente eletto e i suoi avevano capito fino in fondo questa realtà e questa verità che i più negavano o sottovalutavano. Sapevano che ciò che avevano capito era più forte delle conseguenze negative della spregiudicatezza e della volgarità di Trump, che ha sempre fatto di tutto per apparire come il “Robin Hood” della situazione. Il candidato repubblicano sapeva benissimo a chi stava parlando.
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Ora la sua sfida principale, dalla quale dipende il suo fallimento o successo, è tutta qua: dare risposte rapide, efficaci e convincenti agli impoveriti e lo dovrà fare, almeno nelle prime anticipazioni, nei prossimi mesi.
Per concludere occorre porsi anche un'altra domanda, a questo punto fondamentale: i politici di altre democrazie, di altri Paesi e continenti, che vivono situazioni simili, saranno capaci di interrogarsi su quanto è accaduto negli Stati Uniti e imparare qualcosa?

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(1) Forse la condizione psicologica di molto impoveriti è alla base del clamoroso sbaglio di tutti i sondaggi: interpellati non hanno detto la verità e si sono adeguati alla moda mediatica delle 104 (su 106) principali testate del Paese che assicuravano la vittoria della Clinton.
(2)  Nel 2012, Mitt Romney (repubblicano) aveva ottenuto il voto del 48% dei cattolici e nel 2008 John McCain (repubblicano) il voto del 45%.