lunedì 28 novembre 2016

Pubblichiamo un articolo uscito su «El País» del 26 novembre.
(Juan Jesús Aznárez) I rapporti con la gerarchia cattolica e il Vaticano dello scrittore José Ortega y Gasset e di altri scrittori delle generazioni del ‘27 e del ‘98, tra i quali Machado, Lorca, Juan Ramón Jiménez, Ganivet e Unamuno, furono tesi o apertamente ostili, ma quando giunse l’ora di raccomandare la propria anima, alcuni si riconciliarono con la Chiesa di Pietro. Il pensatore José Ortega (1883-1955) morì dopo essersi confessato e comunicato, secondo la testimonianza di Carmen Castro, figlia dello storico Américo Castro e moglie di Xavier Zubiri, discepolo favorito del filosofo, in una lettera indirizzata a un sacerdote cappuccino.Lungi dal congedarsi da questo mondo come nemico del cattolicesimo, così come ci si sarebbe aspettato viste le sue manifestazioni anticlericali, addirittura blasfeme, secondo i suoi critici Ortega lo avrebbe fatto baciando un crocifisso.
Dato che la religiosità di Ortega fu motivo di dubbi, analisi e polemiche, la lettera della scrittrice e cattedratica Carmen Castro (1912-1997) al sacerdote José Gonzalo Zulaica, chiamato prima padre Antonio de San Sebastián e poi padre Donostia, è preziosa. L’autore di La rebelión de las masas, scrive la figlia dell’ispanista, «morì dentro la Chiesa. Non abbiamo dubbi al riguardo. Baciò per due volte un Cristo avvicinando lui stesso alle labbra la mano che lo sosteneva. Padre Félix lo confessò — chiaro, così si suppone, visto che padre Félix non poté dirlo. Quello che disse è che gli diede l’assoluzione papale». Quel cappuccino e diversi rettori ricevettero anche lettere di Gregorio Marañón, Joaquín Rodrigo, Andrés Segovia, Ramón Menéndez Pidal e José María Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei.
La Asociación de Antiguos Alumnos del Colegio Lecároz (1888-2004), edificato nel cuore della valle di Batzán (Navarra) ha recuperato la lettera rivelatrice, la storia, il patrimonio culturale, documenti, fotografie, corrispondenza, significato e vicissitudini di un centro di insegnamento pionieristico, singolare. Un istituto che poteva contare su un collegio di docenti eruditi, composto in maggior parte di tonache e stole, che fu poi ampliato, su un’orchestra sinfonica, laboratori, una pinacoteca e una delle migliori biblioteche dell’epoca. Il centro con il tempo si liberalizzò e il corso 1979-80 cominciò con tredici studentesse. Acquistato dal Governo di Navarra, fu demolito nel 2009.
Tra le sue tante vicissitudini, Lecároz nel 1916 vendette a prezzo di saldo un olio su tela del presidente George Washington, di Charles Willison Peale del 1779, che fu battuto all’asta da Christie’s nel 2006 per 21 milioni di dollari (19,8 milioni di euro). Il centro risentì della Guerra Civile, quando buona parte dei professori andò in esilio, gli studenti dovettero sfilare in formazione militare e Lecároz fu utilizzato come ospedale dalle truppe franchiste. Fu poi deciso di riconvertirlo giuridicamente in liceo per aggirare le leggi della Repubblica che proibivano agli ordini religiosi di gestire scuole.
Secondo stime della ricerca condotta nel libro Lecároz en 100 palabras, scritto dall’ex allievo e scrittore Fermín Goñi, in occasione del centoventicinquesimo anniversario dell’emblematico centro, vi studiarono circa 12.000 studenti, in giornate che cominciavano alle cinque di mattina e terminavano alle otto di sera. Un significativo campione della borghesia basco-navarrese, madrilena e valenciana passò per le sue aule: tra gli altri, il presidente del Governo basco Jesús María de Leizaola (1986-1989), il deputato conservatore e navarrese Rafael Aizpún (1889-1981), lo scultore Jorge Oteiza, il compositore Nicanor Zabaleta e il cuoco Martín Berasategui.
L'Osservatore Romano, 26-27 novembre 2016.