martedì 15 novembre 2016

Repubblica Centrafricana
La chiusura del giubileo della misericordia nella Repubblica Centrafricana ancora segnata dalla violenza. Cammino che non finisce
L'Osservatore Romano
(Elianna Baldi) Con l’intensificazione delle violenze negli ultimi mesi, sarebbe lecito chiedersi se la potenza dell’avvenimento di un anno fa, definito da molti il “miracolo di Papa Francesco” nella Repubblica Centrafricana, sia venuto meno. Eppure, se le mosse nello scacchiere geopolitico possono indurre a questo, gli innumerevoli passi interiori di conversione e di liberazione mostrano che il seme lasciato dal Pontefice non è caduto tra le pietre. E si sa che non è con i potenti che Dio ha l’abitudine di cambiare la storia, ma con i piccoli, gli oppressi, gli umili. Con quel resto che si salva dalla grande persecuzione.
E su questa linea l’arcivescovo Dieudonné Nzapalainga — che il prossimo 19 novembre sarà creato cardinale — ha tenuto l’omelia domenica 13 novembre nella cattedrale di Bangui, parlando del giubileo della misericordia come di un cammino esistenziale di liberazione e rifacendosi al capitolo quarto del Vangelo di Luca.

Il presule, accompagnato da alcuni vescovi e da decine di sacerdoti, ha presieduto la messa, durata tre ore, in quella stessa cattedrale dove lo scorso anno Papa Francesco aprì l’anno santo e dove una folla immensa, proveniente da tutta l’arcidiocesi e dal Paese intero, si è riversata fin dalle prime ore del mattino. Molti hanno voluto approfittare per un ultimo pellegrinaggio, per fare o rifare il passaggio di questa porta che, come in altre cattedrali, non sarà materialmente chiusa: un segno importante, perché il cammino per imparare e vivere la misericordia è ancora lungo.
È difficile trovare le parole per descrivere la gioia esplosiva che ha animato i fedeli, come se il tempo si fosse bloccato al 29 novembre dell’anno scorso. Sicuramente la prossima consegna della porpora a monsignor Nzapalainga ha contribuito ad aumentare la gratitudine di un popolo che da un anno a questa parte tocca con mano in modo sorprendente la presenza e la predilezione di un Dio che, come ha ripetuto più volte l’arcivescovo, «non ci ha dimenticato, ascolta la preghiera del povero e fa risplendere il sole sui suoi eletti».
Dopo aver ricordato alcuni passaggi chiave dei discorsi pronunciati da Papa Francesco nel corso della sua visita in Centrafrica, il presule ha chiesto a tutti con forza di prendere sul serio l’affermazione con cui il Pontefice aprì la porta santa: «Bangui diviene la capitale spirituale del mondo!».
Come immaginare il futuro della nazione quando si continua a uccidere, a bruciare, a violentare, a scappare, a non avere più casa, quando i bambini non vanno a scuola nella maggior parte del territorio, quando curarsi è difficile anche negli ospedali, quando le autorità statali hanno paura di raggiungere i luoghi in cui sono inviati? Con queste martellanti domande il cardinale ha descritto la realtà attuale del Paese, avendo davanti a lui la moglie del presidente della Repubblica, il primo ministro, il vice presidente del parlamento, e molti ministri e rappresentanti delle istituzioni.
Ognuno è chiamato a rispondere di questa situazione e ognuno deve prendere la sua responsabilità. L’arcivescovo ha denunciato il fossilizzarsi nella «logica di autosoddisfazione», in cui ciascuno accusa l’altro in un cerchio vizioso nel quale risulta difficile capire la verità. E intanto «molti giusti sono morti. Il loro sangue però — ha aggiunto — non è vano. Sono ora gli angeli custodi della Repubblica Centrafricana, i nostri intercessori presso Dio». Il presule ha proseguito ricordando che «non tutti sono marci. Molti hanno rifiutato di diventare complici del male e non hanno smesso di elevare la loro preghiera a Dio. Il Signore non ci ha deluso! Ascolta la preghiera del povero!». Una pioggia di applausi ha risposto alla sua affermazione: «Chi fa il male non erediterà la vita eterna», quasi una consolazione per chi si aggrappa alla fede per resistere alle difficoltà della vita quotidiana.
Alla fine dell’omelia monsignor Nzapalainga ha ribadito che ciascuno è invitato da Dio a essere mediatore di pace, e ha portato come esempio, ringraziandone i promotori, l’iniziativa degli imam e dei saggi del KM5 di rivolgersi ai giovani del quartiere per invitarli a deporre le armi e a cercare la via del dialogo e della convivenza pacifica. Rivolgendosi a tutti i centrafricani, siano essi cattolici, protestanti o musulmani, l’arcivescovo ha sorpreso tutti con parole da tanto attese.
E un primo segno che il giubileo di liberazione è un cammino che non finisce, si è avuto all’indomani della celebrazione: due prigionieri politici, in sciopero della fame da due giorni, hanno ritrovato la loro libertà.
L'Osservatore Romano, 15-16 novembre 2016